Misteriosa moria di elefanti ad Amboseli, in Kenya: almeno 20 animali sono morti. Cianuro, pesticidi o malattia? Gli esperti indagano. Almeno 20 elefanti sono morti ... Leggi tutto
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Misteriosa moria di elefanti ad Amboseli, in Kenya: almeno 20 animali sono morti. Cianuro, pesticidi o malattia? Gli esperti indagano.
Almeno 20 elefanti sono morti dalla fine di giugno nell’area di Amboseli, nel sud del Kenya, dopo aver manifestato sintomi molto simili tra loro. Una situazione preoccupante che sta mobilitando autorità, veterinari e ambientalisti, mentre resta ancora da chiarire con certezza che cosa stia provocando la morte dei pachidermi.

Tra le vittime c’è anche Genghis Khan, un giovane maschio di 11 anni. Le immagini dei suoi ultimi giorni raccontano la drammaticità della situazione: debilitato e incapace di reggersi sulle zampe, l’elefante ha continuato a tentare di rialzarsi prima di morire.
Le analisi condotte dalle autorità avrebbero evidenziato elevate concentrazioni di cianuro nei corpi di alcuni animali, facendo emergere l’ipotesi di un possibile avvelenamento legato a sostanze utilizzate in agricoltura. Una spiegazione che, tuttavia, non convince tutti gli esperti e i rappresentanti delle comunità locali.

Genghis Khan è diventato uno dei simboli di questa misteriosa moria. Il giovane elefante è stato trovato nella riserva di Kitenden B, nelle Terre Comunitarie di Olgulului, in condizioni estremamente difficili.
L’animale cercava ripetutamente di rimettersi in piedi, senza riuscirci. Presentava occhi arrossati, difficoltà respiratorie e problemi nei movimenti. I veterinari intervenuti sul posto gli hanno somministrato glucosio nel tentativo di sostenerlo, ma in quel momento non era ancora possibile stabilire con precisione la causa del suo malessere.
Nonostante gli sforzi compiuti per aiutarlo, Genghis Khan è morto meno di una settimana dopo. La sua scomparsa ha fatto salire ad almeno 20 il numero degli elefanti trovati morti nell’area di Amboseli dalla fine di giugno. Tra gli animali colpiti figurerebbero soprattutto femmine ed esemplari giovani.
Uno degli aspetti che maggiormente preoccupa chi sta seguendo il fenomeno è la somiglianza dei sintomi osservati. Gli elefanti colpiti mostrerebbero difficoltà nel camminare e nel respirare, agitazione e una progressiva perdita della capacità di mantenersi in piedi. Una volta a terra, alcuni animali continuerebbero a lottare per uno o più giorni prima di morire.
Patrick Papatiti, responsabile delle operazioni per le Terre Comunitarie di Olgulului, ha raccontato che gli esemplari diventano progressivamente più deboli, fino a non riuscire più a sostenere il proprio peso. È proprio la ripetitività di questo quadro a spingere esperti e comunità locali a chiedere indagini più approfondite.
Alla fine di luglio il Kenya Wildlife Service ha riferito di aver individuato elevate concentrazioni di cianuro nei corpi degli elefanti esaminati.
Da questo risultato è nata l’ipotesi che gli animali possano essere entrati accidentalmente in contatto con sostanze tossiche provenienti dalle aree agricole vicine. Una possibilità è che i pachidermi abbiano ingerito alimenti contaminati durante le loro incursioni nei terreni coltivati.
La spiegazione, però, viene contestata da alcuni esperti e rappresentanti delle comunità locali, secondo i quali gli elementi raccolti finora non sarebbero sufficienti per attribuire con certezza le morti ai pesticidi.
Papatiti ritiene possibile che dietro la moria possa esserci una patologia ancora non identificata. A sostegno dei suoi dubbi sull’avvelenamento, ha osservato che altri animali selvatici sembrerebbero essersi nutriti delle carcasse senza mostrare conseguenze analoghe.
Anche Joel Nyika, responsabile dell’ecosistema di Amboseli per le autorità della contea di Kajiado, ha espresso perplessità sulla pista chimica.
Secondo questa interpretazione, se la sostanza responsabile provenisse dalla vegetazione o da risorse alimentari condivise, ci si potrebbe aspettare conseguenze anche per altri animali presenti nella zona, compreso il bestiame delle comunità locali.
Al momento, tuttavia, nessuna delle ipotesi può essere considerata definitivamente provata. A rendere ancora più inquietante la situazione sono stati i ritrovamenti nella vicina riserva di Kimana, dove in una sola giornata sarebbero stati individuati sei elefanti morti.
Secondo le testimonianze dei ranger, anche questi animali avrebbero manifestato sintomi compatibili con quelli osservati negli altri casi, compresa la difficoltà a mantenersi in piedi. Tra le carcasse sono stati trovati anche un giovane esemplare e un’elefantessa che si trovava in una fase avanzata della gravidanza.
I resti avevano già attirato iene, avvoltoi, insetti e altri animali necrofagi, una circostanza osservata con particolare attenzione anche per comprendere meglio l’eventuale presenza e diffusione di sostanze tossiche.
Paula Kahumbu, ambientalista e presidente della fondazione WildlifeDirect, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di raccogliere prove più solide prima di stabilire definitivamente l’origine della moria.
Uno degli elementi che alimentano i dubbi riguarda la composizione delle vittime. Tra gli animali morti sembrerebbero esserci relativamente pochi maschi adulti, nonostante proprio questi ultimi siano spesso coinvolti nelle incursioni nei terreni agricoli.
Anche alcuni agricoltori masai della zona sostengono che sia necessario cercare spiegazioni alternative. Le comunità locali convivono da tempo con gli elefanti e considerano la loro perdita un grave danno non soltanto ambientale, ma anche per l’intero territorio.
Il Kenya Wildlife Service avrebbe escluso, sulla base degli accertamenti effettuati fino a questo momento, la presenza di una malattia infettiva o trasmissibile. L’ente ha inoltre assicurato che l’area continua a essere visitabile dai turisti. Questo non significa, però, che il mistero sia stato risolto.
Comprendere rapidamente l’origine delle morti è fondamentale sia per proteggere gli elefanti sia per verificare l’eventuale presenza di rischi per altre specie, per il bestiame e per le comunità che vivono nei territori circostanti.
La regione di Amboseli è uno dei luoghi più iconici dell’Africa orientale. Le grandi mandrie di elefanti che attraversano la savana con il Kilimangiaro sullo sfondo rappresentano una delle immagini più conosciute della fauna selvatica del Kenya.
Gli elefanti hanno inoltre un ruolo fondamentale nell’equilibrio degli ecosistemi e costituiscono una risorsa importantissima per il turismo naturalistico. Per questo motivo, una serie di morti concentrate in un periodo così breve desta particolare preoccupazione.
Resta inoltre il timore che il numero reale degli elefanti morti possa essere superiore a quello finora documentato e che il fenomeno possa interessare aree più vaste, considerando che gli animali si spostano attraverso territori che arrivano fino alla vicina Tanzania.
La priorità è quindi arrivare a una spiegazione scientificamente solida. Le concentrazioni di cianuro rilevate rappresentano un elemento importante nelle indagini, ma le contestazioni sollevate da esperti e comunità locali rendono necessario approfondire ogni possibile pista.
Dietro ogni numero, inoltre, c’è un animale. La storia di Genghis Khan, rimasto a terra mentre cercava ancora di rialzarsi, mostra concretamente la gravità di ciò che sta accadendo. Finché non verrà individuata con certezza la causa delle morti, la domanda resterà aperta: che cosa sta uccidendo gli elefanti di Amboseli e, soprattutto, come si può impedire che altre mandrie vengano colpite?
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Si sono imbattute negli abitanti del luogo: le due escursioniste ferite da stambecco e mucca ci ricordano quanto è importante il rispetto per gli animali. ... Leggi tutto
L’articolo Due escursioniste ferite in montagna: gli incontri con la fauna selvatica ricordano quanto sia importante il rispetto è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Si sono imbattute negli abitanti del luogo: le due escursioniste ferite da stambecco e mucca ci ricordano quanto è importante il rispetto per gli animali.

Quando andiamo a visitare i luoghi dove vivono gli animali selvatici non dobbiamo mai perdere di vista un principio fondamentale: siamo noi i loro ospiti e dobbiamo comportarci come tali. Non dobbiamo essere invadenti né invasivi, poiché è molto importante che che loro non avvertano la nostra presenza come ingombrante, o peggio, come un pericolo per la loro incolumità. Ecco cosa è successo alle due escursioniste che sono state ferite da stambecco e mucca durante la loro gita in montagna.
Fare escursioni e passeggiare in alta montagna sta diventando pericoloso? No, affatto se si prendono le dovute misure di sicurezza ma soprattutto se non ci si pone come ospiti indesiderati davanti ai veri ‘padroni di casa’. Quello che è accaduto alle due escursioniste, una in Tirolo e l’altra in Val di Sole, ci ricordano quanto sia importante il rispetto del luogo e dei suoi abitanti.
Gli animali selvatici che popolano quelle zone possono sentirsi ‘minacciati’ dalla nostra (spesso invadente e irrispettosa) presenza, e dunque agire di conseguenza per proteggere se stessi, i loro simili e il territorio. Quando ci si ritrova ‘faccia a faccia’ con gli animali selvatici, come stambecco e mucca, è facile che avvengano degli incidenti, dalle ferite alle disastrose cadute dai dirupi.
Le due escursioniste in questione hanno vissuto momenti di grande paura e tensione: la prima, una ventiseienne che si trovava a passeggiare sul Sentiero degli Austriaci in Val di Sole, è stata completamente travolta da uno stambecco che è ‘sbucato’ da un cespuglio e l’ha spinta per una ventina di metri lungo la discesa. La ragazza ha riportato solo traumi al torace e alla caviglia ed è stata immediatamente soccorsa, ma poteva andarle decisamente peggio.
La seconda escursionista ferita in Tirolo, a Kühtai, aveva cercato di superare una mucca che ‘stanziava’ sul terreno ma che invece ha reagito con una testata, spingendola per alcuni metri. La donna, una sessantaquattrenne tedesca, ha riportato lesioni all’addome e alla testa.
Il principio di base fondamentale è che siamo ‘loro ospiti’, degli animali che incontreremo sul nostro cammino durante le nostre gite o escursioni. Non dobbiamo essere molesti né irrispettosi nei loro confronti e del territorio che abitano. Sarà dunque opportuno mantenere la distanza, non fare chiasso ed evitare di dare loro del cibo.

Ogni nostro comportamento potrebbe alterare le loro abitudini e, in qualche modo, danneggiarli. E’ bene osservare gli animali da lontano, per evitare che si sentano minacciati e possano reagire di conseguenza; non bisogna correre o fare movimenti bruschi, perché questo potrebbe insospettirli e metterli in guardia.
Anche in caso di animali ‘innocui’, come ad esempio la mucca nel caso della escursionista tedesca, non bisogna avvicinarsi a loro né tantomeno provare ad accarezzarli: sono esseri viventi che vanno rispettati e il loro spazio non deve mai essere invaso, benché il nostro comportamento sia spesso supportato dalle migliori intenzioni.
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Qualora ci ritrovassimo a passeggiare in montagna in compagnia del nostro cane, è bene tenerlo al guinzaglio per evitare che possa scappare e allarmare gli animali selvatici del luogo.
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Choc doveva portare le fedi al matrimonio di Van e João, ma è morto pochi giorni prima delle nozze. Lo sposo ha trovato un modo ... Leggi tutto
L’articolo Il loro cane perde la vita prima del matrimonio: la sorpresa dello sposo lascia tutti in lacrime è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Choc doveva portare le fedi al matrimonio di Van e João, ma è morto pochi giorni prima delle nozze. Lo sposo ha trovato un modo commovente per averlo comunque accanto.
Pochi giorni prima del matrimonio che avevano immaginato e preparato con tanta cura, Van e João hanno dovuto affrontare un dolore enorme: la morte del loro amato cane Choc. Non era semplicemente un animale domestico, ma un membro della famiglia e un compagno presente nella loro vita quotidiana.

Per lui, infatti, gli sposi avevano immaginato anche un ruolo speciale durante la cerimonia: sarebbe stato Choc a portare le fedi all’altare. La sua improvvisa scomparsa ha però cambiato tutto. Nel giorno delle nozze, João ha deciso di trasformare quel vuoto in un gesto d’amore, facendo in modo che Choc potesse essere simbolicamente accanto a loro.
Van e João hanno celebrato il loro matrimonio nell’agosto del 2025 con una suggestiva cerimonia all’aperto, circondati da fiori bianchi, decorazioni delicate, amici e familiari. Tra i protagonisti di quella giornata avrebbe dovuto esserci anche Choc. Il cane della coppia era stato scelto per un compito tenerissimo: accompagnare le fedi nuziali fino ai suoi umani.

La sua presenza non sarebbe stata soltanto una nota simpatica della cerimonia. Choc aveva condiviso con la coppia momenti, abitudini e anni di vita, diventando parte integrante della famiglia che Van e João avevano costruito insieme.
Poi, a pochi giorni dalle nozze, è arrivata la notizia che nessuno avrebbe voluto ricevere: Choc è morto.
La perdita del cane ha lasciato un vuoto ancora più doloroso perché avvenuta proprio a ridosso del matrimonio. Tutto era ormai pronto e quello che avrebbe dovuto essere un momento di pura felicità si è inevitabilmente intrecciato con il dolore dell’addio.
Per Van era difficile immaginare la cerimonia senza il suo amico a quattro zampe. Choc avrebbe dovuto percorrere la navata e raggiungere gli sposi con le fedi, diventando parte di uno dei ricordi più importanti della loro vita.
João conosceva bene il legame tra la futura moglie e il cane. Per questo ha deciso di organizzare in segreto qualcosa che permettesse a Choc di essere comunque presente. Quando è arrivato il momento delle fedi, le damigelle si sono avvicinate agli sposi portando qualcosa di inaspettato.
Accanto agli anelli c’erano una fotografia di Choc e un piccolo ciondolo contenente una parte delle sue ceneri. Un gesto semplice, ma dal significato enorme.
Choc non poteva più camminare verso l’altare come era stato immaginato. Eppure, attraverso quella fotografia e quel ricordo custodito nel ciondolo, il cane ha simbolicamente accompagnato Van e João nel momento della loro promessa.
La sorpresa ha inevitabilmente commosso la sposa e le persone presenti alla cerimonia. A raccontare e accompagnare la cerimonia è stato Gê Cotrim, celebrante conosciuto sui social per il suo modo romantico e informale di celebrare i matrimoni.
Il momento dedicato a Choc è stato ripreso e successivamente condiviso sul profilo TikTok del celebrante. Ad accompagnare le immagini, Cotrim ha scelto poche parole: «Perché Choc sarà per sempre nel loro cuore». Il filmato ha attirato numerosi commenti da parte degli utenti, molti dei quali hanno sottolineato la sensibilità del gesto compiuto dallo sposo e la profondità del rapporto che univa la coppia al proprio cane.
La tristezza per un’assenza così importante si è trasformata così in un omaggio capace di celebrare ciò che Choc aveva rappresentato durante la sua vita.
Chi ha vissuto per molti anni accanto a un animale sa quanto la sua perdita possa cambiare la quotidianità. Non scompare soltanto una presenza fisica: vengono improvvisamente a mancare abitudini, rumori, passeggiate, piccoli rituali e gesti che fino a quel momento sembravano scontati.
Restano però fotografie, oggetti e soprattutto ricordi. Ed è proprio attraverso questi ricordi che molti animali continuano ad avere un posto speciale nella storia delle loro famiglie.
Per Van e João, Choc sarà per sempre legato anche al giorno del matrimonio. Avrebbe dovuto portare le fedi all’altare e, anche se non ha potuto farlo come previsto, in qualche modo è riuscito comunque ad accompagnare i suoi umani.

Quella di Choc non è l’unica storia in cui una famiglia ha deciso di trasformare il dolore della perdita in un ricordo destinato a durare.
In Canada, Max, un Golden Retriever nato nel 2010, aveva trascorso quasi tredici anni accanto alla sua umana Shari. Il cane aveva scelto un punto preciso della scala di casa come suo luogo preferito: si sdraiava sempre lì, osservando la famiglia e tutto ciò che accadeva intorno a lui.
Proprio in quel posto, con la testa appoggiata sulle gambe di Shari, Max trascorse anche gli ultimi momenti della sua vita prima di morire nel gennaio del 2023. Quando, circa un anno più tardi, arrivò il momento di ristrutturare la scala, Shari prese una decisione speciale: lasciare intatto il punto in cui Max amava riposare.
Un piccolo spazio della casa diventato memoria. Proprio come la fotografia e il ciondolo di Choc al matrimonio di Van e João, anche quel gradino racconta quanto profondo possa diventare il legame tra una persona e il proprio animale e quanto, dopo l’addio, siano spesso i gesti più semplici a mantenerne vivo il ricordo.
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I delfini di Shark Bay sorprendono ancora: alcune femmine sembrano mostrare ai propri cuccioli come utilizzare le conchiglie per catturare i pesci, una sofisticata tecnica ... Leggi tutto
L’articolo Anche i delfini imparano dalla mamma: osservato un raro insegnamento tra madre e cucciolo è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
I delfini di Shark Bay sorprendono ancora: alcune femmine sembrano mostrare ai propri cuccioli come utilizzare le conchiglie per catturare i pesci, una sofisticata tecnica di caccia chiamata “shelling”.
I delfini continuano a sorprendere gli studiosi per la loro intelligenza e per la complessità delle relazioni sociali. Una nuova osservazione effettuata nelle acque australiane ha acceso l’attenzione su un particolare comportamento di caccia, conosciuto come “shelling”, e soprattutto sul modo in cui questa abilità potrebbe essere trasmessa dalle femmine adulte ai loro cuccioli.

Si tratta di una tecnica tutt’altro che comune e documentata soltanto in alcune popolazioni di delfini. Gli animali sfruttano le grandi conchiglie presenti sul fondale marino per riuscire a catturare piccoli pesci che cercano rifugio al loro interno.
La tecnica richiede una notevole coordinazione. Il delfino individua una conchiglia nella quale si è nascosto un pesce e la raccoglie utilizzando il rostro, cioè la parte anteriore e allungata della testa. Successivamente porta il guscio verso la superficie e lo solleva fuori dall’acqua. Facendo defluire l’acqua presente all’interno, riesce a far scivolare il pesce direttamente nella propria bocca.

È quindi una vera strategia di caccia che richiede esperienza e una precisa sequenza di movimenti. Proprio per questo gli studiosi sono particolarmente interessati a comprendere come i giovani delfini riescano ad apprenderla.
Una delle osservazioni più interessanti è avvenuta nell’area di Shark Bay, nell’Australia occidentale, una zona già conosciuta dagli studiosi per la presenza di delfini capaci di utilizzare questa tecnica.
Durante il monitoraggio, una femmina adulta è stata vista immergersi ripetutamente alla ricerca di cibo. In diverse occasioni è riemersa con una conchiglia, ma invece di svuotarla come normalmente avviene durante lo shelling, l’ha lasciata ricadere verso il fondale.
Le immagini riprese dall’alto hanno permesso di osservare quello che è successo successivamente. Il cucciolo che si trovava con lei ha recuperato la conchiglia e ha iniziato a manipolarla in maniera simile alla madre, tentando a sua volta di mettere in pratica la tecnica.
Dopo alcune emersioni, però, il giovane animale ha lasciato cadere il guscio ed è tornato in superficie senza la conchiglia. Secondo i ricercatori, potrebbe essere accaduto per inesperienza oppure perché il cucciolo non aveva ancora acquisito la necessaria dimestichezza con i movimenti richiesti.
L’episodio è particolarmente interessante perché potrebbe offrire nuovi elementi sul modo in cui determinate conoscenze vengono trasmesse tra generazioni.
In passato gli studiosi avevano già osservato che i delfini che frequentavano individui esperti nello shelling sembravano avere maggiori possibilità di apprendere questa particolare tecnica. Ciò suggerisce che le relazioni sociali possano avere un ruolo fondamentale nella diffusione di determinati comportamenti.

Le nuove osservazioni rafforzano l’ipotesi che anche il rapporto tra madre e cucciolo possa rappresentare un importante canale di apprendimento.
L’utilizzo delle conchiglie rappresenta un ulteriore esempio della straordinaria capacità dei delfini di adattare il proprio comportamento alle caratteristiche dell’ambiente.
Gli studiosi stanno inoltre cercando di comprendere quanto queste tecniche possano svilupparsi indipendentemente in popolazioni differenti. Osservazioni sull’uso delle conchiglie in diverse zone delle coste australiane potrebbero infatti indicare che comportamenti simili siano comparsi separatamente.
Studiare episodi come quello della femmina e del suo cucciolo permette quindi di conoscere meglio non soltanto le strategie alimentari dei delfini, ma anche la loro complessa vita sociale e le modalità attraverso le quali abilità ed esperienze possono essere trasmesse da un individuo all’altro.
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Quattro lemuri sono morti dopo aver contratto dagli esseri umani l’herpes: gli animali venivano utilizzati per le lezioni di yoga. Un patogeno del tutto comune ... Leggi tutto
L’articolo Un semplice herpes umano è costato la vita a quattro lemuri: uno veniva usato persino nelle lezioni di yoga è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Quattro lemuri sono morti dopo aver contratto dagli esseri umani l’herpes: gli animali venivano utilizzati per le lezioni di yoga.
Un patogeno del tutto comune per la specie umana, spesso confinato a un’irritazione passeggera o a un’infezione priva di sintomi manifesti, può trasformarsi in un agente ad altissima letalità quando supera la barriera di specie. È quanto accaduto negli Stati Uniti a quattro lemuri tenuti in cattività, la cui morte è stata direttamente collegata al contagio da Herpes Simplex di tipo 1 (HSV-1). Tra gli esemplari coinvolti figura anche un animale impiegato in un programma di interazione diretta con il pubblico all’interno di sessioni di yoga.

La vicenda, analizzata in uno studio scientifico pubblicato sul Journal of Zoo and Wildlife Medicine, costituisce la prima evidenza molecolare documentata della presenza e della pericolosità dell’HSV-1 nei lemuri. La ricerca pone l’accento sui rischi sanitari derivanti dall’assenza di barriere di biosicurezza tra esseri umani e primati non umani gestiti in contesti privati o ricreativi.
Gli animali oggetto dello studio appartenevano a tre distinte specie: due lemuri dalla coda ad anelli (Lemur catta), un lemure dal collare bianco e nero (Varecia variegata) e un esemplare ibrido tra Varecia rubra e Varecia variegata. Tutti gli individui erano custoditi all’interno di proprietà private negli Stati Uniti e le loro vicende cliniche sono state registrate nell’arco di un periodo di otto anni. Tra questi, un caso di particolare rilevanza riguarda un Lemur catta inserito in un’attività nota come «yoga con i lemuri». In questo tipo di iniziative, gli animali hanno la possibilità di muoversi senza costrizioni tra i partecipanti durante le sessioni di esercizio fisico, incrementando radicalmente le occasioni di contatto ravvicinato.
Jim Wellehan, docente presso il College of Veterinary Medicine dell’Università della Florida e coautore dell’indagine, ha chiarito che, sebbene non sia possibile individuare il momento esatto dell’infezione, la costante e stretta esposizione al pubblico rende l’origine umana del contagio la spiegazione scientificamente più plausibile. Gli altri tre lemuri esaminati nello studio erano tenuti come animali da compagnia o da collezione privata, contesti in cui la vicinanza fisica con i proprietari era ugualmente abituale e priva di restrizioni sanitarie.

L’HSV-1 è un virus a larga diffusione nella popolazione umana. La sua trasmissione avviene prevalentemente per contatto diretto con la saliva, con le mucose orali o con le lesioni cutanee attive. Non trattandosi di un patogeno a trasmissione aerea primaria, il fattore determinante per il contagio è la frequenza dell’interazione fisica. Pratiche quali il contatto diretto con il muso, le carezze sul volto o la condivisione di secrezioni corporee rappresentano vie d’accesso primarie per il virus. Se nell’uomo l’infezione decorre per lo più in forma asintomatica o con la comparsa di lievi manifestazioni cutanee, nei lemuri il quadro clinico si è rivelato devastante. I soggetti infetti hanno mostrato un rapido deterioramento delle condizioni generali, caratterizzato da letargia e inappetenza; comparsa di ulcere e lesioni a carico della cavità orale e della gola; difficoltà respiratorie; manifestazioni neurologiche acute.
In particolare, uno dei lemuri dalla coda ad anelli ha sviluppato crisi convulsive prolungate e refrattarie ai trattamenti, che ne hanno causato il decesso a sole 48 ore dalla prima valutazione veterinaria. L’esame autoptico e le successive analisi di laboratorio condotte sui tessuti cerebrali hanno confermato la causa della morte in un’encefalite acuta. Gli esami istologici hanno evidenziato una grave infiammazione del sistema nervoso centrale, accompagnata dalla distruzione delle cellule nervose e dalla presenza di inclusioni intranucleari, un’alterazione cellulare tipica delle infezioni da herpesvirus.

Le analisi di biologia molecolare hanno poi individuato la presenza diretta del materiale genetico e delle proteine dell’HSV-1 all’interno dei neuroni. Inoltre, per due dei quattro soggetti, l’infezione era stata rilevata quando gli animali erano ancora in vita tramite l’esecuzione di tamponi sulle mucose orali. Questo elemento rappresenta un passaggio tecnico rilevante, poiché dimostra la fattibilità di diagnosi precoci su individui vivi, consentendo eventualmente di tentare protocolli terapeutici tempestivi prima del compromettimento del quadro neurologico.
Dal punto di vista evolutivo, gli herpesvirus tendono a sviluppare un elevato grado di adattamento con la propria specie ospite tipica. L’HSV-1 ha coevoluto per millenni con la specie umana, che ha sviluppato meccanismi immunitari in grado di arginare la replicazione virale e prevenirne, nella quasi totalità dei casi, la diffusione al cervello. I lemuri, al contrario, non hanno mai sviluppato un adattamento biologico a questo specifico agente infettivo. Quando il salto di specie si verifica, il loro sistema immunitario risulta del tutto impreparato a gestire il patogeno, scatenando reazioni sistemiche e neurologiche letali.
Infezioni analoghe da HSV-1 con esito nefasto erano già state documentate in altre famiglie di primati non umani, come uistitì, saki e gibboni. Lo studio evidenzia tuttavia una differenza sostanziale tra le strutture zoologiche accreditate e i contesti di detenzione privata o di intrattenimento. Nelle prime, l’applicazione di severi protocolli di biosicurezza — che includono l’uso di dispositivi di protezione individuale e il divieto di contatto diretto per gli operatori con lesioni attive — riduce drasticamente la probabilità di trasmissione zoonotica inversa. I quattro casi analizzati dimostrano come l’assenza di tali precauzioni nelle attività ricreative o nella tenuta domestica di animali esotici esponga la fauna selvatica a rischi sanitari letali derivanti da patogeni umani comunemente considerati inoffensivi.
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E’ stata appena identificata ma è già in pericolo di vita: scoperta una nuova specie di scimmia in Congo ma rischiamo di non rivederla più ... Leggi tutto
L’articolo Scoperta una nuova specie di scimmia: una meraviglia della natura che rischia di durare troppo poco è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
E’ stata appena identificata ma è già in pericolo di vita: scoperta una nuova specie di scimmia in Congo ma rischiamo di non rivederla più a breve.

Credevamo fossero finite e invece ne è stata identificata un’altra: scoperta una nuova specie di scimmia. Sono passati ben 75 anni dall’ultima rivelazione di una specie africana di primate, dopo anni e anni di silenzio. Eppure questa ha delle caratteristiche ben specifiche: vediamo quali sono e che particolarità presenta grazie ad uno studio scientifico.
Dopo ben 75 anni dall’ultimo riconoscimento, una nuova specie è stata identificata e ha ricevuto il suo nome scientifico. Si tratta della specie Colobus Congoensis, che nel nome stesso richiama la sua terra d’origine, il Congo appunto. Il suo nome locale, quello col quale è diventata popolare nel luogo natio, è appunto Likweli.

Ma come si è arrivati a individuare una nuova categoria di scimmia? Non è stato un percorso breve né facile: ci sono volute ben 114 rilevazioni e tre esemplari morti, confiscati ai cacciatori. Per circa 10 anni non c’è stato alcun avvistamento, nei quali si sono condotte analisi genetiche, studi morfologici e registrazioni dei versi del suddetto esemplare.
Il primo avvistamento risale al 2008, nel Parco nazionale di Lomami nella Repubblica Democratica del Congo, grazie a una fotografia scattata dai ricercatori Ashley Vosper e Bernard Ikembelo. La popolazione locale è stata di fondamentale importanza per scoprire questa nuova scimmia con caratteristiche particolari rispetto alle altre, che vedremo di seguito.
Secondo gli abitanti del posto due nomi identificavano la stessa specie di scimmia: ”Likweli” per il gruppo indigeno Balanga e ”kasaba nkoni” (”quella che scuote i rami”) per la comunità Mituku. Nel 2018, quindi dopo ben 10 anni di ‘silenzio’, alcuni ricercatori fotografarono una scimmia con caratteristiche diverse dalle altre, ma solo nel 2026, l’unione dei dati scientifici (genetici e fisici) hanno potuto confermare che si tratta della specie Colobus Congoensis.
Più piccola rispetto ad altri esemplari della stessa specie Colobus, Likweli pesa solo 7 kg. Si caratterizza per un pelo quasi interamente nero, compresa la lunga coda e una sorta di ‘mantello’ sulle spalle. La particolarità di questa nuova specie scoperta è sicuramente la bocca, o meglio il suo contorno dai colori arancio e crema, sul labbro superiore e sul naso.
Questi stessi colori sono stati riscontrati anche nei tre esemplari confiscati ai cacciatori, insieme a pelli e scheletro. Oltre alla caratteristiche genetiche e fisiche, Likweli emette anche dei vocalizzi a frequenze elevate, precedute da una sorta di sbuffo, come gli altri esemplari registrati durante le rilevazioni.
Likweli, così come altri esemplari di altre specie, vive i pericoli di ogni primate: perdita del suo habitat naturale a causa del disboscamento, lo sfruttamento e il bracconaggio (forse qualcuno ricorda la scimpanzè traumatizzata dal bracconaggio). I tre esemplari confiscati ai cacciatori e il ridotto numero di esemplari come Likweli la rendono già una specie in pericolo di estinzione.
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Inoltre c’è da considerare che il suo habitat è molto piccolo: vive infatti in una zona ristretta, di circa 1700 km quadrati, all’interno del Parco nazionale di Lomami, tra i fiumi del Congo. Queste aree sono distrutte dalla mano dell’uomo, che taglia alberi della foresta per far spazio alle attività e alle strutture.
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In Sudafrica, tra i vigneti di Stellenbosch, 1.600 anatre aiutano a combattere naturalmente i parassiti. Un esempio di agricoltura sostenibile che coinvolge animali, biodiversità e ... Leggi tutto
L’articolo Sembrano andare tutte al lavoro: 1.600 anatre proteggono ogni giorno questi vigneti è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
In Sudafrica, tra i vigneti di Stellenbosch, 1.600 anatre aiutano a combattere naturalmente i parassiti. Un esempio di agricoltura sostenibile che coinvolge animali, biodiversità e viticoltura.
Una vigna curata dall’uomo, ma con l’aiuto quotidiano di una squadra davvero particolare: ben 1.600 anatre. Succede alla Vergenoegd Löw Wine Estate, storica tenuta vinicola di Stellenbosch, poco distante da Città del Capo, in Sudafrica.

Qui ogni mattina va in scena uno spettacolo che negli anni ha conquistato i social e attirato visitatori provenienti da tutto il mondo. Le anatre si muovono in gruppo all’interno della proprietà per raggiungere i vigneti e cominciare il loro particolare “turno di lavoro”.
Dietro una scena apparentemente buffa e spettacolare si nasconde però una precisa filosofia agricola: utilizzare gli animali come preziosi alleati nella gestione del territorio, limitando il ricorso a sostanze chimiche e favorendo un ecosistema più equilibrato.

La Vergenoegd Löw ha scelto di integrare diverse varietà di anatre, con una particolare presenza delle famose Corritrici Indiane, conosciute a livello internazionale come Indian Runner.
Una volta raggiunti i filari, questi animali fanno ciò che per loro è assolutamente naturale: cercano cibo. Lumache, insetti, larve e altri piccoli organismi presenti nel terreno diventano il loro pasto e, contemporaneamente, la loro attività contribuisce al controllo dei parassiti che potrebbero danneggiare le viti.
Si crea così una forma di collaborazione tra attività umana e comportamento animale. Le anatre possono alimentarsi liberamente mentre i vigneti beneficiano della loro presenza, riducendo la necessità di alcuni interventi esterni.
Anche gli escrementi lasciati dagli animali nei campi possono contribuire alla fertilizzazione del terreno, trasformando la presenza delle anatre in una risorsa sotto diversi punti di vista. Non si tratta di una trovata recente pensata per attirare turisti. Alla Vergenoegd questo approccio viene sviluppato fin dal 1983, quando la tenuta iniziò a sperimentare sistemi ecologici per contrastare i parassiti.
Inizialmente furono utilizzate anche le galline, che però si dimostrarono meno adatte. Le anatre, al contrario, si rivelarono particolarmente efficaci soprattutto nella ricerca di lumache e larve. Nel corso degli anni il metodo è stato perfezionato inserendolo in una filosofia più ampia orientata alla biodiversità, alla salute del terreno e alla riduzione dell’impiego di prodotti chimici.
La presenza degli animali è diventata quindi parte integrante dell’identità della tenuta. Oltre al valore agricolo, c’è inevitabilmente anche un lato spettacolare. Vedere centinaia di anatre muoversi tutte insieme è un’immagine difficile da dimenticare.
I video della loro corsa pubblicati sui social della tenuta sono diventati virali in numerose occasioni, facendo conoscere questa realtà ben oltre i confini del Sudafrica. La cosiddetta “duck parade” è diventata una vera attrazione per i visitatori, che possono osservare gli animali mentre attraversano la proprietà per raggiungere le zone della tenuta in cui vengono impiegati.
C’è chi arriva a Stellenbosch per conoscere i vini locali e chi inserisce la Vergenoegd Löw nel proprio itinerario proprio per vedere da vicino le celebri anatre. Ma dietro fotografie e video divertenti rimane il significato più interessante dell’iniziativa: mostrare concretamente come gli animali possano essere integrati nella gestione di un’azienda agricola.
Vergenoegd Löw non rappresenta l’unico esempio interessante nella regione vinicola di Stellenbosch.
Anche la Hartenberg Wine Estate ha scelto di integrare gli animali nella gestione della propria azienda agricola. In questo caso entrano in gioco diverse specie, tra cui bovini, ovini e anatre, che contribuiscono in modi differenti alla cura del territorio.
L’obiettivo è quello di adottare principi legati all’agricoltura rigenerativa, un modello che non punta esclusivamente alla produzione, ma cerca anche di preservare e ripristinare la fertilità del suolo, favorire la biodiversità e creare un ecosistema agricolo maggiormente equilibrato.
L’impiego degli animali può avere diverse funzioni: dal controllo della vegetazione alla fertilizzazione naturale dei terreni, fino alla gestione di alcuni parassiti. Hartenberg ha ottenuto anche una certificazione internazionale legata all’agricoltura rigenerativa, rafforzando ulteriormente un percorso nel quale il vigneto viene considerato parte di un ecosistema più ampio.
Tra le protagoniste di questo particolare modello agricolo c’è soprattutto la Corritrice Indiana, una delle anatre più facilmente riconoscibili al mondo. Il motivo è il suo curioso portamento. A differenza della maggior parte delle anatre, presenta infatti una postura quasi completamente eretta che, vista da lontano, può ricordare quella di un piccolo pinguino.
Anche il modo di spostarsi è caratteristico. Le Corritrici Indiane non procedono con il tipico andamento ondeggiante associato alle anatre, ma riescono a camminare e correre rapidamente mantenendo il corpo in posizione verticale.
È proprio questa loro capacità di percorrere velocemente il terreno, insieme alla naturale propensione alla ricerca di piccoli animali di cui nutrirsi, ad averle rese particolarmente interessanti anche in alcuni contesti agricoli.
Il nome Corritrice Indiana può trarre in inganno. Le origini storiche di questa particolare anatra vengono infatti ricondotte al Sud-est asiatico e in particolare all’arcipelago indonesiano, comprese aree come l’isola di Giava.
Si tratta inoltre di animali con una storia molto antica. Raffigurazioni e testimonianze provenienti dall’area asiatica suggeriscono infatti che anatre con caratteristiche simili fossero presenti nella regione già molti secoli fa.

In Indonesia e in altre zone dell’Asia l’allevamento delle anatre rappresenta da lungo tempo una componente importante della vita rurale. Ancora oggi è possibile osservare gruppi di anatre condotti attraverso le campagne, una pratica tradizionale che permette agli animali di spostarsi alla ricerca di alimento prima di essere ricondotti nei villaggi.
La storia delle anatre di Stellenbosch va quindi ben oltre la curiosità delle immagini diventate virali.
Alla Vergenoegd Löw le Corritrici Indiane sono diventate uno dei simboli della possibilità di integrare alcuni comportamenti naturali degli animali nelle attività agricole. Alla Hartenberg Wine Estate, invece, anatre, bovini e ovini fanno parte di un progetto più ampio orientato ai principi dell’agricoltura rigenerativa.
Due esperienze diverse ma accomunate dalla volontà di considerare il vigneto non come uno spazio isolato, bensì come un ecosistema nel quale terreno, piante, animali e attività dell’uomo sono strettamente collegati.
E così quella spettacolare corsa di centinaia di anatre che ogni giorno conquista i visitatori non è soltanto un’attrazione turistica. Dietro quei piccoli animali che corrono ordinatamente verso i filari c’è anche un’idea di agricoltura che cerca di lavorare insieme alla natura anziché sostituirla.
L’articolo Sembrano andare tutte al lavoro: 1.600 anatre proteggono ogni giorno questi vigneti è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.

Nello Stretto di Gibilterra, è stata ferita a colpi di fucile una delle orche più anziane: l’esemplare ha 60 anni di età. Un tragico episodio ... Leggi tutto
L’articolo Orrore nello Stretto di Gibilterra: ferita a colpi di fucile una delle orche più anziane di 60 anni è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Nello Stretto di Gibilterra, è stata ferita a colpi di fucile una delle orche più anziane: l’esemplare ha 60 anni di età.
Un tragico episodio di violenza contro la fauna marina rischia di compromettere la sopravvivenza della popolazione di orche iberiche, un nucleo ormai ridotto a un’esigua comunità compresa tra i 30 e i 40 esemplari. Toñi, l’orca matriarca di circa 60 anni nota comunemente come “La Nonna”, è stata individuata nelle acque dello Stretto di Gibilterra con la pinna dorsale gravemente danneggiata da almeno dieci colpi d’arma da fuoco, riconducibili all’impiego di un fucile da caccia.

A lanciare l’allarme sono stati gli attivisti e i ricercatori dell’organizzazione ecologista WeWhale, i quali monitorano costantemente gli spostamenti dei cetacei nell’area atlantica. L’analisi fotografica dettagliata della pinna ha confermato la gravità e la natura recente della ferita. Attraverso una nota diffusa sui propri canali sociali, l’associazione WeWhale ha precisato: «Le foto mostrano che almeno due o tre proiettili hanno attraversato la pinna, mentre gli altri potrebbero essere rimasti all’interno. Sappiamo che queste ferite sono recenti. Avevamo fotografato l’orca poche settimane fa e la pinna era intatta».
L’atto di bracconaggio ha destato profonda preoccupazione tra i biologi marini e i veterinari che seguono la specie. La pinna dorsale dei cetacei svolge infatti funzioni vitali per il loro sostentamento fisiologico. Come chiarito dagli esperti di WeWhale: «La pinna dorsale è molto vascolarizzata ed è importante per la termoregolazione. Ferite di questo tipo possono causare infiammazioni e infezioni». Il pericolo principale per la vita di Toñi è rappresentato ora dalle possibili complicazioni infettive derivanti dai pallini di piombo rimasti conficcati nei tessuti.
L’aggressione si inserisce in un contesto di forte tensione tra la fauna locale e l’attività umana, andatosi a inasprire a partire dal 2020. Negli ultimi anni si sono registrati circa 250 contatti diretti tra questi animali e le imbarcazioni da diporto che incrociano lo Stretto. Tali episodi hanno visto i cetacei – appartenenti in realtà alla famiglia dei delfinidi, con individui che possono raggiungere gli 8 metri di lunghezza e le 6 tonnellate di peso – avvicinarsi deliberatamente alle barche a vela. Il comportamento ricorrente prevede l’impatto contro le imbarcazioni, il danneggiamento dei timoni a morsi e provocati rollii agli scafi, in azioni di gruppo che talvolta si protraggono per un paio d’ore. Nel 2022 due barche a vela sono affondate in seguito a questi scontri (rispettivamente a luglio e novembre), mentre nel 2023 un’altra unità ha dovuto richiedere il traino in porto dopo la distruzione del timone.

Gli esemplari coinvolti negli attacchi vengono correntemente identificati con l’appellativo di “Gladis“, termine che richiama la figura del gladiatore. Sebbene gli studiosi di WeWhale abbiano censito circa 14 orche “Gladis”, la matriarca Toñi non risulta aver mai preso parte a tali aggressioni. La narrativa locale e le ricostruzioni degli ambientalisti collegano l’origine di questi comportamenti anomali a Gladis Bianca, nipote di Toñi. La leggenda riferisce che Gladis Bianca, subita un’aggressione da parte dell’uomo mentre era incinta, avrebbe iniziato a speronare le navi, mostrando ancora oggi varie cicatrici sul dorso.
L’episodio del ferimento di Toñi ha spinto le autorità governative a reagire con fermezza. Il Ministero dell’Ambiente spagnolo ha formalmente aperto un’indagine per identificare i responsabili dello sparo, prendendo in considerazione anche l’ipotesi che l’evento possa essersi verificato nelle acque territoriali del Portogallo prima dell’avvistamento nello Stretto. La viceministra spagnola Sara Aagesen ha sottolineato la gravità del fatto dichiarando che l’orca iberica «è una specie vulnerabile e danneggiarla rappresenta un crimine grave».

Ferma resta la condanna da parte della comunità scientifica e delle associazioni di tutela ambientale di fronte a qualsiasi gesto di ritorsione violenta. Gli esponenti di WeWhale hanno ribadito la necessità di tutelare una popolazione già a forte rischio di estinzione, concludendo che «qualunque cosa si possa pensare delle interazioni fra orche e imbarcazioni, sparare a questi animali non può mai essere una risposta accettabile».
Le orche (note con il nome scientifico di Orcinus orca secondo la classificazione tassonomica di Linneo del 1758) sono mammiferi marini appartenenti alla famiglia dei delfinidi (cetacei odontoceti); sono animali sociali, che trascorrono tutta la vita insieme ai loro simili. Vivono in tutti i mari e in tutti gli oceani del mondo, dalle fredde regioni artiche e antartiche, fino ai mari tropicali, anche se preferiscono le acque fredde sia artiche che antartiche; sono considerate dei superpredatori in quanto si trovano all’apice della piramide alimentare. Secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura (conosciuta con l’acronimo di IUCN dall’inglese International Union for the Conservation of Nature), alcune popolazioni locali di orche sono però considerate una specie minacciata e in pericolo a causa della distruzione del loro habitat, dell’inquinamento, della pesca e della cattura per il loro utilizzo nei parchi marini (soprattutto negli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo).
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Haze trascorre quasi un anno in rifugio dopo che la sua proprietaria Ana finisce in coma. Quando la donna guarisce, scopre che la sua cagnolina ... Leggi tutto
L’articolo La sua umana finisce in coma e Haze resta in rifugio: un anno dopo accade qualcosa di meraviglioso è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Haze trascorre quasi un anno in rifugio dopo che la sua proprietaria Ana finisce in coma. Quando la donna guarisce, scopre che la sua cagnolina è ancora lì e torna a prenderla.
Per quasi un anno Haze ha vissuto in un rifugio aspettando una nuova famiglia. Era giovane, affettuosa, intelligente e aveva conquistato tutti gli operatori che si prendevano cura di lei. Eppure, nonostante gli appelli e la visibilità ricevuta, nessuno l’aveva mai adottata.

Dietro quella lunga attesa, però, si nascondeva una storia che nessuno avrebbe potuto immaginare. La sua proprietaria Ana, dalla quale Haze era stata separata dopo un grave incidente stradale, era finita in coma. Quando la donna si è ripresa e ha ricominciato a costruire la propria vita, era convinta che la sua amata cagnolina avesse ormai trovato un’altra casa. La realtà era molto diversa: Haze era ancora alla San Diego Humane Society. E quando Ana l’ha scoperto, dopo circa un anno di separazione, è iniziato il percorso verso una riunione che ha emozionato tutti.
La vita di Haze è cambiata improvvisamente quando Ana è rimasta coinvolta in un grave incidente automobilistico. Le conseguenze sono state drammatiche e la donna è finita in coma. Non essendoci la possibilità di occuparsi della cagnolina, un familiare ha preso la difficile decisione di affidarla alla San Diego Humane Society.

Per Haze significava perdere improvvisamente tutti i suoi punti di riferimento. La casa, le abitudini quotidiane e soprattutto Ana non facevano più parte delle sue giornate. Al loro posto c’era un ambiente completamente nuovo, con persone sconosciute e altri animali.
Gli operatori del rifugio hanno però scoperto rapidamente il suo carattere speciale. Haze era una cagnolina socievole, intelligente e affettuosa, capace di creare facilmente un rapporto con le persone. Tutto lasciava pensare che la sua permanenza nella struttura sarebbe stata breve.
Con il trascorrere delle settimane, però, qualcosa ha iniziato a sorprendere gli operatori. Nonostante le sue qualità, Haze continuava a non trovare una famiglia.
Il rifugio cercò anche di aumentare la sua visibilità. Nina Thompson, responsabile delle pubbliche relazioni della San Diego Humane Society, ha raccontato a The Dodo di aver portato Haze persino in diversi programmi televisivi per farla conoscere a un pubblico più ampio.
Era difficile comprendere perché una cagnolina giovane, bella e intelligente continuasse a essere ignorata dalle potenziali famiglie adottive. I mesi passavano e Haze rimaneva al rifugio. Nessuno poteva sapere che, mentre lei continuava ad aspettare, dall’altra parte della città la persona più importante della sua vita stava combattendo per tornare alla normalità.
Dopo il terribile incidente, Ana è riuscita a riprendersi dal coma. Il percorso che l’ha riportata alla sua quotidianità è stato lungo, mentre Haze continuava a vivere nel rifugio. Quando finalmente la donna è stata nuovamente nelle condizioni di occuparsi di un animale, era convinta che fosse ormai troppo tardi per ritrovare la sua cagnolina.
Era passato quasi un anno e Ana pensava che Haze fosse stata adottata da tempo e che avesse iniziato una nuova vita con un’altra famiglia. Decise così di visitare il sito della San Diego Humane Society con l’intenzione di cercare un altro cane da accogliere. Poi accadde qualcosa di completamente inaspettato.
Mentre guardava i cani in cerca di casa, Ana si trovò davanti un volto impossibile da dimenticare. Era Haze. La cagnolina dalla quale era stata costretta a separarsi era ancora nel rifugio. Dopo quasi un anno, nessuno l’aveva adottata. Per Ana fu una scoperta incredibile. Contattò immediatamente la struttura e raccontò agli operatori ciò che era successo.
Anche per il personale della San Diego Humane Society fu una sorpresa enorme: la proprietaria di Haze, che aveva dovuto separarsi da lei a causa di circostanze drammatiche, era tornata. A quel punto mancava soltanto una cosa: farle incontrare nuovamente.
Ana si è recata al rifugio per rivedere Haze e riportarla finalmente a casa. Un membro dello staff ha accompagnato la cagnolina verso di lei. Nei primi istanti Haze si è avvicinata e ha iniziato a cercare il contatto fisico.
Secondo il racconto di Nina Thompson, la cagnolina ha cominciato ad appoggiarsi ad Ana e a riempirla di baci. Poco dopo ha iniziato anche a saltarle addosso, quasi volesse abbracciarla e recuperare in pochi istanti tutto il tempo trascorso lontane.
Con il passare dei minuti è arrivato un altro segnale importante: la coda di Haze ha iniziato a muoversi e il suo corpo è apparso sempre più rilassato. Per chi ha assistito alla scena non sembravano esserci dubbi: Haze aveva riconosciuto la sua persona. La distanza di un anno non era riuscita a cancellare il loro legame.

Per mesi gli operatori si erano domandati come fosse possibile che nessuno avesse scelto Haze. Aveva tutte le caratteristiche che avrebbero potuto renderla una candidata ideale per l’adozione: era giovane, intelligente, bella e affettuosa. Eppure ogni tentativo di trovarle una nuova casa sembrava non funzionare.
Alla fine, quella lunga permanenza in rifugio ha permesso qualcosa che sembrava ormai impossibile: Haze era ancora lì proprio quando Ana è riuscita a tornare a cercarla. Dopo l’incidente, il coma, la separazione e quasi un anno trascorso lontane, le loro vite si sono incrociate una seconda volta.
Haze ha così lasciato il rifugio non insieme a una nuova famiglia, ma accanto alla persona che aveva sempre conosciuto e amato. Una storia che ricorda quanto possa essere profondo il legame costruito tra una persona e il proprio animale e quanto, anche dopo una lunga separazione, alcuni affetti possano rimanere sorprendentemente forti.
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Bono, Labrador campione di surf dog, compie 16 anni. La sua famiglia affronta 20 ore di viaggio per riportarlo nella Penisola di Maraú, il luogo ... Leggi tutto
L’articolo 20 ore di macchina per il compleanno del loro cane anziano: quando Bono capisce dove lo stanno portando si emozionano tutti è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Bono, Labrador campione di surf dog, compie 16 anni. La sua famiglia affronta 20 ore di viaggio per riportarlo nella Penisola di Maraú, il luogo che ama di più.
Per il suo sedicesimo compleanno Bono non ha ricevuto un nuovo gioco, una coperta o qualche goloso premio. La sua famiglia ha scelto per lui qualcosa di molto più prezioso: un viaggio verso il luogo in cui, negli anni, è stato più felice.

Camila e Ivan hanno affrontato circa 20 ore di automobile per riportare il loro Labrador nella Penisola di Maraú, nello Stato brasiliano di Bahia. Un angolo di natura fatto di acqua, lagune e paesaggi che Bono conosce bene e al quale sono legati tanti ricordi della sua lunga vita.
Un regalo dal significato ancora più profondo considerando che Bono non è un cane qualunque: da giovane è stato uno straordinario protagonista del surf dog, arrivando a conquistare sette titoli mondiali. Oggi, però, le gare e i record appartengono al passato. A 16 anni contano soprattutto la serenità, gli affetti e la possibilità di continuare a vivere le esperienze che ama, rispettando i limiti imposti dall’età.

Bono ha compiuto 16 anni il primo agosto, un’età davvero importante per un Labrador. Per celebrare questo traguardo, Camila e Ivan hanno deciso di partire insieme alla figlia e agli altri animali della famiglia. La destinazione non è stata scelta a caso. La Penisola di Maraú rappresenta per Bono un luogo speciale, tanto che Ivan la considera il suo vero e proprio “paradiso sulla Terra”.
Raggiungerla ha richiesto un lungo viaggio in automobile, ma per la famiglia ne è valsa la pena. L’obiettivo era permettere al cane anziano di ritrovare odori, paesaggi e soprattutto quell’acqua che ha accompagnato tanti momenti felici della sua esistenza.
Una volta arrivato, Bono ha avuto bisogno di aiuto per camminare. L’età si fa inevitabilmente sentire e i movimenti non sono più quelli di un tempo. Eppure, davanti a un ambiente così familiare, il Labrador ha mostrato ancora una volta tutta la sua voglia di vivere, arrivando persino a concedersi una piccola corsa.
La storia di Bono è strettamente legata a quella della sua famiglia. Camila e Ivan vivono con la figlia, tre cani e una gatta e hanno sempre condiviso con i loro animali numerose esperienze all’aria aperta. Proprio grazie a Bono è nata la loro avventura come “Família Surf Dog”.
Quando era più giovane, il Labrador ha iniziato a praticare surf insieme a Ivan, trasformando quella passione in qualcosa di straordinario. Bono è diventato un vero campione del surf dog, conquistando sette titoli mondiali e raggiungendo anche un traguardo legato al Guinness World Records.
Dietro i successi sportivi, però, c’è sempre stato qualcosa di più importante: il rapporto costruito giorno dopo giorno con la sua famiglia. Il legame tra Bono, Camila e Ivan non si è mai limitato alle competizioni. Il Labrador ha accompagnato la coppia durante alcuni dei momenti più significativi della loro vita.
Nel 2022, quando Camila e Ivan si sono sposati, Bono ha avuto persino un ruolo speciale durante la cerimonia: è stato lui a portare le fedi agli sposi, accompagnato dagli altri cani di casa.
Un episodio che racconta perfettamente quanto Bono sia importante per loro. Non semplicemente un animale domestico, ma un componente della famiglia che ha partecipato ai cambiamenti, alle gioie e alle avventure vissute nel corso degli anni.
Con l’avanzare dell’età, la quotidianità di Bono è inevitabilmente cambiata. Le onde affrontate durante le competizioni e i grandi traguardi sportivi hanno lasciato spazio a ritmi più tranquilli. Per Camila e Ivan, la priorità è diventata garantire al loro cane la migliore qualità di vita possibile.
Questo significa rispettare le sue esigenze e comprendere che ciò che un tempo poteva essere una lunga avventura oggi può trasformarsi in una breve passeggiata, qualche minuto nell’acqua o semplicemente un momento trascorso al sole insieme alle persone che ama.
Il viaggio nella Penisola di Maraú nasce proprio da questo desiderio: non chiedere a Bono di tornare il cane atletico di un tempo, ma permettergli di continuare a essere felice nel presente.
Il raggiungimento dei 16 anni ha avuto un significato particolare anche per Ivan. Quando Bono era giovane, l’uomo scherzava sull’esistenza di una sorta di “contratto” immaginario tra loro: il Labrador avrebbe dovuto promettergli di arrivare proprio a quell’età.
Quella che allora era soltanto una battuta, con il passare degli anni si è trasformata in qualcosa di molto più emozionante.
Il sedicesimo compleanno porta inevitabilmente con sé anche la consapevolezza del tempo trascorso. Ivan ha ricordato le esperienze condivise con Bono, dai viaggi alle competizioni, passando per il volontariato e per i tanti momenti della loro vita quotidiana.
Oggi il desiderio è semplice: continuare a godersi il tempo insieme e fare tutto il possibile affinché Bono possa affrontare serenamente questa delicata fase della sua vita.
Anche Camila ha ricordato quanto Bono abbia contribuito alla costruzione della loro famiglia. Prima ancora della nascita della figlia, il Labrador le avrebbe insegnato valori come la responsabilità, la pazienza e la dedizione.
L’invecchiamento non ha cancellato il desiderio di Bono di partecipare alla vita familiare. Anche se cammina più lentamente e necessita di maggiore assistenza, continua ad amare le uscite, il contatto con la natura e soprattutto l’acqua.
È un aspetto importante quando si vive con un cane anziano: rallentare non significa necessariamente smettere di vivere esperienze piacevoli.
Con l’invecchiamento possono verificarsi una riduzione della massa muscolare e della resistenza, una maggiore rigidità articolare e cambiamenti a carico della vista o dell’udito. Ogni cane, naturalmente, invecchia in maniera diversa e le sue attività devono essere adattate alle condizioni individuali.

Anche un cane senior può continuare a muoversi e a ricevere stimoli, purché l’attività sia compatibile con il suo stato di salute e con le indicazioni del veterinario.
Le passeggiate possono diventare più brevi, le pause più frequenti e le giornate meno impegnative. L’obiettivo non deve essere quello di far comportare un cane anziano come quando era giovane, ma di preservare il suo benessere e la sua qualità di vita.
Acqua sempre disponibile, temperature adeguate, superfici sicure, riposo e attenzione ai segnali di affaticamento diventano ancora più importanti. Ed è esattamente questo lo spirito con cui Bono è tornato nella Penisola di Maraú.
Non doveva dimostrare nulla. Non c’erano giudici, classifiche o titoli da conquistare. C’erano soltanto la sua famiglia, la natura e quell’acqua che ha accompagnato una parte così importante della sua esistenza. Dalle grandi onde delle competizioni alle passeggiate più lente. Dai sette titoli mondiali alle piccole conquiste di ogni giorno.
A 16 anni Bono segue un ritmo diverso, ma continua a cercare ciò che lo rende felice. È forse il regalo più bello che Camila e Ivan potessero fargli era proprio questo: lasciargli ancora la possibilità di scegliere, con i suoi tempi, la strada che porta verso il suo posto del cuore.
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Per due settimane Journey è sopravvissuta accanto ai binari, terrorizzata dai treni e dagli uomini, finché qualcuno non l’ha salvata davvero. Per quattordici lunghissimi giorni ... Leggi tutto
L’articolo Abbandonata sui binari, sopravvive per 14 giorni con i treni che le sfrecciano accanto è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Per due settimane Journey è sopravvissuta accanto ai binari, terrorizzata dai treni e dagli uomini, finché qualcuno non l’ha salvata davvero.
Per quattordici lunghissimi giorni la sua vita è rimasta sospesa tra il rumore dei treni e la paura di essere travolta. Journey, una piccola Boston terrier, era stata abbandonata nei pressi di una ferrovia, costretta a sopravvivere completamente sola in un luogo dove ogni movimento sbagliato avrebbe potuto esserle fatale.

La cagnolina aveva individuato sotto un piccolo albero quello che probabilmente considerava il posto più sicuro a sua disposizione. Un riparo fragile, circondato però dai binari e dal continuo passaggio dei convogli.
La situazione era estremamente delicata. Journey non doveva soltanto affrontare fame, solitudine e pericoli della ferrovia: con il passare dei giorni aveva sviluppato una fortissima paura delle persone.

Diversi tentativi di recuperarla, infatti, si erano trasformati in inseguimenti e la cagnolina aveva cominciato ad associare la presenza umana a qualcosa da cui scappare. Anche chi cercava di aiutarla diventava, ai suoi occhi, una possibile minaccia.
La paura era arrivata al punto che Journey esitava persino a tornare sotto l’albero che fino a quel momento le aveva offerto un minimo di protezione. Avvicinarla con la forza sarebbe stato troppo rischioso: spaventandosi avrebbe potuto correre proprio verso i binari mentre sopraggiungeva un treno.
Servivano quindi pazienza, prudenza e soprattutto una strategia che permettesse di metterla in salvo senza costringerla a fuggire ancora.
A occuparsi del recupero sono state Suzette Hall e Rosario Ortiz, volontarie di Logan’s Legacy 29, che hanno trascorso ore sul posto nel tentativo di conquistare la fiducia della piccola Boston terrier.
Le ricerche sono proseguite anche quando è arrivato il buio. Suzette si è spinta lungo la ferrovia durante la notte cercando di individuare Journey, consapevole che lasciarla ancora lì avrebbe significato esporla nuovamente al passaggio dei treni.
Ma quella sera ogni tentativo è risultato inutile. La cagnolina continuava a scappare e non era ancora possibile recuperarla in sicurezza. Le volontarie, però, non hanno rinunciato.
Il giorno seguente è stata scelta una strategia diversa. In una zona sopraelevata rispetto ai binari è stata sistemata una trappola, nella speranza che Journey decidesse di avvicinarsi spontaneamente.
Questa volta l’attesa ha dato il risultato sperato.
La Boston terrier si è avvicinata ed è entrata nella trappola. Quando il dispositivo si è chiuso, dopo circa due settimane trascorse a scappare da tutto e da tutti, Journey era finalmente al sicuro.
Niente più treni che le sfrecciavano accanto, nessuna fuga disperata e nessuna notte trascorsa sotto quell’albero cercando un posto nel quale sentirsi protetta.
Il nome scelto per lei racconta proprio ciò che ha attraversato. In inglese “Journey” significa “viaggio”, e il suo è stato un percorso fatto di paura, resistenza e sopravvivenza.
Per quattordici giorni questa piccola cagnolina ha dovuto cavarsela da sola in un ambiente estremamente pericoloso, senza poter comprendere quali persone volessero davvero aiutarla.
Ora, però, quel viaggio sui binari è terminato. Davanti a Journey può finalmente cominciarne un altro: quello verso una vita nella quale non sarà più costretta a correre per salvarsi.
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Non è sempre un bello spettacolo quello che avviene dietro le quinte: un’inchiesta italiana sui circhi fa emergere maltrattamenti su animali e lavoratori. Non è ... Leggi tutto
L’articolo Un’inchiesta scuote il mondo dei circhi: emergono presunti maltrattamenti su animali e lavoratori è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Non è sempre un bello spettacolo quello che avviene dietro le quinte: un’inchiesta italiana sui circhi fa emergere maltrattamenti su animali e lavoratori.

Non è tutto oro ciò che luccica, ed è proprio vero: anche in un mondo di morbide piume e scintillanti paillettes possono nascondersi oscure realtà. Un’inchiesta sui circhi ha fatto emergere maltrattamenti sui suoi protagonisti, sia animali sia umani. Pare che le condizioni di lavoro a cui sono costretti tutti siano inumani e si parla di ‘sfruttamento’. Ecco cosa è emerso di agghiacciante dietro questo mondo che dovrebbe far divertire grandi e piccoli.
Quando il sipario si alza sullo show siamo accecati dal luccichio delle paillettes e dalle acrobazie di animali e umani, ma quando le luci dei riflettori si spengono si rivela una realtà molto meno luminosa, quasi oscura. Questo è il risultato dell’inchiesta italiana condotta da LAV e dalla Fondazione Franz Weber sul ‘sistema circo’, così come viene definito il meccanismo che regola la vita di circensi animali e umani.

Si parla di vero e proprio sfruttamento, detenzione di uomini e animali, entrambi operatori del circo, in una sorta di stato di sottomissione perenne, spesso reso ancora più crudele dall’utilizzo della crudeltà e di abusi. Ben lontano dal concetto di ‘famiglia’ che si vuole mostrare al pubblico, qui i lavoratori sono maltrattati, abusati e schiavizzati, costretti a vivere e lavorare in condizioni disumane.
L’inchiesta è stata condotta sul Circo Medini nel periodo compreso tra gennaio e maggio 2026, quindi davvero in tempi recentissimi. Le accuse venute a galla sono molteplici e vanno dal maltrattamento animali (spesso colpiti con fruste e bastoni), impiego di lavoratori a nero e minorenni.
Forse qualcuno avrà già sentito parlare in negativo del Circo Medini lo scorso anno, sempre per maltrattamenti e abusi. Sullo stesso circo si sono nuovamente accese le luci della suddetta inchiesta italiana: dopo notizie confortanti di liberazione di alcuni animali, prima impiegati nel circo, come l’addio agli elefanti e di Viola che può finalmente lasciarsi il passato alle spalle, pare che in Italia si è ancora ben lontani dall’eliminazione degli animali durante gli spettacoli offerti al pubblico.

Le riprese condotte dalla LAV e dalla Fondazione Weber hanno evidenziato abusi fisici sugli animali, come il tirare i dromedari per la coda, il colpire pony con bastoni e calci, il detenere gli stessi in gabbie piccole e anguste, senza possibilità di spazi adeguati per il risposo tra uno spettacolo e l’altro (perfino un ippopotamo costretto a vivere senza una vasca d’acqua). Il tutto ‘condito’ da insulti e cattive parole rivolte ai lavoratori animali.
I bambini (di circa 11 anni), illecitamente impiegati a lavorare nella medesima realtà, appaiono replicare i comportamenti abusivi degli adulti, come unica modalità di educazione che si tramanda da una generazione all’altra. Uno dei bambini ‘impiegati’ nel circo ha candidamente confessato di non lavorare su tutte le piazze in cui si ferma il circo, ma solo su quelle dove il padre non teme controlli e multe.
Si chiede al Ministro Giuli e al sottosegretario alla cultura Cannella di vietare l’uso di animali all’interno del sistema circense con un provvedimento istituzionale che metta fine definitivamente a questo scempio. Il caso Medini, così come quello Martini non è l’unico in Italia. Ma la messa in atto della Legge 106 che delega il Governo a riordinare le norme sullo spettacolo, rivedere sostegni e tutele ai lavoratori entro il 31 dicembre 2026.

Scopri le altre notizie della nostra redazione:
Oltre al maltrattamento animali, si configurerebbero anche altri disagi creati all’ambiente, come il rilascio sistematico di letame e cumuli di rifiuti da smaltire nelle campagne delle piazze circensi. Insomma una situazione insostenibile, che si spera finisca al più presto.
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L’incredibile storia del ritorno a casa in Portogallo dalla sua famiglia di un gatto smarritosi in Belgio: il viaggio compiuto dal quattro zampe negli ultimi ... Leggi tutto
L’articolo Dopo tre lunghi anni, quando ormai ogni speranza era spenta, il gatto perso in Belgio riabbraccia la sua famiglia in Portogallo è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
L’incredibile storia del ritorno a casa in Portogallo dalla sua famiglia di un gatto smarritosi in Belgio: il viaggio compiuto dal quattro zampe negli ultimi tre anni emoziona il web.
Un lungo silenzio durato tre anni, un tragico incidente stradale alle porte di Bruxelles, un chip elettronico fondamentale e la generosità di un corpo di vigili del fuoco in missione internazionale. È la sintesi di un’incredibile vicenda di solidarietà transnazionale che ha permesso a un felino domestico di fare ritorno dalla sua proprietaria a Braga, in Portogallo, dopo essersi smarrito in terra belga nel 2021.

Tutto ha inizio tre anni fa. La proprietaria portoghese si trova in visita in Belgio accompagnata dalla sua gatta. Durante il soggiorno, l’animale sfugge all’attenzione della donna e fa perdere le proprie tracce. Nonostante le immediate ricerche, i tentativi di avvistamento e le segnalazioni locali, del felino non si trova più alcuna notizia. I giorni si trasformano in mesi e i mesi in anni. Con il passare del tempo, la speranza di riabbracciare il piccolo felino diminuisce progressivamente, lasciando spazio alla rassegnazione di averlo perso per sempre.
La svolta avviene di recente nei pressi della capitale belga, Bruxelles. La gatta viene travolta da un veicolo e rimane ferita a bordo strada. Notata da alcuni passanti, viene prontamente soccorsa e trasferita in un rifugio per animali del territorio. All’interno della struttura, l’animale riceve le cure veterinarie necessarie, i trattamenti sanitari per riprendersi dal trauma e le vaccinazioni di routine. Una volta stabilizzata la salute del felino, gli operatori procedono con la scansione del microchip. È la mossa decisiva: il dispositivo rivela i dati identificativi dell’animale e i recapiti telefonici della proprietaria residente in Portogallo.

Una volta contattata, la donna apprende con enorme sollievo la notizia del ritrovamento. Tuttavia, sorge immediatamente un ostacolo logistico di non poco conto: per motivi personali ed economici, la proprietaria non ha la possibilità di viaggiare fino in Belgio per recuperare la gatta. Per superare l’impasse, le strutture di accoglienza e i volontari belgi decidono di lanciare un appello pubblico attraverso i media locali, cercando viaggiatori disponibili ad farsi carico del trasporto dell’animale verso il Portogallo. L’annuncio viene intercettato dai membri di ERA-Belgium, un’associazione di soccorritori e vigili del fuoco. Casualmente, una squadra di operatori belgi ha già in programma una trasferta verso la penisola iberica per prendere parte a un programma di addestramento e scambio professionale con i Bombeiros Voluntários di Paredes de Coura, comune situato nella regione settentrionale dell’Alto Minho.
Compresa la situazione, i vigili del fuoco belgi offrono la propria disponibilità e prendono in custodia la gatta per l’intero tragitto via terra. Prima di raggiungere la destinazione finale del loro addestramento a Paredes de Coura, la squadra belga effettua una deviazione sul percorso programmato per fermarsi a Braga. Qui ha luogo l’incontro risolutivo: la gatta viene consegnata direttamente nelle mani della sua legittima proprietaria, ponendo fine a un periodo di separazione lungo oltre mille giorni.
Solo dopo aver assistito al felice ricongiungimento, gli operatori belgi riprendono il viaggio per raggiungere i colleghi portoghesi nell’Alto Minho. L’episodio ha suscitato grande risonanza sia in Belgio sia in Portogallo, diventando un simbolo di cooperazione transfrontaliera. Tra le varie emittenti ed enti locali che hanno documentato l’accaduto, la pagina ufficiale Instagram dell’emittente regionale portoghese @altominho.tv ha dedicato un ampio post per celebrare l’operazione di soccorso e trasporto. Il video può essere visto cliccando su questo link.

Nel testo diffuso sul social network, l’emittente definisce la vicenda come “una storia emozionante di solidarietà e cooperazione internazionale” che “si è intrecciata, questo fine settimana, con Paredes de Coura”. Il resoconto pubblicato su Instagram ripercorre accuratamente le fasi salienti della vicenda, ricordando che la squadra di ERA-Belgium “ha trasportato una gatta scomparsa tre anni fa in Belgio per consegnarla alla sua proprietaria, residente a Braga”. Il post sottolinea inoltre le perfette condizioni di salute dell’animale al momento della riconsegna, specificando che il felino è giunto a destinazione “dopo essersi completamente ripresa, essere stata vaccinata e identificata tramite microchip”.
Infine, la pubblicazione riserva un plauso all’iniziativa dei soccorritori belgi, la cui deviazione dell’ultimo minuto ha consentito di trasformare un viaggio di lavoro in un gesto umano significativo: “La squadra ha consegnato l’animale a Braga prima di proseguire verso l’Alto Minho, in un ricongiungimento pieno di emozione che ha messo fine a tre anni di incertezza e ha regalato un lieto fine a questa storia”. L’intera vicenda sottolinea non soltanto l’efficacia e l’importanza dei sistemi elettronici di anagrafe animale come il microchip, ma anche il valore fondamentale della collaborazione tra enti, soccorritori e cittadini al di là dei confini nazionali.
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Struttura chiusa ma per un’ottima ragione: colibrì costruisce nido nel canestro e il Comune chiude il campo, dando una lezione di rispetto per la natura. ... Leggi tutto
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Struttura chiusa ma per un’ottima ragione: colibrì costruisce nido nel canestro e il Comune chiude il campo, dando una lezione di rispetto per la natura.

Chiuso per un mese, tale il tempo necessario affinché il miracolo della natura faccia il suo corso: è successo in Cile, dove un colibrì costruisce nido nel canestro di un campo da gioco, molto frequentato da bambini e adolescenti. Sono stati proprio questi ultimi a dare l’allarme e denunciare il fatto: avevano visto una strana ‘costruzione’ proprio in uno dei canestri dove amavano giocare a basket. Ed è stato il Comune a prendere una decisione importante e a dare una lezione di rispetto per la natura e gli animali.
Chi considera i ragazzi di oggi poco attenti e superficiali nei confronti del mondo esterno dovrà ricredersi: sono stati proprio loro, assidui frequentatori del campetto, a segnalare alle autorità la presenza di una strana formazione in uno dei canestri. Proprio lì, dove giocavano a basket ogni giorno, si stava svolgendo il miracolo della natura.

Un colibrì aveva deposto le sue uova proprio nel nido che aveva costruito nel canestro di uno dei parchi più frequentati del Comune di Mejillones, in Cile: si vede che quel luogo gli era sembrato il più adatto per far nascere i suoi piccoli. E allora il Comune ha pensato di tutelare queste nuove vite che stavano nascendo e ha predisposto il tutto per la chiusura del campo.
I bambini sono stati ben felici di accogliere questo provvedimento, preferendo giocare in altri spazi del posto, lasciando così alla natura la possibilità di prendersi il suo tempo. La chiusura è stata fissata per 60 giorni, il tempo necessario per la schiusa delle uova e per l’abbandono del nido da parte dei nuovi nati.
Il provvedimento immediato di chiusura del campo ha dato una dimostrazione diretta di come si rispetta la natura, coi suoi tempi e le sue esigenze: insomma meglio di qualsiasi altra lezione di ecologia a scuola. I bambini hanno appreso molto da questo insegnamento e hanno accettato di buon grado di andare a giocare in altri spazi messi a disposizione dal Comune, sedi alternative al campetto di Los Palafitos.

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Il Comune non ha lavorato da solo, ma si è fatto affiancare dagli esperti della DIMAO, acronimo per Direzione per l’Ambiente, l’Igiene e l’Ornamentazione, la Corporazione municipale dello Sport e Ricreazione e infine gli operatori della Fondazione Chico. E’ stata proprio la responsabile della Fondazione, Barbara Olmedo, ad applicare la Legge sulla caccia, che vieta lo spostamento dei nidi.
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Il cucciolo di cane che è stato adottato da un branco di lupi non è sopravvissuto: i ricercatori spiegano perché non sono intervenuti per salvare ... Leggi tutto
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Il cucciolo di cane che è stato adottato da un branco di lupi non è sopravvissuto: i ricercatori spiegano perché non sono intervenuti per salvare il quattro zampe.
Sullo sfondo delle campagne della Macedonia Centrale, in Grecia, per oltre quaranta giorni un cucciolo di cane bianco di origine randagia ha condiviso la vita quotidiana con un branco di lupi selvatici. L’animale è stato monitorato costantemente da Theodoros Kominos, zoologo dell’Università Aristotele di Salonicco, nell’ambito di un progetto scientifico sul campo. La convivenza tra il giovane cane e il gruppo selvatico si è sviluppata in modo del tutto inatteso: l’animale partecipava ai giochi dei lupacchiotti, seguiva la femmina adulta durante le battute di caccia a piccoli roditori e insetti e si spostava in modo fluido insieme al resto del branco.

Il quadro clinico dell’animale è tuttavia peggiorato nel giro di tre giorni. Dopo aver mostrato i primi sintomi di forte debilitazione e disturbi gastrointestinali, il cucciolo si è progressivamente isolato, perdendo le forze fino al decesso. Tra le ultime osservazioni registrate dal team di ricerca figura il tentativo di un giovane lupo di stimolare il cane al gioco, rimasto inevitabilmente senza risposta. Gli studiosi non hanno potuto eseguire esami autoptici né accertamenti diagnostici, lasciando aperte solo ipotesi teoriche sulle cause della morte, riconducibili a infezioni batteriche, parassitosi, ingestione di cibo alterato o cane da adattamento.
La diffusione delle immagini della vicenda ha generato un acceso dibattito pubblico, focalizzato sulla mancata adozione di misure di soccorso per l’animale domestico. In risposta alle critiche, il gruppo di lavoro guidato da Kominos ha esposto i vincoli metodologici e operativi che hanno precluso ogni possibilità di intervento diretto.
La priorità del progetto era la salvaguardia dell’equilibrio della fauna selvatica oggetto di studio. L’habitat in cui si muoveva il branco non corrispondeva a una riserva recintata, bensì a una complessa area agricola caratterizzata da coltivazioni estensive di mais, cotone e girasoli, frammentata da proprietà private e allevamenti. A questa complessa conformazione territoriale si è aggiunto un incendio sviluppatosi nelle immediate vicinanze del sito della tana, evento che ha spinto i nove lupi adulti e i sei cuccioli a rifugiarsi nella vegetazione più fitta per sfuggire al passaggio dei mezzi antincendio.

Operare in simili condizioni avrebbe richiesto il dispiegamento di personale, veicoli ed equipaggiamenti veterinari, creando una situazione di potenziale pericolo sia per gli operatori sia per la famiglia di lupi, già fortemente stressata. Il monitoraggio si svolgeva infatti a circa due chilometri di distanza tramite droni, proprio per evitare qualunque contatto visivo o acustico. La decisione finale di non recuperare la carcassa dell’animale è stata presa per impedire che l’avvicinamento umano disturbasse ulteriormente il branco e per rispettare il principio etico di minima interferenza nei processi naturali.
La vicenda del cagnolino si inserisce in un contesto demografico critico per il branco osservato. Dei sei cuccioli di lupo nati durante l’ultima stagione riproduttiva, soltanto uno è risultato sicuramente in vita. Il bilancio delle perdite include un individuo investito da un autoveicolo, due cuccioli rinvenuti privi di vita per cause naturali e due dei quali si sono perse le tracce.

Una simile mortalità giovanile rappresenta un dato anomalo rispetto allo storico triennale del gruppo. Questo fattore ha indotto i ricercatori a formulare quesiti sulla dinamica trasmissiva delle malattie infettive tra animali domestici e selvatici. Poiché i canidi domestici possono fungere da serbatoio epidemiologico per patogeni verso cui i lupi non possiedono un’adeguata copertura immunitaria, la presenza del cucciolo e di altri randagi nella zona viene valutata come possibile fattore epidemiologico, materia che richiederà specifici approfondimenti d’analisi.
A seguito delle contestazioni ricevute online, la squadra di ricerca ha scelto di rimuovere i contenuti divulgativi e sospendere i canali di comunicazione al pubblico, denunciando pressioni e toni minatori. L’episodio lascia aperta la riflessione sul delicato equilibrio tra la tutela scientifica della fauna selvatica e le aspettative emotive dell’opinione pubblica nei confronti degli animali domestici.
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Gravemente malata dopo aver protetto e allattato sette cuccioli, Zara vede il mare per la prima volta prima di chiudere gli occhi per sempre. Ci ... Leggi tutto
L’articolo “Non mi sembrava giusto che morisse senza aver visto il mare”: l’ultimo regalo alla cagnolina Zara è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Gravemente malata dopo aver protetto e allattato sette cuccioli, Zara vede il mare per la prima volta prima di chiudere gli occhi per sempre.
Ci sono gesti che non possono cambiare un destino, ma possono rendere più dolce il tempo che resta. È quello che Bia Sanchez, attivista per la tutela degli animali, ha voluto fare per Zara, una cagnolina gravemente malata che aveva trascorso le ultime energie a tenere in vita i suoi sette cuccioli. Quando ha capito che forse non ci sarebbe stato un altro domani, Bia l’ha portata sulla spiaggia. Voleva che, almeno una volta, potesse vedere il mare.

La storia arriva dal Brasile. Zara era stata soccorsa a Peruíbe, località sulla costa dello Stato di San Paolo, e affidata alle cure del progetto Entre Patas.
Tutto era cominciato il 30 giugno. Bia Sanchez aveva ricevuto una segnalazione per un cane estremamente magro e si era recata sul posto per soccorrerlo. Una volta arrivata, però, aveva scoperto che quella cagnolina aveva appena partorito.
«Sono andata a salvare un cane e sono tornata con otto», avrebbe poi raccontato sui social.
Accanto a Zara c’erano infatti sette cuccioli di meno di una settimana, ancora con gli occhi chiusi. Lei era ridotta pelle e ossa, debilitata e bisognosa di cure, eppure continuava ad allattarli e a proteggerli.
Madre e piccoli sono stati quindi trasferiti in uno spazio separato, dove avrebbero potuto restare insieme durante le prime settimane di vita dei cuccioli. Gli esami veterinari effettuati su Zara avevano però evidenziato subito una situazione delicata: anemia, un importante processo infiammatorio e una condizione di forte denutrizione.
Anche i piccoli erano arrivati infestati dalle pulci, ma hanno ricevuto le cure necessarie e hanno cominciato lentamente a crescere.
Con il passare delle settimane, mentre i suoi cuccioli diventavano più forti, era Zara a perdere progressivamente le proprie energie.
La cagnolina era risultata positiva a una malattia trasmessa dalle zecche e il suo organismo, già provato dalla denutrizione e dall’allattamento, aveva iniziato a cedere. Secondo quanto riferito dai soccorritori, il numero delle piastrine era precipitato fino a circa 9 mila, un valore estremamente basso.
Poi erano comparsi sanguinamenti e ulcere. Zara aveva avuto bisogno di una trasfusione di sangue e di un intervento chirurgico per fermare un’emorragia uterina. A complicare ulteriormente il quadro era arrivata anche una grave mastite.
Per permetterle di affrontare terapie più intensive, i volontari avevano dovuto iniziare lo svezzamento dei sette cuccioli.
Nonostante ogni tentativo, però, Zara continuava a stare male. Era debole, aveva nausea, mangiava poco e vomitava. Bia sapeva che le sue condizioni erano critiche e che nessuno poteva dirle quanto tempo le restasse.
È stato allora che la sua soccorritrice ha pensato a qualcosa che nessuna medicina avrebbe potuto regalarle.
Peruíbe si affaccia sull’oceano, eppure Zara quel mare non lo aveva mai visto. Così Bia ha deciso di portarla sulla spiaggia.

«Non so se sarà qui domani e non mi sembrava giusto che se ne andasse senza aver visto il mare», ha scritto condividendo sui social le immagini di quella giornata.
Zara ha potuto sentire la brezza, guardare l’acqua e trascorrere qualche momento sulla sabbia accanto alle persone che, dal giorno del suo salvataggio, avevano provato in ogni modo a salvarle la vita.
Un’esperienza semplice, quasi piccolissima rispetto a tutto ciò che aveva affrontato. Ma per una cagnolina che aveva conosciuto soprattutto la fatica di sopravvivere, significava finalmente ricevere qualcosa senza dover dare nulla in cambio.
Quella sulla spiaggia è stata l’ultima sorpresa che Bia ha potuto regalarle. Il giorno successivo Zara è morta.
Se n’è andata dopo settimane durissime, ma non più sola. Aveva conosciuto le cure, il cibo, le carezze e la protezione che probabilmente le erano mancati per gran parte della vita. E soprattutto poteva lasciare andare quelle sette piccole vite per le quali aveva combattuto fino allo stremo delle proprie forze.
I suoi cuccioli erano ormai al sicuro e hanno continuato a essere seguiti dai volontari dopo lo svezzamento.
Zara non ha avuto il tempo di conoscere una vita lunga e serena. Ha avuto però qualcuno che, quando ormai non poteva prometterle un futuro, ha pensato che anche poche ore potessero ancora avere valore.
E così, prima di andarsene, Zara ha visto il mare.
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Dopo la morte di Andrea, Ludo continua ad aspettarlo nella loro casa. Ora per lui si cerca una nuova famiglia che l’ami. La storia di ... Leggi tutto
L’articolo Ludo ha perso il suo Andrea e continua ad aspettarlo: l’appello per trovare una famiglia al cane rimasto al suo fianco fino alla fine è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Dopo la morte di Andrea, Ludo continua ad aspettarlo nella loro casa. Ora per lui si cerca una nuova famiglia che l’ami.
La storia di Ludo e del suo amato Andrea Ricci è stata raccontata da Tiziana Petrelli sulle pagine de “Il Resto del Carlino”, attraverso la testimonianza di Federica Cavaliere, amica di Andrea e oggi impegnata nella ricerca di una nuova famiglia per il cane. Una storia di amore e perdita che parte da Lucrezia, dove Ludo continua a vivere nella casa condivisa con il suo umano, morto alla fine dello scorso giugno a soli 40 anni dopo una grave malattia.

Ludo ha appena un anno e mezzo e non può sapere perché Andrea non sia più tornato. Per lui quella casa conserva ancora gli odori, gli oggetti e le abitudini della persona che ha rappresentato il centro della sua vita. Andrea, originario di Fano e residente a Lucrezia, lo aveva accolto quando era ancora un cucciolo e, nonostante la malattia, tra loro era nato un legame profondissimo.
Andrea aveva conosciuto Ludo nell’aprile dello scorso anno attraverso un annuncio. Il cane, un incrocio tra un bracco e un Labrador, era ancora un cucciolo. Andrea stava già affrontando la malattia e le cure, ma le sue condizioni gli permettevano ancora di occuparsi di lui.

Anche i genitori avevano pensato che l’arrivo di quel cucciolo potesse rappresentare qualcosa di positivo per il figlio: una compagnia capace di accompagnarlo durante un momento estremamente difficile. E così è stato.
Ludo è entrato nella quotidianità di Andrea con le passeggiate, i giochi e quella presenza silenziosa che gli animali sanno offrire senza chiedere nulla in cambio.
“Andrea gli ha voluto un bene enorme”, ha raccontato Federica. E quell’affetto è stato ricambiato: Ludo gli è rimasto vicino durante la malattia, diventando per lui una presenza importante fino alla fine.
Negli ultimi due mesi di vita di Andrea, Federica e suo marito Elia avevano iniziato ad aiutarlo nella gestione del cane. Poi, alla fine di giugno, tutto è cambiato.
Andrea è morto e per Ludo è cominciata un’attesa difficile da spiegare. Il cane è rimasto nella casa che aveva condiviso con lui, circondato da tutto ciò che conosceva, ma senza riuscire a ritrovare la persona che fino a quel momento aveva scandito le sue giornate.

Dopo la scomparsa del suo umano, Ludo aveva iniziato anche a leccarsi insistentemente le zampe, fino a perdere il pelo. “Aveva capito che Andrea non c’era più”, ha spiegato Federica. Grazie alle passeggiate, alla compagnia e alle attenzioni ricevute, con il tempo si è tranquillizzato.
Ma adesso ha bisogno di ritrovare una stabilità e, soprattutto, qualcuno con cui costruire una nuova quotidianità.
Inizialmente i genitori di Andrea avevano pensato di tenere con loro il cane tanto amato dal figlio. Il dolore per la perdita, però, è ancora enorme e, non essendo più giovanissimi, hanno dovuto fare i conti anche con le esigenze concrete di Ludo.
È un cane giovane, grande, vivace ed energico. Ha bisogno di uscire, giocare, muoversi e trascorrere tempo insieme alle persone.
Nel frattempo è Federica, insieme al marito Elia, a occuparsi di lui, portandolo a passeggio, facendogli compagnia e cercando la persona giusta. Lei stessa lo accoglierebbe senza esitazioni, ma ha già un cane e diversi gatti e non dispone dello spazio necessario per ospitare anche Ludo.
Proprio perché Ludo ha già affrontato una perdita così importante, gli amici di Andrea vogliono che la sua adozione sia ponderata e consapevole.
“Non vogliamo darlo al primo che capita”, ha spiegato Federica. Quello che si cerca è qualcuno disposto a prendersene cura come faceva Andrea, che possa dedicargli tempo e che non lo lasci solo per troppe ore.
Ludo viene descritto come un cane grande e giocherellone, ma soprattutto estremamente affettuoso. “È dolcissimo, coccolone e ha uno sguardo incredibilmente sveglio”. Impara velocemente e, con poche indicazioni, riesce subito a capire ciò che gli viene chiesto.
Dietro la sua vivacità c’è soprattutto un cane che ha bisogno di tornare a sentirsi parte della vita di qualcuno.
Adottare Ludo significa accogliere un cane giovanissimo che ha ancora tutta la vita davanti, ma anche rispettare la storia che porta con sé.
Per Andrea non era semplicemente il cane di casa, era diventato un compagno durante uno dei periodi più difficili della sua vita, una presenza quotidiana capace di regalargli affetto mentre affrontava la malattia. E Ludo, a modo suo, gli è rimasto vicino fino alla fine.
Ora gli amici di Andrea sperano che qualcuno possa raccogliere quell’amore e permettere alla storia di Ludo di continuare.
Ha già perso il suo umano e per questo non si cerca un’adozione qualsiasi, ma una persona capace di offrirgli stabilità, presenza, passeggiate, attenzioni e soprattutto il tempo necessario per costruire un nuovo legame.
Chi è seriamente interessato all’adozione di Ludo può contattare Federica tramite WhatsApp al numero 338 36 75 764.
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Sono vivi e sembra davvero un miracolo: tre asinelli sopravvivono al rogo dell’incendio che ha devastato una fattoria in Spagna ed è la cosa più ... Leggi tutto
L’articolo Incendi in Spagna, il miracolo tra le ceneri: i tre asinelli sopravvivono al rogo che ha distrutto la fattoria è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Sono vivi e sembra davvero un miracolo: tre asinelli sopravvivono al rogo dell’incendio che ha devastato una fattoria in Spagna ed è la cosa più bella che leggerai oggi.

Non c’è altro che cenere ora e molti degli animali che vivevano in quello che è diventato un inferno di fuoco e fiamme non ci sono più, ma loro sono riusciti a evitarlo: tre asinelli sopravvivono al rogo della fattoria in Spagna. L’incendio si è esteso a numerosi territori boschivi della zona e i proprietari della fattoria, per il propagarsi velocissimo delle fiamme, sono stati costretti a lasciare tutto e scappare. Ma quando hanno rivisto i tre asinelli vivi sembrava un vero miracolo.
Il fuoco non si è ancora placato e tante zone sono ormai ridotte a cenere: lo stesso destino è capitato alla fattoria Granja Salcedillo con le sue aree boschive, i campi e quelle dedite all’agricoltura. Siamo nella provincia di Zamora, a Palazuelo de Sayago: un inferno di fuoco e fiamme ha costretto i proprietari a scappare per non essere avvolti dalle vampate e ha lasciato gli animali a morire tragicamente.
Ma nella tragedia pare si sia verificato quasi un miracolo: tre asinelli sopravvivono al rogo della loro fattoria, nonostante la zona delle stelle e dei recinti fosse stata lasciata chiusa perché i padroni erano stati impossibilitati a raggiungerle. A guardare ciò che era rimasto ore dopo, quando le fiamme erano state ormai domate, non si sperava certo di ritrovare vita tra ceneri e scheletri di alberi.
Invece tre asinelli erano ancora vivi, miracolosamente e quando i soccorritori li hanno visti arrivare uno accanto all’altro, quasi a sorreggersi e darsi coraggio a vicenda, non riuscivano a credere ai loro occhi.
La donna che era sul posto e ha visto i tre asinelli andarle incontro si è commossa, perché non si aspettava affatto di vedere la vita in mezzo a quello scenario di morte e cenere. I tre animali coraggiosi presentavano alcune ustioni sul corpo ma stavano bene. In breve tempo questi tre animali sono diventati sinonimo di forza e resilienza.

Ma il caso della fattoria Granja Salcedillo non è purtroppo isolato: in Spagna questa estate è emergenza incendi. Sul web le notizie corrono veloci e, insieme alle preoccupazioni per il propagarsi veloce e spietato delle fiamme, si è scatenata anche la polemica contro i proprietari della stessa fattoria, ”colpevoli” di non aver tentato di salvare ciò che era la loro vita e fonte principale di guadagno.
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Rilievi e indagini successive hanno già dimostrato che non sarebbe stato affatto possibile intervenire da parte loro, anche solo per aprire le stalle. Ma purtroppo molti animali non hanno avuto la sorte fortunata dei tre asinelli e sono ancora in pericolo a causa dei numerosi roghi che stanno devastando la zona della Castiglia.
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Avevano tutti gli stessi sintomi e hanno fatto tutti la medesima fine: quindici elefanti morti in Kenya per sospetto avvelenamento da pomodori contaminati. I sintomi ... Leggi tutto
L’articolo Quindici elefanti morti in un mese in Kenya: il sospetto è che abbiano ingerito pomodori contaminati dal cianuro è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Avevano tutti gli stessi sintomi e hanno fatto tutti la medesima fine: quindici elefanti morti in Kenya per sospetto avvelenamento da pomodori contaminati.

I sintomi comuni e la loro morte hanno alimentato i sospetti: ora non resta che aspettare il seguito delle indagini. Quindici elefanti sono morti in Kenya per sospetto avvelenamento: si pensa abbiano ingerito tutti il medesimo cibo, forse dei pomodori contaminati con una potente sostanza velenosa, il cianuro. Ma chi avrebbe causato la morte di questi pachidermi e perché? Il mistero keniota si infittisce e lascia spazio a tanti, troppi dubbi.
Vivevano tutti nella stessa zona, nell’area di Amboseli in Kenya, insieme a tanti altre diverse specie di animali. Ora ci si chiede se anche questi ultimi sono in pericolo e possano rimanere vittime della medesima morte dei quindici elefanti, un solo maschio e femmine con i loro cuccioli. Il Kenya Wildlife Service ha aperto una indagine, dato che le morti verificatesi tra fine giugno e fine luglio sono risultate piuttosto sospette.
L’area del ritrovamento dei corpi è quella al sud del parco di cui erano ospiti i pachidermi: dunque è ciò che hanno consumato da mangiare nella medesima area che è attualmente sotto gli occhi degli investigatori e dei ricercatori dell’Università di Nairobi. Probabilmente si tratta di pomodori coltivati nella zona, ma ora bisogna procedere coi rilievi della sostanza tossica dai cadaveri degli animali.
Qualora si venisse a scoprire che è stata la concentrazione di tale sostanza tossica a causarne la morte, allora si procederà con l’analisi dei pomodori di cui si erano nutriti e quale ruolo hanno avuto nella loro fine. Intanto si stanno escludendo altre cause mortali, legate a patologie pregresse o epidemie diffuse nella zona.
Chi può aver voluto la morte di quindici elefanti che abitavano la zona Sud del parco Kenyota di Amboseli? Probabilmente nessuno, o almeno non intenzionalmente. Ciò che ha alimentato i sospetti è stata la morte comune e gli stessi sintomi che l’hanno preceduta: infatti pare che tutti i pachidermi abbiano subito una sorta di paralisi parziale degli arti, prima del decesso. Il tutto non è durato più di due o tre giorni.

Sotto accusa è il pesticida utilizzato nella coltivazione dei pomodori, cibo consumato anche da altri animali: ora infatti si teme per la contaminazione anche di capre e altri capi di bestiame, che vivevano nelle zone del Santuario di Kimana e del Kuku Ranch. Dalle prime analisi pare che la sostanza pericolosa ingerita sia cianuro, ma si prosegue con le indagini anche sulle fonti di acqua.
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In passato non sono stati rari i casi di avvelenamento degli elefanti da parte dei bracconieri (lo stesso bracconaggio intensivo fa nascere elefanti senza zanne) ma anche di ‘lotte’ tra uomini e animali per le riserve alimentari disponibili.
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Dopo quasi quaranta giorni dal devastante terremoto in Venezuela, un gatto di nome Felix è stato miracolosamente salvato dalle macerie. Nel devastante scenario del sisma ... Leggi tutto
L’articolo 37 giorni intrappolato sotto le macerie: il miracolo del gatto Félix dopo il terremoto in Venezuela è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Dopo quasi quaranta giorni dal devastante terremoto in Venezuela, un gatto di nome Felix è stato miracolosamente salvato dalle macerie.
Nel devastante scenario del sisma che ha colpito la costa del Venezuela e in particolare la zona di La Guaira, sono emerse immagini e video del salvataggio di centinaia di esseri viventi. In questi giorni il Paese e il mondo intero hanno assistito al lavoro instancabile compiuto dai soccorritori, dalle forze dell’ordine, dalle squadre d’emergenza e dai volontari per cercare di aiutare le persone e gli animali rimasti intrappolati sotto alle macerie degli edifici crollati a seguito delle violente scosse di terremoto.

A ben trentasette giorni dai primi crolli, quando le speranze di trovare altri superstiti erano ormai svanite già da settimane e un tempo simile sembrava del tutto incompatibile con la vita, arriva la notizia dell’incredibile salvataggio di un gatto ritrovato ancora vivo tra le macerie. Sui social network in questi ultimi due giorni ha fatto il giro del mondo un video che mostra il delicato recupero di un felino sopravvissuto per oltre un mese in una struttura distrutta e ricoperta di detriti e travi diroccate a Catia La Mar. Il gatto siamese di quattro anni, il cui nome è Félix, è stato tratto in salvo nel pomeriggio di venerdì 31 luglio in una delle aree più colpite dal sisma.
A compiere questo vero e proprio miracolo sono state le squadre di soccorso attive nella zona, che non hanno mai smesso di scavare e di prestare attenzione a ogni minimo segnale di vita tra le rovine. «La speranza è qualcosa di forte, la speranza ci tiene in vita. Questo è un vero e proprio miracolo»: è il sentimento che accomuna i soccorritori e le migliaia di persone che stanno condividendo le immagini del recupero di Félix sui social network. A diffondere per primo il filmato del salvataggio è stato il giornalista Seir Contreras, che sulla propria pagina ha documentato attimo per attimo l’intervento. Nel suo post, divenuto rapidamente virale, il reporter ha spiegato le fasi cruciali del recupero: «Félix è stato tratto in salvo dalle macerie a Catia La Mar (Vargas), gravemente malnutrito e ferito. È stato trasportato d’urgenza all’ospedale di Caraballeda, dove è stato curato dai dottori Sebastián Ures e Ludeimar Rosendo. Il suo proprietario è arrivato appena in tempo per abbracciarlo!».

Dal filmato e dalle informazioni diffuse è possibile vedere e comprendere quanto le condizioni di salute iniziali del povero animale fossero estremamente critiche. Estratto dalle rovine gravemente debilitato, incapace di muoversi normalmente e con evidenti segni di sofferenza, il gatto è stato subito preso in cura. Un elemento singolare emerso dalle prime valutazioni mediche è che Félix, prima del sisma, si trovava in una condizione di sovrappeso: un fattore biologico che, secondo i veterinari, potrebbe aver giocato un ruolo determinante nel consentirgli di sopravvivere durante tutte queste lunghissime settimane trascorse senza un regolare accesso al cibo e all’acqua.
Dopo essere stato tratto fuori da quel che restava dell’edificio crollato, il felino è stato trasferito d’urgenza verso il punto di assistenza veterinaria allestito nell’area di Caraballeda. Per far fronte all’emergenza e dare soccorso ai numerosi animali recuperati dopo il terremoto, un punto vendita della famosa catena di fast-food McDonald’s è stato riadattato e trasformato in una vera e propria clinica da campo. Una volta arrivato al centro d’emergenza, Félix è stato immediatamente preso in carico dai dottori Sebastián Ures e Ludeimar Rosendo, che hanno subito avviato le complesse procedure di stabilizzazione.

I dettagliati esami clinici hanno confermato un quadro di grave e severa disidratazione, una malnutrizione avanzata e numerose ferite distribuite su tutto il corpo. Per contrastare lo stato di shock e la perdita di liquidi, i veterinari hanno iniziato tempestivamente la somministrazione di terapie endovenose, monitorando costantemente ogni suo parametro vitale. Durante tutte le fasi delle prime cure e dei trattamenti, il piccolo Félix ha continuato a emettere deboli miagolii: un suono spezzato dalla sofferenza ma che rappresentava anche la prova della sua incredibile volontà di reagire e di aggrapparsi alla vita.
A rendere ancora più toccante questa storia è stato il ricongiungimento con la sua famiglia. Dal giorno del drammatico crollo, la proprietaria di Félix non aveva mai interrotto le ricerche, continuando a sperare contro ogni evidenza. Quando ha appreso la notizia del recupero, la donna è corsa immediatamente al centro veterinario temporaneo, arrivando in tempo per riabbracciarlo e rimanendogli costantemente accanto durante tutte le delicate fasi delle cure. Seduta vicino al lettino da visita, gli ha parlato con estrema dolcezza per rassicurarlo e tranquillizzarlo mentre i medici lavoravano per salvarlo.
Nonostante le gravissime condizioni di partenza, nelle ore successive al ricovero Félix ha iniziato a mostrare i primi, incoraggianti segnali di miglioramento. Dopo la terapia di reidratazione, il gatto è riuscito ad alimentarsi autonomamente con del cibo umido, compiendo così un piccolo ma fondamentale primo passo lungo il difficile percorso verso la guarigione. Félix resterà sotto stretta osservazione medica presso la struttura di emergenza finché non si sarà completamente ripreso da questa traumatizzante esperienza che si è trovato a vivere. Nel frattempo, il suo caso ha rapidamente conquistato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale: migliaia di persone continuano a chiedere aggiornamenti sul suo stato di salute, trasformando il debole miagolio di questo piccolo felino in uno dei più potenti simboli di speranza e di rinascita dopo la tragedia del terremoto.
L’articolo 37 giorni intrappolato sotto le macerie: il miracolo del gatto Félix dopo il terremoto in Venezuela è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
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