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N 4721

Cane trovato morto in un trasportino davanti a una chiesa: «Il giorno prima era ancora vivo, era stato segnalato al 112»

Un cane di piccola taglia è stato trovato morto in un trasportino davanti alla chiesa di San Michele, a Erice. Da chiarire le segnalazioni al ... Leggi tutto

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Un cane di piccola taglia è stato trovato morto in un trasportino davanti alla chiesa di San Michele, a Erice. Da chiarire le segnalazioni al 112 e le cause del decesso.

Un cane di piccola taglia è stato trovato senza vita all’interno di un trasportino abbandonato davanti alla chiesa di San Michele, a Erice Casa Santa, nel Trapanese. Una vicenda dolorosa sulla quale restano ancora numerosi interrogativi, a partire dalle condizioni dell’animale nelle ore precedenti al ritrovamento.

Cane trovato morto in un trasportino davanti a una chiesa: «Il giorno prima era ancora vivo, era stato segnalato al 112»- amoreaquattrozampe.it

Secondo la ricostruzione divulgata dall’attivista Enrico Rizzi, il cane sarebbe stato notato ancora vivo nel pomeriggio del giorno precedente. Alcuni cittadini avrebbero inoltre segnalato la sua presenza al Numero unico di emergenza 112. Si tratta, tuttavia, di circostanze che dovranno essere verificate dalle autorità competenti.

Il ritrovamento davanti alla chiesa di San Michele

Il trasportino sarebbe rimasto per diverse ore davanti alla chiesa di San Michele. Quando la vicenda è stata portata all’attenzione di Rizzi, l’attivista ha contattato il Servizio veterinario dell’Asp di Trapani, chiedendo un intervento sul posto.

Il ritrovamento davanti alla chiesa di San Michele- amoreaquattrozampe.it

All’arrivo degli operatori sanitari, purtroppo, per il piccolo cane non c’era più nulla da fare. I veterinari ne hanno constatato il decesso, ma al momento non sono state comunicate ufficialmente né le cause della morte né l’ora in cui sarebbe avvenuta.

Non è stato ancora chiarito neppure da quanto tempo l’animale si trovasse all’interno del trasportino e in quali condizioni fosse stato lasciato.

Gli interrogativi principali riguardano quanto sarebbe accaduto nelle ore precedenti alla scoperta. Secondo le informazioni raccolte e riferite da Enrico Rizzi, il cane sarebbe stato visto ancora vivo nel pomeriggio del giorno precedente, già chiuso nel trasportino davanti alla chiesa.

Un cittadino avrebbe contattato il 112 per chiedere aiuto, ma sarebbe stato invitato a rivolgersi a un altro ente, poiché il caso non sarebbe stato ritenuto di competenza dell’operatore.

Durante la notte, una seconda persona avrebbe effettuato un’altra segnalazione, quando l’animale appariva ormai privo di vita. Anche in questa occasione, secondo la ricostruzione dell’attivista, sarebbe stato suggerito di contattare la Polizia locale, i cui uffici a quell’ora erano chiusi.

Questi passaggi non risultano ancora accertati ufficialmente. Soltanto l’esame delle registrazioni delle telefonate potrà confermare se e quando le chiamate siano state effettuate e quali indicazioni siano state fornite ai cittadini.

Rizzi ha annunciato di aver informato i Carabinieri di Trapani e la Polizia locale di Erice, chiedendo che venga ricostruita l’intera sequenza degli avvenimenti.

In particolare, l’attivista ha sollecitato l’acquisizione e la conservazione delle registrazioni delle presunte chiamate al 112, così da individuare gli orari delle segnalazioni, verificare le risposte degli operatori e accertare l’esistenza di eventuali responsabilità.

«Se questa ricostruzione verrà confermata, siamo davanti a fatti di estrema gravità», ha dichiarato Rizzi, facendo riferimento anche alla possibile omissione di atti d’ufficio. Spetterà comunque alle autorità stabilire se sussistano eventuali profili di rilevanza penale.

Della vicenda sono stati informati anche i deputati Francesco Emilio Borrelli e Ismaele La Vardera, ai quali è stato chiesto di intervenire nelle rispettive sedi istituzionali.

Resta da accertare chi abbia portato il trasportino davanti alla chiesa e quando lo abbia lasciato in quel punto. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona potrebbero fornire elementi determinanti.

I filmati potrebbero mostrare la persona che ha abbandonato l’animale, l’orario esatto dell’arrivo del trasportino e gli eventuali movimenti avvenuti nelle ore successive. La loro acquisizione tempestiva è importante, perché le registrazioni vengono generalmente conservate soltanto per un periodo limitato prima di essere sovrascritte.

«Chi ha fatto questo deve avere un nome e un cognome. E deve finire davanti a un Tribunale», ha affermato Rizzi. Anche in questo caso, però, ogni responsabilità dovrà essere accertata attraverso le indagini delle forze dell’ordine e le valutazioni dell’autorità giudiziaria.

La domanda più dolorosa riguarda le reali condizioni del cane al momento della prima presunta segnalazione. Se l’animale fosse stato ancora vivo, resta da capire se un intervento tempestivo avrebbe potuto evitare la sua morte.

«Non è accettabile che davanti a una situazione del genere un cittadino venga semplicemente rimbalzato da un ente all’altro», ha denunciato Rizzi, chiedendo di chiarire perché nessuno sarebbe intervenuto durante quelle ore.

Per il momento è necessario distinguere i fatti accertati dalle ricostruzioni ancora da verificare. Sono confermati il ritrovamento del cane senza vita e l’intervento del Servizio veterinario dell’Asp di Trapani. Restano invece da stabilire le cause del decesso, gli orari delle segnalazioni, le risposte fornite dagli operatori e l’identità di chi ha abbandonato il trasportino.

Le registrazioni delle telefonate, le immagini delle telecamere e gli eventuali accertamenti veterinari potranno aiutare a ricostruire quanto accaduto. Al centro della vicenda rimane la morte di un piccolo animale, lasciato solo davanti a una chiesa, e una domanda alla quale soltanto le indagini potranno rispondere: quando è arrivata la prima richiesta di aiuto, il cane poteva ancora essere salvato?

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2026-08-28 Autore: Silvia

N 4720

Raio combatte il cancro e perde una zampa, ma lontano dalla polizia si deprime: torna al lavoro e contribuisce a sei arresti

Dopo un tumore e l’amputazione di una zampa, il cane poliziotto Raio torna in servizio con incarichi adatti alle sue condizioni. Per sette anni ha ... Leggi tutto

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Dopo un tumore e l’amputazione di una zampa, il cane poliziotto Raio torna in servizio con incarichi adatti alle sue condizioni.

Per sette anni ha messo il suo fiuto al servizio della Polizia civile del Paraná, partecipando a centinaia di operazioni contro il traffico di droga e la criminalità. Poi un tumore aggressivo, l’amputazione di una zampa e il pensionamento anticipato hanno improvvisamente cambiato la sua vita.

Raio combatte il cancro e perde una zampa, ma lontano dalla polizia si deprime: torna al lavoro e contribuisce a sei arresti- amoreaquattrozampe.it

Lontano dalla squadra, però, Raio ha cominciato a perdere interesse per ciò che lo circondava e a mostrare una crescente apatia. I colleghi hanno così deciso di restituirgli una parte della sua quotidianità, permettendogli di tornare sul campo con incarichi più semplici e compatibili con le sue attuali condizioni fisiche.

La diagnosi di osteosarcoma e il pensionamento anticipato

Raio era uno dei cani antidroga più esperti del Nucleo de Operações com Cães di Pato Branco, nello Stato brasiliano del Paraná. Nell’aprile 2026, tuttavia, gli è stato diagnosticato un osteosarcoma, una forma particolarmente aggressiva di tumore osseo. Per affrontare la malattia è stato necessario sottoporlo a un intervento chirurgico e all’amputazione di una zampa.

La diagnosi di osteosarcoma e il pensionamento anticipato- amoreaquattrozampe.it

Di fronte a una situazione tanto delicata, la Polizia civile aveva deciso di anticipare il suo pensionamento. Dopo anni di missioni impegnative, per Raio sembrava essere arrivato il momento del riposo, lontano da scale, ostacoli e operazioni potenzialmente pericolose. La nuova vita, però, non ha avuto su di lui l’effetto sperato.

Per Raio il lavoro non rappresentava soltanto un insieme di esercizi appresi durante l’addestramento. Il rumore delle auto della polizia, gli odori da analizzare, il rapporto con il suo conduttore e la presenza degli altri agenti erano diventati elementi fondamentali della sua quotidianità.

Con il passare delle settimane, i membri della squadra hanno notato un cambiamento evidente nel suo comportamento. Raio appariva sempre più spento, poco reattivo e disinteressato. Secondo le persone che si occupavano di lui, mostrava segnali riconducibili a uno stato depressivo.

Quello che avrebbe dovuto essere un meritato periodo di tranquillità sembrava avergli tolto qualcosa di essenziale: uno scopo e il senso di appartenenza al gruppo. Conoscendo profondamente il carattere del cane, gli agenti hanno cercato una soluzione che potesse aiutarlo senza mettere a rischio la sua salute.

Raio è stato quindi reinserito gradualmente nelle attività della Polizia civile. Non partecipa più alle missioni maggiormente impegnative e viene impiegato soltanto quando il luogo dell’intervento non presenta scale, ostacoli o condizioni che potrebbero sottoporre il suo corpo a uno sforzo eccessivo.

Si tratta di un ritorno costruito intorno alle sue nuove necessità, nel rispetto dei limiti imposti dall’amputazione. La decisione sembra avergli restituito vitalità e motivazione. In circa un mese Raio ha già preso parte ad alcune operazioni, contribuendo all’arresto di sei persone sospettate di attività criminali.

Prima della malattia, Raio aveva costruito una carriera straordinaria. In sette anni di servizio aveva operato in più di 200 città del Paraná, collaborando alle attività contro la criminalità organizzata. Grazie al suo fiuto, la Polizia civile avrebbe sequestrato complessivamente oltre 12 tonnellate di sostanze stupefacenti e arrestato più di 600 sospetti.

Tra le operazioni ricordate dalla squadra c’è anche un controllo effettuato a bordo di un autobus. In quell’occasione Raio individuò un carico di 500 munizioni per fucile che, secondo gli investigatori, era destinato a raggiungere Rio de Janeiro.

Il suo conduttore, l’agente di Polizia giudiziaria Juliano Riboli, ha raccontato quanto Raio sia stato importante per l’intero reparto:

«È un raggio di luce che ha trasformato l’attività delle operazioni con i cani nella polizia. È arrivato con brillantezza, voglia e una dedizione così grande da avere un impatto sul nostro Stato».

La storia di Raio mostra quanto un cambiamento improvviso possa influire sul comportamento di un cane abituato per anni a una routine ricca di attività, stimoli e relazioni.

Il pensionamento può certamente essere necessario, soprattutto in presenza di problemi di salute, ma ogni animale reagisce in modo diverso. Nel caso di Raio, la squadra ha scelto di osservare attentamente i segnali di disagio e di trovare un nuovo equilibrio.

Il suo ritorno non significa ignorare la malattia o chiedergli di lavorare come in passato. Al contrario, ogni attività viene selezionata tenendo conto delle sue possibilità e del suo benessere. Raio non può più affrontare qualsiasi tipo di intervento, ma può continuare a sentirsi utile e, soprattutto, parte della squadra alla quale è legato.

Cosa succede dopo la scoperta del tumore- amoreaquattrozampe.it

La nuova vita di Raio non sarà limitata alle attività operative. Il cane ha già cominciato a partecipare a iniziative sociali e recentemente ha accompagnato gli agenti durante una conferenza rivolta agli studenti di Giurisprudenza.

Nelle prossime settimane potrebbe inoltre visitare un ospedale specializzato nella cura dei tumori, dove la sua presenza potrebbe offrire conforto alle persone impegnate in un difficile percorso terapeutico.

Sarebbe un incontro dal valore profondamente simbolico. Anche Raio sta affrontando un tumore, ha perso una zampa e ha dovuto imparare a vivere in modo diverso. La sua storia potrebbe così diventare un messaggio di coraggio e resilienza per tanti pazienti.

Raio non è tornato a essere il cane poliziotto di prima, perché il suo corpo e le sue necessità sono cambiati. È però riuscito a ritrovare il suo posto, continuando a camminare accanto alle persone che lo hanno accompagnato per tanti anni.

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2026-08-29 Autore: Silvia

N 4719

Aveva imparato ad avere paura degli esseri umani: 30 nuovi amici gli insegnano che può fidarsi ancora

Dopo maltrattamenti, fame e quattro adozioni fallite, Courage ha finalmente trovato una famiglia. Ad aiutarlo a superare la paura sono stati gli altri cani e ... Leggi tutto

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Dopo maltrattamenti, fame e quattro adozioni fallite, Courage ha finalmente trovato una famiglia. Ad aiutarlo a superare la paura sono stati gli altri cani e gatti di casa.

Per quattro volte Courage ha lasciato il rifugio pensando, forse, che una nuova vita stesse per cominciare. E per quattro volte è stato riportato indietro. Non era aggressivo, ingestibile o incapace di convivere con le persone: era semplicemente un cane terrorizzato da un passato fatto di violenze, privazioni e abbandoni.

Aveva imparato ad avere paura degli esseri umani: 30 nuovi amici gli insegnano che può fidarsi ancora- amorezquattrozampe.it

Dietro il suo sguardo basso e il corpo immobile si nascondeva una storia dolorosa, troppo profonda per essere cancellata con un semplice cambio di casa. Poi, il 16 giugno, Carolina Souza ha deciso di adottarlo e di offrirgli qualcosa che Courage non aveva mai conosciuto davvero: tempo, rispetto e sicurezza.

Restituito al rifugio perché non era un cane da guardia

Secondo Carolina, le precedenti adozioni erano fallite sempre per lo stesso motivo. Le persone sceglievano Courage per il suo aspetto e per la sua corporatura, convinte che potesse diventare un buon cane da guardia. Quando scoprivano la sua natura timida e impaurita, però, decidevano di restituirlo.

Restituito al rifugio perché non era un cane da guardia- amoreaquattrozampe.it

«La gente era interessata a lui perché era grande, volevano solo che servisse come cane da guardia, ma quando si sono accorti che era timido, lo hanno restituito», ha raccontato Carolina.

La sua storia mostra quanto sia sbagliato valutare un cane soltanto in base alle dimensioni o alle aspettative di chi lo adotta. Essere grande non significa necessariamente essere adatto a proteggere una proprietà. Nel caso di Courage, inoltre, la timidezza non rappresentava un difetto caratteriale, ma la conseguenza delle sofferenze subite.

Prima di arrivare nella sua nuova famiglia, Courage aveva conosciuto la crudeltà umana. Era stato lasciato legato sotto la pioggia, aveva trascorso intere giornate senza acqua né cibo ed era stato picchiato mentre cercava qualcosa da mangiare tra i rifiuti.

Esperienze così dolorose possono lasciare ferite profonde nel comportamento di un animale. La paura può manifestarsi attraverso l’immobilità, la fuga, l’evitamento del contatto oppure, quando il cane si sente minacciato, mediante reazioni difensive.

A rendere ancora più difficile la situazione di Courage erano stati i continui ritorni al rifugio. Ogni adozione fallita significava perdere nuovamente i propri punti di riferimento, affrontare un altro distacco e ricominciare tutto da capo.

Quando Carolina lo ha accompagnato a casa, Courage non ha reagito come spesso si immagina possa fare un cane appena adottato. Non ha esplorato le stanze, non ha cercato una cuccia e non ha mostrato curiosità per ciò che lo circondava.

È rimasto sdraiato sul pavimento, immobile, con la testa bassa e il collare ancora addosso. Sembrava ansioso, triste e incapace di comprendere che, quella volta, nessuno sarebbe tornato per riportarlo al rifugio. Nella casa di Carolina vivevano già trenta animali: quindici cani e quindici gatti. Proprio loro, durante la prima notte, hanno compiuto un gesto semplice ma straordinario.

Invece di ritirarsi nei loro spazi abituali, alcuni gatti si sono avvicinati al nuovo arrivato e si sono distesi sul pavimento accanto a lui. Sono rimasti al suo fianco, permettendogli lentamente di rilassarsi e, infine, di addormentarsi.

Carolina ha raccontato che, in alcuni momenti, i mici appoggiavano persino la testa contro il corpo di Courage, quasi volessero rassicurarlo. Senza chiedergli nulla e senza costringerlo a interagire, gli hanno fatto capire che non era più solo.

La compagnia di altri animali non rappresenta una soluzione universale per superare un trauma. Nel caso di Courage, però, la presenza tranquilla dei suoi nuovi compagni sembra essere diventata un importante punto di riferimento.

I primi cambiamenti sono arrivati già nelle ore successive. Courage ha iniziato ad accettare il cibo direttamente dalle mani di Carolina, a scodinzolare davanti agli stimoli positivi e a interagire con gli altri cani.

La paura non era scomparsa, ma qualcosa dentro di lui aveva cominciato a cambiare. Il cane che fino a poco prima sembrava incapace di lasciarsi avvicinare stava iniziando a comprendere che quella casa era diversa da tutte quelle conosciute in precedenza.

Dopo appena 72 ore, i progressi erano già visibili. Courage appariva ancora ansioso, ma mostrava una maggiore disponibilità al contatto e una crescente fiducia nei confronti della sua nuova famiglia.

Oggi Courage è particolarmente legato agli altri cani della casa. Dormire accanto a loro è diventato per lui una sorta di rituale rassicurante. La loro vicinanza lo aiuta a sentirsi protetto e a vivere con maggiore serenità le situazioni quotidiane.

Nella sua nuova famiglia ha finalmente scoperto qualcosa che gli era sempre mancato: la possibilità di muoversi, riposare e avvicinarsi agli altri senza essere costretto o minacciato.

Il suo recupero, tuttavia, richiederà tempo. La fiducia di un cane traumatizzato deve essere costruita giorno dopo giorno attraverso una routine prevedibile, interazioni positive e il rispetto dei suoi spazi. Forzarlo a socializzare prima che si senta pronto potrebbe aumentare ulteriormente la sua paura.

Courage ha finalmente trovato casa- amoreaquattrozampe.it

Per gran parte della sua vita Courage è stato considerato troppo timido, troppo fragile e troppo insicuro per soddisfare le aspettative degli altri. Era stato scelto per la sua corporatura, ma rifiutato quando le persone avevano scoperto che non sarebbe diventato il cane da guardia che desideravano.

Ora vive in una casa piena di animali che sembrano aver compreso immediatamente ciò di cui aveva davvero bisogno. Courage non cercava un compito da svolgere, ma un luogo nel quale potersi sentire protetto e amato.

Nessuno può sapere quanto tempo sarà necessario perché smetta completamente di temere un nuovo abbandono. Questa volta, però, non dovrà dimostrare di essere abbastanza coraggioso per meritare affetto. Dopo quattro dolorosi ritorni al rifugio, Courage ha finalmente trovato una famiglia disposta ad accoglierlo per ciò che è. Una casa dalla quale nessuno lo riporterà più indietro.

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2026-08-27 Autore: Silvia

N 4718

È morta Dolly Parton: dietro la leggenda della musica c’era una donna che non dimenticava gli animali

Dolly Parton ha dedicato parte della sua vita alla tutela degli animali, sostenendo cani in difficoltà, rifugi e progetti per la salvaguardia delle aquile. E’ ... Leggi tutto

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Dolly Parton ha dedicato parte della sua vita alla tutela degli animali, sostenendo cani in difficoltà, rifugi e progetti per la salvaguardia delle aquile.

E’ morta il 25 agosto 2026, all’età di 80 anni. La notizia è stata confermata attraverso il sito ufficiale dell’artista, che ne ricorda la straordinaria carriera e il grande impegno umanitario.

È morta Dolly Parton: dietro la leggenda della musica c’era una donna che non dimenticava gli animali- amoreaquattrozampe.it

La sua eredità, però, non appartiene soltanto alla musica. Nel corso degli anni la cantante ha utilizzato la propria popolarità anche per sensibilizzare il pubblico sul benessere degli animali e sostenere concretamente rifugi e programmi dedicati alla fauna selvatica.

Un amore per gli animali nato durante l’infanzia

Il legame di Dolly Parton con il mondo animale aveva radici lontane. La sua prima canzone pubblicata, “Puppy Love”, venne scritta insieme allo zio Bill Owens quando aveva appena 11 anni e registrata nel 1959.

Un amore per gli animali nato durante l’infanzia- amoreaquattrozampe.it

Decenni più tardi, l’artista ricordò quel brano spiegando che il suo amore per gli animali domestici era diventato ancora più forte con il passare del tempo. Non si trattava soltanto di una dichiarazione affettuosa: le numerose iniziative sostenute durante la sua vita dimostrano quanto questo tema le stesse realmente a cuore.

Dolly Parton mise la propria musica al servizio di una campagna della PETA dedicata ai cani lasciati soli o trascurati. Concesse l’utilizzo della canzone bluegrass “Will He Be Waiting for Me?” per lo spot “Dogs Need Company”, interpretato dall’attrice Kathy Najimy.

L’obiettivo era ricordare che i cani sono animali sociali: hanno bisogno di attenzioni, movimento e della vicinanza delle persone con cui vivono. Lasciarli soli per molte ore o tenerli costantemente isolati può compromettere seriamente il loro benessere emotivo. La collaborazione è stata ricordata dalla stessa PETA nel suo omaggio alla cantante.

In occasione di un concerto nel Regno Unito, nei pressi dell’evento venne trovato un cane smarrito. Dolly Parton diffuse sui social la fotografia dell’animale e si offrì persino di accoglierlo qualora non fosse stato possibile rintracciarne la famiglia.

La grande visibilità data alla storia contribuì al lieto fine: il cane riuscì a ricongiungersi con i suoi proprietari. Un episodio semplice, ma capace di mostrare il lato più spontaneo dell’artista, pronta a intervenire personalmente per aiutare un animale in difficoltà.

Nel 2022 la cantante lanciò “Doggy Parton”, una linea di abbigliamento, giochi e accessori per cani ispirata al suo stile colorato e inconfondibile. La collezione comprendeva collari, guinzagli, pettorine, vestitini e perfino una parrucca bionda che richiamava il suo celebre look.

Dietro l’aspetto divertente del progetto c’era anche una finalità benefica. Una parte dei ricavi veniva destinata alla Willa B. Farms Animal Rescue, organizzazione del Tennessee impegnata nell’accoglienza e nella cura di animali abbandonati, maltrattati o trascurati. L’iniziativa e la sua finalità solidale furono presentate sul sito ufficiale di Dolly Parton.

L’impegno di Dolly Parton coinvolse anche la conservazione della fauna selvatica. Attraverso Dollywood, il parco divertimenti da lei fondato in Tennessee, sostenne per 35 anni il lavoro dell’American Eagle Foundation.

La collaborazione permise di ospitare e assistere aquile calve che, a causa di ferite o problemi fisici, non potevano essere liberate. Il progetto ebbe anche un’importante funzione educativa, aiutando milioni di visitatori a conoscere più da vicino questi rapaci e a comprendere la necessità di proteggerli.

Nel corso della collaborazione, l’American Eagle Foundation ha dichiarato di aver restituito alla natura più di 400 aquile calve, oltre ad aver sviluppato attività di recupero, conservazione e sensibilizzazione.

Dolly Parton ed il suo incredibile amore per gli animnai- amoreaquattrozampe.it

Uno dei momenti più significativi si verificò nel 2008, quando Dolly Parton partecipò alla liberazione di una giovane aquila caduta dal nido in Florida e successivamente affidata alle cure dell’American Eagle Foundation.

Fu proprio la cantante a scegliere per l’animale il nome Liberty e ad aprire, insieme ai responsabili della fondazione, la struttura dalla quale il giovane rapace poté tornare in libertà. La vicenda è documentata dall’American Eagle Foundation.

Già nel 2003 Dolly aveva ricevuto un riconoscimento dal Servizio della pesca e della fauna selvatica degli Stati Uniti per il suo contributo alla protezione dell’aquila calva.

Dolly Parton ha saputo trasformare la propria notorietà in uno strumento di solidarietà. Dai cani soli e abbandonati alle aquile bisognose di cure, il suo impegno ha dato visibilità a numerose iniziative e ha contribuito a diffondere una maggiore attenzione verso il rispetto degli animali.

La sua eredità continuerà a vivere nelle canzoni che hanno segnato intere generazioni, ma anche nei progetti che ha sostenuto e negli animali che, grazie al suo aiuto, hanno ricevuto cure, protezione e una nuova possibilità.

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2026-08-28 Autore: Silvia

N 4717

Il sindaco di Torino entra nei canili e fa appelli di adozione: un esempio che tutti i primi cittadini dovrebbero seguire

Il sindaco di Torino entra nei canili e fa appelli di adozione: un esempio che tutti i primi cittadini dovrebbero seguire. L’ingresso di un amministratore ... Leggi tutto

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Il sindaco di Torino entra nei canili e fa appelli di adozione: un esempio che tutti i primi cittadini dovrebbero seguire.

L’ingresso di un amministratore pubblico all’interno dei rifugi municipali non rappresenta soltanto un atto formale, ma costituisce il punto di contatto prescrittivo tra la responsabilità giuridica dell’ente locale e la gestione quotidiana di un’emergenza silenziosa. La recente ricognizione svolta dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, presso le strutture del canile sanitario e del rifugio cittadino nel cuore della stagione estiva, offre lo spunto per ridiscutere l’approccio strutturale dei Comuni italiani verso la tutela degli animali senza famiglia.

il sindaco di Torino con i gatti
Il sindaco di Torino entra nei canili e fa appelli di adozione (Screenshot video Ansa – amoreaquattrozampe.it)

Nel quadro normativo nazionale, la figura del Sindaco detiene la responsabilità primaria del benessere dei cani e dei gatti privi di un riferimento custode sul territorio comunale. Ciononostante, l’attenzione della politica locale nei confronti dei centri di accoglienza e della gestione del randagismo tende a mantenersi marginale, traducendosi raramente in interventi diretti o in una presenza costante delle istituzioni sui luoghi di ricovero.

L’impegno dei primi cittadini per favorire le adozioni nei canili e donare una vita migliore a migliaia di cani e gatti

La presenza dell’amministrazione all’interno dei canili mette in luce una realtà numerica ed economica di notevole portata per la finanza pubblica. I dati emersi dal recente rapporto Zoomafia 2026 redatto dalla LAV delineano uno scenario complesso: sul territorio nazionale si contano circa 100 mila cani ospitati nelle strutture pubbliche (secondo il Rapporto LAV 2026), con un costo medio annuo per animale a carico della collettività pari a 1.300 €.

Il mantenimento di questa popolazione comporta un investimento medio annuo di quasi 1.300 euro per ciascun esemplare a carico dei bilanci comunali. Promuovere l’orientamento della cittadinanza verso l’affido consapevole, attingendo sia dai canili municipali sia dai rifugi gestiti dal privato sociale privi di sussidi pubblici, rappresenta pertanto un canale prioritario per coniugare l’etica dell’accoglienza al contenimento dei costi collettivi.

Il sindaco di Torino al canile
Il sindaco di Torino al canile (Screenshot video Ansa – amoreaquattrozampe.it)

Storicamente, l’azione di contrasto all’abbandono si è affidata a campagne comunicative temporanee, concentrate in prevalenza nell’imminenza delle partenze estive. L’esperienza dimostra tuttavia che i messaggi basati unicamente sullo slogan della non-dismissione dell’animale raggiungono con scarsa efficacia chi manifesta già la volontà di violare il patto di accudimento. Ciò che manca è un’azione preventiva e continua, diffusa lungo tutto l’arco dell’anno, incentrata sull’educazione alla convivenza.

Parallelamente, anche il rafforzamento delle sanzioni penali evidenzia un’efficacia deterrente circoscritta. Il recente inasprimento normativo introdotto dalla cosiddetta Legge Brambilla — che ha innalzato le sanzioni pecuniarie per l’abbandono da un minimo di 5.000 euro fino a un massimo di 10.000 euro, oltre alla pena della reclusione fino a un anno — interviene esclusivamente sull’aspetto repressivo del fenomeno. Senza un solido percorso educativo attivo tutto l’anno, il solo impianto sanzionatorio non si dimostra in grado di azzerare gli ingressi nelle strutture.

L’iter di adozione dai canili

Per far fronte ai sempre più diffusi abbandoni di cani e gatti e al conseguente aumento di ospiti nei rifugi e di randagi in strada, le associazioni animaliste stanno promuovendo campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica. Il randagismo sta diventando infatti un fenomeno sempre più diffuso in tutta Italia.

Un elemento centrale emerso durante la visita del Primo cittadino torinese riguarda la modalità con cui si strutturano le adozioni. Per prevenire il fenomeno dei ritorni in struttura — conseguenza di un’interruzione precoce della convivenza — appare indispensabile superare la logica dell’impulso emotivo estemporaneo. L’ingresso in famiglia richiede la mediazione diretta degli operatori e, in particolare, l’integrazione sistematica dell’educatore cinofilo nei quadri operativi dei canili.

sindaco con gatto al canile
Il sindaco torinese con un gattino ospite del rifugio (Screenshot video Ansa – amoreaquattrozampe.it)

Questa figura professionale, integrata con il lavoro dei volontari e del personale sanitario, analizza il profilo comportamentale dell’animale e le caratteristiche del nucleo ospitante, individuando la compatibilità ottimale tra le parti. La formazione specialistica di chi opera nei centri rappresenta dunque un investimento cruciale che i Comuni sono chiamati a sostenere con continuità. L’iniziativa svolta nel capoluogo piemontese evidenzia la necessità di un cambio di passo strutturale nella governance locale del settore. Oltre alle visite istituzionali periodicamente programmate, le amministrazioni sono chiamate a potenziare gli strumenti d’indirizzo già esistenti.

La figura del Garante degli animali, ove istituita, risulta talvolta limitata da un raggio d’azione ridotto e dalla carenza di budget operativi dedicati. Rendere questi organi pienamente operativi e dotarli di risorse adeguate consentirebbe di passare da una gestione emergenziale a politiche attive di tutela. Trasformare la presenza dei vertici comunali nei canili pubblici e nei rifugi privati in un appuntamento sistematico costituisce il primo passo per sollecitare la cittadinanza a guardare al di là dei box, promuovendo una cultura dell’adozione basata su consapevolezza, prevenzione e responsabilità scientifica.

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2026-08-25 Autore: Elisabetta Guglielmi

N 4716

Dopo 25 anni al fianco degli animali, La Fenice rischia lo sgombero: appello per salvare 30 cani

Il rifugio La Fenice di Ponticelli rischia lo sgombero dopo 25 anni di attività. Le associazioni chiedono al Comune di Napoli una soluzione per tutelare ... Leggi tutto

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Il rifugio La Fenice di Ponticelli rischia lo sgombero dopo 25 anni di attività. Le associazioni chiedono al Comune di Napoli una soluzione per tutelare i 30 cani ospitati.

Un provvedimento amministrativo notificato l’11 agosto 2026 mette a rischio il futuro del rifugio La Fenice, una struttura che da 25 anni si occupa della tutela degli animali nella periferia orientale di Napoli.

Dopo 25 anni al fianco degli animali, La Fenice rischia lo sgombero: appello per salvare 30 cani-amoreaquattrozampe.it

Il centro, situato in via Virginia Woolf, nel quartiere Ponticelli, avrebbe ricevuto dal Comune l’ordine di liberare l’area da persone e cose entro trenta giorni. Una decisione che ha suscitato forte preoccupazione tra i volontari e gli abitanti della zona, soprattutto per la sorte dei 30 cani attualmente ospitati.

Trenta cani rischiano di rimanere senza un rifugio

A denunciare la situazione è stata Carmela Vitale, fondatrice di ADLA Onlus, l’Associazione Difesa Animali e Ambiente. Conosciuta nel quartiere come “Melina dei cani”, la volontaria dedica da oltre due decenni il proprio impegno al recupero e alla cura degli animali in difficoltà.

Trenta cani rischiano di rimanere senza un rifugio- amoreaquattrozampe.it

Nel rifugio vivono cani anziani, malati o con storie particolarmente dolorose alle spalle. Alcuni sarebbero stati salvati da maltrattamenti, combattimenti clandestini e situazioni di sfruttamento legate alla riproduzione illegale.

Secondo quanto riferito dall’associazione, nel provvedimento non sarebbe stata indicata una sistemazione alternativa per gli animali. Carmela Vitale ha inoltre contestato il linguaggio burocratico utilizzato nell’atto, che comprenderebbe gli animali tra i beni da rimuovere, senza considerare la loro natura di esseri senzienti e le loro specifiche necessità.

La situazione del rifugio La Fenice non sarebbe un caso isolato. Una procedura analoga, legata a presunte irregolarità urbanistiche, riguarderebbe anche la struttura gestita ad Agnano da Adelaide Buonocore, conosciuta come Dea, dove trovano accoglienza circa 70 cani.

Al fianco di Carmela Vitale è intervenuto anche Giovanni De Stefano, rappresentante dell’associazione Anime Libere ETS. Le realtà animaliste coinvolte chiedono al Comune di Napoli di sospendere l’esecuzione del provvedimento e di aprire un tavolo tecnico per individuare una soluzione condivisa.

L’obiettivo è affrontare e, dove possibile, sanare le eventuali irregolarità senza mettere in pericolo la salute, la sicurezza e il benessere degli animali ospitati.

Le associazioni ricordano che strutture come La Fenice hanno svolto per anni un ruolo importante nella gestione del randagismo e nell’assistenza agli animali abbandonati. Grazie all’impegno quotidiano dei volontari, numerosi cani sono stati recuperati dalla strada, curati e accompagnati verso l’adozione.

Secondo gli attivisti, la chiusura improvvisa di questi centri rischierebbe di aggravare una situazione già complessa, trasferendo altrove un problema che necessita invece di programmazione, collaborazione e soluzioni durature.

Il caso ha superato i confini dell’attivismo locale ed è entrato nel dibattito politico regionale. Sulla questione è intervenuto Severino Nappi, componente del Consiglio federale della Lega e vice coordinatore del partito in Campania.

Le associazioni e gli animalisti si stanno muovendo-amoreaquattrozampe.it

Nappi ha criticato quella che considera un’eccessiva rigidità dell’amministrazione comunale nei confronti delle strutture dedicate all’accoglienza degli animali, sollevando anche un confronto con la gestione di altre occupazioni presenti nel patrimonio cittadino.

I volontari di ADLA Onlus e delle altre associazioni coinvolte hanno annunciato l’intenzione di proseguire la mobilitazione attraverso sit-in pacifici e iniziative di sensibilizzazione.

La richiesta rivolta alle istituzioni è quella di intervenire prima della scadenza prevista, evitando che i 30 cani del rifugio di Ponticelli rimangano senza un riparo adeguato.

Dopo 25 anni di attività sul territorio, i volontari chiedono che il lavoro svolto non venga cancellato da un atto amministrativo e che qualsiasi decisione tenga conto, prima di tutto, della tutela degli animali più fragili.

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2026-08-25 Autore: Silvia

N 4715

“Questo è il mio cane, aiutatemi a trovarlo”: il disegno di una bambina dopo il terremoto commuove il mondo

Dopo il terremoto Bruno era scomparso. Antonia, sette anni, lo ha cercato con un disegno fino al commovente ritorno del cane a casa. Il terremoto ... Leggi tutto

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Dopo il terremoto Bruno era scomparso. Antonia, sette anni, lo ha cercato con un disegno fino al commovente ritorno del cane a casa.

Il terremoto aveva fatto perdere ogni traccia di Bruno, ma Antonia non si è lasciata sopraffare dalla paura. A soli sette anni, la bambina ha trasformato l’amore per il suo cane in una ricerca instancabile: ha disegnato il suo musetto, scritto il suo nome e aggiunto un numero di telefono, per poi uscire insieme alla mamma nella speranza che qualcuno potesse riconoscerlo.

“Questo è il mio cane, aiutatemi a trovarlo”: il disegno di una bambina dopo il terremoto commuove il mondo-amoreaquattrozampe.it

Dopo giorni di angoscia e incertezza, è arrivata la notizia che tutta la famiglia attendeva: Bruno è stato ritrovato ed è finalmente tornato a casa. Il commovente abbraccio con Antonia è diventato una delle immagini più emozionanti legate alla tragedia.

Il terremoto e la scomparsa di Bruno

Il 10 agosto un terremoto di magnitudo 7,4 ha colpito la Colombia, provocando paura, danni e una grave situazione di emergenza. Nel caos seguito alla scossa, numerose famiglie hanno dovuto affrontare momenti drammatici. Tra queste c’era anche quella di Antonia, una bambina di sette anni che aveva perso il suo inseparabile compagno a quattro zampe.

Il terremoto e la scomparsa di Bruno- amoreaquattrozampe.it

Bruno Otero era scomparso proprio mentre la famiglia cercava di affrontare le conseguenze del sisma. Non sapere dove si trovasse rendeva ancora più dolorosa una situazione già difficile. Antonia, però, non riusciva ad accettare l’idea di non poterlo più riabbracciare.

Mentre gli adulti erano impegnati a gestire l’emergenza, la bambina ha deciso di fare tutto ciò che era nelle sue possibilità per riportare Bruno a casa. Antonia ha preso carta e matite e ha realizzato un ritratto del suo cane. Accanto al musetto di Bruno ha scritto il suo nome completo e un numero di telefono al quale rivolgersi in caso di avvistamento.

Quel foglio, semplice ma carico di speranza, è diventato il suo appello. Accompagnata dalla mamma Geraldine, la bambina ha percorso le strade del quartiere mostrandolo alle persone incontrate. Chiunque avrebbe potuto riconoscere Bruno o fornire un’indicazione utile per ritrovarlo.

La sua richiesta di aiuto è arrivata anche alla Fundación Gloria Mariana, che ha contribuito a diffondere la storia e l’immagine del cane attraverso i social network. La mobilitazione ha così coinvolto un numero sempre maggiore di persone.

Le prime ricerche non hanno portato immediatamente al risultato sperato. Per diversi giorni Antonia e la sua famiglia hanno continuato a cercare Bruno, affrontando un’attesa resa ancora più difficile dall’emergenza provocata dal terremoto.

Nonostante l’incertezza, la bambina non ha mai smesso di credere che il suo cane sarebbe tornato. Quel piccolo disegno continuava a rappresentare la speranza di ritrovare un membro amatissimo della famiglia. Poi è finalmente arrivata la notizia più bella: Bruno era stato trovato e poteva tornare a casa.

Al termine di giorni interminabili, Antonia ha potuto stringere nuovamente Bruno tra le braccia. Il momento del ricongiungimento è stato ripreso in un video, successivamente condiviso sui social dalla Fundación Gloria Mariana.

Le immagini della bambina accanto al suo cane hanno commosso migliaia di persone. In mezzo ai racconti di paura e distruzione causati dal sisma, la loro storia ha rappresentato una piccola ma significativa vittoria.

Cane in Colombia é stato ritrovato- amoreaquattrozampe.it

Non era soltanto il ritorno di un animale domestico: per Antonia significava ritrovare un amico, una presenza familiare e un punto di riferimento fondamentale dopo un’esperienza traumatica.

Il gesto della bambina colpisce soprattutto per la sua spontaneità. Di fronte a una situazione molto più grande di lei, Antonia ha utilizzato ciò che aveva a disposizione: un foglio, alcune matite e la determinazione di chi non vuole rinunciare a una persona amata.

Il ritratto di Bruno è diventato così un simbolo dell’affetto profondo che può unire un bambino al proprio animale. Ha dimostrato anche quanto la condivisione e la solidarietà possano risultare decisive durante un’emergenza.

Bruno è finalmente tornato dalla sua famiglia e Antonia ha potuto riabbracciarlo. Il loro incontro ha regalato un momento di sollievo e felicità in mezzo alle immagini drammatiche lasciate dal terremoto, ricordando a tutti quanto sia importante non perdere mai la speranza.

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2026-08-26 Autore: Silvia

N 4714

Intrappolati tra le fiamme: muoiono 20.000 maiali nell’incendio di un allevamento in Ontario

Una vera tragedia che si è consumata tra le fiamme. Strage di maiali in un incendio, un allevamento distrutto: ora si pensa alla sicurezza. Arsi ... Leggi tutto

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Una vera tragedia che si è consumata tra le fiamme. Strage di maiali in un incendio, un allevamento distrutto: ora si pensa alla sicurezza.

Strage di maiali in un incendio: un inferno di fiamme e fuoco (Screenshot Foto Facebook@Trattato Plant Based Italia-amoreaquattrozampe.it)

Arsi vivi dalle fiamme, che sono divampate senza dare loro alcuno scampo: una strage di maiali in un incendio, che ha provocato la morte di 20mila esemplari. Una tragedia evitabile? Sebbene ora sia tardi per chiederselo, almeno per i maiali coinvolti, ci si interroga sulla sicurezza di alcuni allevamenti e scatta la polemica. Tutti i dettagli di una strage crudele che ha trovato nel vento e nel caldo dei potentissimi alleati.

Strage di maiali in un incendio: morti in una trappola di fuoco

Siamo a Simcoe, in Ontario (Canada) e precisamente sulla Highway 3: qui uno dei più grandi allevamenti di maiali viene rapidamente avvolto dalle fiamme. Non si conosce ancora la natura dell’incendio ma si sa che il caldo torrido di questi giorni d’estate e il vento forte hanno fatto in modo che il capannone, dove erano custoditi gli animali, fosse ben presto avvolto dalle fiamme e dal calore.

Una morsa, una trappola dalla quale i poveri animali non sarebbero mai stati in grado di scappare: una causa per ora sconosciuta e accidentale alla base del rogo dello scorso 14 luglio. La struttura, di 18mila metri quadrati, nelle prime ore del mattino era ancora deserta, almeno di uomini: infatti nessuna persona è stata coinvolta nell’incendio.

Milioni di litri di acqua sono stati impiegati da almeno 40 o 50 vigili del fuoco chiamati immediatamente a domare le fiamme da diverse stazioni (otto) in zona. Il fumo ha di sicuro impedito qualsiasi via di fuga ai poveri maiali, costretti a restare inermi mentre le fiamme li divoravano vivi. Una vera e propria strage: ora ci si chiede se tutto questo era, in qualche modo, evitabile.

Strage di maiali in un incendio: è polemica sulla sicurezza

La tragedia nella quale sono morti 20mila maiali ha riacceso (troppo tardi, almeno per loro) la polemica sulla sicurezza degli allevamenti: c’è un reale sistema di prevenzione degli incendi nelle aree rurali, che spesso ospitano tali capannoni per l’allevamento? A chiederselo è la responsabile dell’Animal Justice, Camille Labchuk, che ha espresso cordoglio profondo per quanto successo.

Strage di maiali in un incendio: ora è polemica sulle norme che regolano la sicurezza (Foto Canva-amoreaquattrozampe.it)

Ci si chiede se le Leggi del Paese prendano sul serio la sicurezza di tali strutture e se le stesse siano dotate di nuovi rilevatori di incendio, di pareti tagliafuoco e di sistemi efficaci di spegnimento con acqua che scende a pioggia. Infatti tali precauzioni vengono tuttora definite non strettamente necessarie, ma opzionabili, mettendo di fatto in pericolo gli animali ospitati e chi vi lavora (sebbene si tratti di luoghi di lavoro a bassa occupazione umana).

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Il disastro ha dunque scatenato le voci di coloro che proteggono gli animali e chiedono una revisione immediata delle Leggi esistenti di protezione degli stessi e una transizione verso un sistema alternativo di sicurezza.

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2026-08-26 Autore: Francesca Ciardiello

N 4713

Ha salvato decine di persone dalle macerie, poi il terremoto ha travolto anche il cane Tsunami

Tsunami, cane da ricerca e soccorso, è rimasto ferito e senza casa durante il terremoto in Venezuela, ma ha continuato a cercare i dispersi. Per ... Leggi tutto

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Tsunami, cane da ricerca e soccorso, è rimasto ferito e senza casa durante il terremoto in Venezuela, ma ha continuato a cercare i dispersi.

Per anni Tsunami si è fatto strada tra cemento, vetri e strutture pericolanti per raggiungere luoghi inaccessibili ai soccorritori. Grazie al suo fiuto e a un addestramento rigoroso, ha cercato persone intrappolate sotto le macerie in Venezuela e ha preso parte alle operazioni successive ai devastanti terremoti che nel 2023 hanno colpito Turchia e Siria.

Ha salvato decine di persone dalle macerie, poi il terremoto ha travolto anche il cane Tsunami- amoreaquattrozampe.it

Nell’ultima emergenza affrontata nel suo Paese, però, il destino ha ribaltato i ruoli: il cane abituato a salvare gli altri si è ritrovato ferito e senza una casa. Nonostante il dolore e la stanchezza, Tsunami non si è fermato e ha continuato a svolgere il compito per il quale era stato preparato.

Il terremoto e le ricerche tra le macerie

Il 24 giugno una doppia scossa ha colpito il Venezuela, interessando in particolare le aree di Caracas e La Guaira. Per dieci giorni Jorge Beens, direttore del Centro de Formación Equipos Caninos de Intervención en Desastres K-Sar Ecid, ha lavorato quasi senza sosta insieme al suo inseparabile compagno.

Il terremoto e le ricerche tra le macerie- amoreaquattrozampe.it

Tsunami si è mosso tra edifici danneggiati e cumuli di detriti, contribuendo alla localizzazione di 26 persone. Ogni sua segnalazione nasceva dalla capacità di riconoscere anche la più debole traccia della presenza umana e di comunicarla immediatamente al proprio conduttore.

Questa volta, tuttavia, il cane ha conosciuto direttamente le conseguenze della catastrofe. Durante le operazioni è rimasto ferito, ma è riuscito a sopravvivere. La sua resistenza fisica, la preparazione e il suo straordinario temperamento gli hanno consentito di proseguire il lavoro anche in condizioni difficili.

La storia di Tsunami era cominciata proprio con un salvataggio. Quando era ancora un cucciolo, era stato maltrattato e successivamente abbandonato. Le sue condizioni di salute erano precarie, mentre la paura degli esseri umani lo aveva reso diffidente e incline a reagire mordendo.

A recuperarlo era stata Aproa, associazione venezuelana impegnata nella difesa degli animali. In seguito era arrivato Jorge Beens, deciso ad accompagnarlo in un delicato percorso di riabilitazione.

Inizialmente l’obiettivo era aiutarlo a superare i traumi e trovargli una famiglia. Durante l’addestramento, però, Jorge si accorse delle sue eccezionali capacità. Dietro quella diffidenza si nascondevano intelligenza, sensibilità, coraggio e un olfatto particolarmente sviluppato.

Da quel momento per Tsunami iniziò una nuova vita: quella di cane specializzato nella ricerca e nel soccorso delle persone disperse.

In circa otto anni di attività, Tsunami è diventato uno dei cani da soccorso più conosciuti del Venezuela. Ha partecipato a numerose emergenze nazionali e internazionali, comprese le ricerche successive alle frane di Las Tejerías ed El Castaño.

Nel 2023 è stato impiegato anche nelle aree della Turchia e della Siria devastate dal terremoto. In scenari estremamente complessi ha messo le proprie capacità al servizio delle squadre impegnate nella ricerca dei sopravvissuti.

Il lavoro di un cane da soccorso non dipende soltanto dal fiuto. Questi animali devono imparare a muoversi sopra superfici instabili, affrontare rumori improvvisi e attraversare zone ricoperte da vetri, metallo e cemento. Devono inoltre riuscire a distinguere l’odore di una persona da tutte le altre tracce presenti nell’ambiente.

Un elemento fondamentale di ogni operazione è il rapporto tra il cane e il suo conduttore. Tsunami e Jorge lavorano fianco a fianco da anni e hanno costruito una sintonia profonda.

Il cane si affida alle indicazioni dell’uomo, mentre Jorge è capace di interpretare anche la più piccola variazione nel comportamento del suo compagno a quattro zampe. Durante un’emergenza, quando ogni secondo può essere prezioso, questa fiducia reciproca può fare la differenza.

Il loro non è soltanto un rapporto professionale: Tsunami è parte della vita di Jorge, oltre che un collega insostituibile nelle operazioni di soccorso.

Quando le ricerche sono terminate, per Tsunami e Jorge è cominciata un’altra difficile prova. L’abitazione dell’uomo, situata a Caracas, è stata dichiarata gravemente danneggiata e contrassegnata con il cosiddetto “semaforo rosso”, che impone lo sgombero immediato per ragioni di sicurezza.

Dopo aver trascorso dieci giorni ad aiutare le persone colpite dal terremoto, Jorge si è ritrovato a sua volta senza una sistemazione. Con lui ci sono Tsunami e un altro cane che sta seguendo l’addestramento per diventare un futuro soccorritore.

Lo stesso cane è rimasto ferito nel terremoto del Venezuela avvenuto a giugno- amoreaquattrozampe.it

Non sono semplicemente animali domestici, ma compagni di vita e membri essenziali della sua squadra. Trovare una nuova casa adatta ad accoglierli, quindi, non è semplice.

La storia di Jorge e dei suoi cani ha suscitato una grande ondata di vicinanza. Numerose persone hanno deciso di mobilitarsi per aiutare chi, per tanti anni, ha messo esperienza, coraggio e competenze al servizio delle comunità colpite dalle calamità.

A quasi nove anni, Tsunami si prepara a lasciare il servizio operativo. Il pensionamento arriva al termine di una missione che resterà profondamente impressa nella sua storia: ferito e privato della propria casa, ha continuato a cercare chi aveva bisogno di aiuto.

Da cucciolo maltrattato e abbandonato a prezioso cane da soccorso, la sua vita dimostra quanto possano essere straordinarie le possibilità offerte da una seconda occasione. Oggi, dopo aver dedicato tanti anni agli altri, Tsunami merita sicurezza, riposo e tutto l’affetto che ha saputo conquistare.

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2026-08-26 Autore: Silvia

N 4712

Era ridotto a pelle e ossa: cane abbandonato tra i rifiuti e in condizioni terribili

Reg è stato trovato gravemente denutrito in un terreno abbandonato di Philadelphia. Soccorso dalla Pennsylvania SPCA, sta lentamente recuperando grazie alle cure veterinarie. Faceva appena ... Leggi tutto

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Reg è stato trovato gravemente denutrito in un terreno abbandonato di Philadelphia. Soccorso dalla Pennsylvania SPCA, sta lentamente recuperando grazie alle cure veterinarie.

Faceva appena capolino tra cumuli di spazzatura e detriti, con un corpo talmente magro da sembrare ormai privo di forze. Reg, come è stato successivamente chiamato, si trovava in un terreno abbandonato di Philadelphia, vicino a un accampamento improvvisato.

Era ridotto a pelle e ossa: cane abbandonato tra i rifiuti e in condizioni terribili- amoreaquattrozampe.it

Quando i soccorritori lo hanno individuato, il cane era ridotto pelle e ossa e riusciva a malapena a restare in piedi. Le sue condizioni erano così gravi che ogni minuto poteva essere decisivo.

Reg il cane che era ridotto pelle e ossa

Alcune persone presenti nell’accampamento hanno raccontato che qualcuno avrebbe dovuto occuparsi di lui e nutrirlo. Tuttavia, nessuno ha rivendicato la proprietà dell’animale o si è assunto la responsabilità di quanto accaduto.

Reg il cane che era ridotto pelle e ossa- amoreaquattrozampe.it

Secondo le testimonianze raccolte, Reg sarebbe appartenuto a una persona che aveva vissuto per qualche tempo nel rifugio di fortuna, per poi allontanarsi. Il cane era quindi rimasto solo, abbandonato tra i rifiuti e senza ricevere le cure indispensabili.

Dopo essere stato recuperato, Reg è stato affidato agli operatori della Pennsylvania SPCA, che lo hanno immediatamente trasportato nella struttura dell’associazione a Philadelphia. La prima visita veterinaria ha mostrato un quadro clinico estremamente preoccupante. La temperatura corporea del cane era scesa a circa 35,9 gradi, un valore pericolosamente basso.

Le gengive apparivano pallide e appiccicose, mentre il riempimento capillare risultava molto lento. Questi segnali indicavano una grave compromissione della circolazione sanguigna.

Gli esami hanno inoltre evidenziato una forte disidratazione, una seria anemia e livelli estremamente bassi di proteine nel sangue. La prolungata mancanza di cibo aveva provocato la perdita di gran parte della massa muscolare, rendendo difficili persino i movimenti più semplici.

A raccontare quanto a lungo Reg fosse rimasto senza assistenza non era soltanto la sua estrema magrezza. Le unghie erano cresciute a tal punto da incurvarsi su se stesse ed erano completamente ricoperte di sporco e detriti.

Questa condizione gli provocava dolore e gli impediva di appoggiare correttamente le zampe. Anche entrambi gli occhi presentavano abbondanti secrezioni e necessitavano di cure immediate. La drastica perdita di peso aveva inoltre causato una retrazione delle palpebre, rendendo ancora più evidente il grave stato di debilitazione dell’animale.

Reg non era semplicemente affamato: il suo organismo era ormai arrivato al limite delle proprie possibilità di sopravvivenza.

Nei casi di denutrizione estrema non è possibile offrire immediatamente grandi quantità di cibo. Dopo un digiuno prolungato, infatti, l’organismo potrebbe non riuscire a gestire un improvviso apporto di nutrienti, con il rischio di sviluppare gravi complicazioni.

L’équipe veterinaria ha quindi iniziato riscaldando gradualmente il corpo di Reg e contrastando la disidratazione attraverso la somministrazione di liquidi per via endovenosa.

Successivamente è stato avviato un programma di rialimentazione controllata, composto da piccole porzioni distribuite più volte durante la giornata. In questo modo il suo organismo può riabituarsi lentamente a ricevere e assimilare il cibo.

Reg piano piano sta reagendo- amoreaquattrozampe.it

Nel frattempo, i veterinari hanno curato le infezioni agli occhi e accorciato le unghie, permettendo al cane di appoggiare finalmente le zampe con meno dolore.

Il percorso di guarigione sarà lungo e non potrà essere valutato soltanto attraverso l’aumento di peso. Reg dovrà recuperare le energie, ricostruire la massa muscolare e tornare gradualmente a utilizzare un corpo rimasto per troppo tempo senza le risorse necessarie.

I primi segnali, fortunatamente, sono incoraggianti. Grazie all’intervento dei soccorritori e alle cure ricevute, le sue condizioni hanno cominciato a stabilizzarsi.

Il cane trovato rannicchiato tra spazzatura e detriti, quasi troppo debole persino per chiedere aiuto, ha finalmente davanti a sé una possibilità concreta: quella di guarire, conoscere l’affetto di una famiglia e iniziare una nuova vita.

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2026-08-27 Autore: Silvia

N 4710

Meduse bloccano una centrale nucleare e no, non è la trama di un film: è accaduto davvero

Un’invasione di meduse ferma i reattori della centrale nucleare di Gravelines in Francia: ecco che cosa è accaduto. Un’improvvisa congestione biologica ha sbarrato i condotti ... Leggi tutto

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Un’invasione di meduse ferma i reattori della centrale nucleare di Gravelines in Francia: ecco che cosa è accaduto.

Un’improvvisa congestione biologica ha sbarrato i condotti di aspirazione della centrale nucleare di Gravelines, il secondo impianto energetico più potente d’Europa situato lungo la costa nord della Francia. Centinaia di migliaia di meduse, trascinate verso la riva dalle correnti marine, si sono accumulate sulle griglie di filtraggio dell’infrastruttura, forzando l’arresto d’emergenza di tre dei suoi reattori. La vicenda, apparentemente bizzarra, mette a nudo la vulnerabilità strutturale delle tecnologie umane di fronte alla trasformazione profonda degli ecosistemi marini.

le meduse
Un’invasione di meduse ferma i reattori della centrale nucleare di Gravelines in Francia (Foto Canva  – amoreaquattrozampe.it)

Per comprendere la genesi dell’incidente occorre guardare all’ingegneria di base del sito. Le centrali termoelettriche e nucleari operano su un principio di scambio termico costante: l’energia generata nei reattori scalda l’acqua fino a trasformarla in vapore ad alta pressione, il quale alimenta le turbine di produzione elettrica. Successivamente, per consentire al fluido di ritornare allo stato liquido e completare il ciclo chiuso di generazione, si attingono enormi volumi d’acqua fredda dall’ambiente idrico esterno.

L’incidente in Francia alla centrale nucleare: in che modo sono responsabili le meduse

A Gravelines, questo imponente flusso proviene dal Mare del Nord. L’aspirazione continua risucchia inevitabilmente la fauna circostante, trattenuta da complessi sistemi di filtrazione progettati per bloccare detriti e organismi. Tuttavia, la massa compatta e gelatinosa spinta dalle correnti negli scorsi giorni ha saturato gli sbarramenti in tempi estremamente ridotti, impedendo il flusso necessario al raffreddamento dei condensatori e imponendo lo spegnimento tecnico delle unità energetiche.

Quanto accaduto sull’estuario del Mare del Nord non costituisce una svolta inaspettata né un caso isolato. La centrale di Paluel, posizionata lungo le falesie della Normandia nel Canale della Manica, ha registrato negli ultimi anni blocchi analoghi, evidenziando come la costa francese sia soggetta a ritmi biologici alterati. Ampliando lo sguardo alle acque settentrionali del continente, emergono precedenti altrettanto significativi: nel 2011 l’impianto scozzese di Torness fu costretto a sospendere le attività dei suoi due reattori per una marea di cnidari, e nel 2013 la centrale svedese di Oskarshamn, adagiata sul Mar Baltico, dovette disattivare la propria unità principale a seguito di un’ostruzione sovrapponibile.

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Un’invasione di meduse ha bloccato l’operatività della centrale nucleare di Gravelines, in Francia (Foto Canva  – amoreaquattrozampe.it)

Le radici del fenomeno risiedono in una concatenazione di fattori in cui le attività antropiche e il cambio dei parametri climatici giocano un ruolo determinante. Il surriscaldamento progressivo dei bacini marini ha modificato profondamente i ritmi biologici di questi invertebrati, costituiti per circa il 98 per cento d’acqua. Le temperature idriche più elevate estendono la finestra temporale ideale per la riproduzione, accelerando lo sviluppo delle larve e moltiplicando la densità delle colonie. Parallelamente, le variazioni termiche stimolano la fioritura dello zooplancton, la fonte primaria di nutrimento per le meduse, creando condizioni ideali per una crescita demografica incontrollata.

L’alterazione demografica delle meduse trova un ulteriore volano nella pressione esercitata dall’uomo sugli habitat pelagici. La sovrapesca intensiva elimina massicciamente pesci gregari come sardine e acciughe, storici competitori alimentari degli cnidari nello scovare il plancton. Privati di concorrenza diretta, gli invertebrati monopolizzano le risorse disponibili. A ciò si aggiunge il costante declino dei loro predatori naturali — prima tra tutti la tartaruga marina (Caretta caretta) e il pesce luna (Mola mola) — a causa della cattura accidentale nelle reti e del degrado ambientale.

Informazioni e curiosità sulle meduse

Le meduse sono animali planctonici marini appartenente al phylum degli Cnidari e al dominio degli Eukaryota. La forma generica di una medusa è quella di un polipo rovesciato. Il corpo delle meduse è composto per circa il 98% da acqua articolata in una sorta di sacco leggermente appiattito, con una zona superiore convessa chiamata esombrella e una regione inferiore concava detta subombrella, Le meduse di dimensioni maggiori si ritrovano nella classe degli Scyphozoa, le cosiddette scifomeduse. Dal margine subombrellare si propagano i tentacoli urticanti, utilizzati a scopo di difesa e di predazione.

Meduse e inquinamento: in che modo stanno cambiando i mari

Non secondario è l’impatto dell’inquinamento di origine continentale. Il dilavamento dei fertilizzanti impiegati in agricoltura e il versamento dei reflui industriali immettono in mare ingenti quantità di azoto e fosforo. Questo fenomeno di eutrofizzazione innesca la crescita sregolata delle alghe e dello zooplancton, fornendo nuovo nutrimento alla catena alimentare di cui le meduse beneficiano. Contestualmente, la crescente cementificazione delle coste — attraverso la costruzione di moli, scogliere frangiflutti e piattaforme — offre ai polipi (la fase giovanile e sessile delle meduse) una profusione di substrati artificiali rigidi ai quali ancorarsi per completare il ciclo biologico.

le meduse
Il fenomeno non sta accadendo solo a Gravelines ma anche in altre centrali nucleari sul territorio francese (Foto Canva  – amoreaquattrozampe.it)

Infine, l’elemento fisico delle correnti e dei venti agisce da moltiplicatore logistico, convogliando queste immense masse sparse in banchi densi ed omogenei diretti verso le insenature costiere dove sorgono le prese d’acqua industriali. Lo spegnimento dei reattori di Gravelines si rivela così molto più di una singolare emergenza tecnica: è il segnale evidente di come gli squilibri indotti negli ecosistemi marini possano ripercuotersi direttamente sulle infrastrutture strategiche della civiltà industriale.

 

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2026-08-24 Autore: Elisabetta Guglielmi

N 4709

Erano legati dentro sacchi e destinati a essere venduti per la loro carne: salvati 18 cani in India

Diciotto cani destinati al commercio illegale di carne sono stati salvati nel Nagaland, in India. Tra loro anche cuccioli e femmine gravide. Questi cani erano ... Leggi tutto

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Diciotto cani destinati al commercio illegale di carne sono stati salvati nel Nagaland, in India. Tra loro anche cuccioli e femmine gravide.

Questi cani erano destinati al commercio illegale di carne e sono stati liberati durante un’importante operazione condotta nel Nagaland, nell’India nord-orientale. Alcuni animali erano stati catturati e rinchiusi nei sacchi in attesa di essere venduti, ma grazie all’intervento delle associazioni ora potranno iniziare una nuova vita.

Erano legati dentro sacchi e destinati a essere venduti per la loro carne: salvati 18 cani in India- amoreaquattrozampe.it

Il salvataggio, durato due giorni, si è svolto all’inizio di luglio ed è stato coordinato da Humane World for Animals India, organizzazione precedentemente conosciuta come Humane Society International/India. Alla missione hanno collaborato Pro Rural, la SPCA di Dimapur e il dipartimento veterinario di Chumoukedima.

Le venditrici scelgono di abbandonare il commercio di carne di cane

A rendere possibile l’operazione sono state tre donne che, per circa vent’anni, avevano lavorato nella vendita di carne canina. Dopo aver aderito al programma “Models for Change”, hanno avuto la possibilità di conoscere opportunità professionali alternative e maggiormente rispettose del benessere degli animali.

Le venditrici scelgono di abbandonare il commercio di carne di cane- amoreaquattrozampe.it

Le donne hanno così deciso di lasciare definitivamente il settore e hanno chiesto l’intervento delle associazioni per mettere al sicuro i cani che non intendevano più vendere. Una scelta considerata particolarmente coraggiosa, capace di trasformare non soltanto il destino degli animali, ma anche quello delle persone coinvolte.

Una delle ex venditrici ha spiegato di voler mostrare alle altre donne impegnate nel commercio che è possibile cambiare strada e trovare un lavoro dignitoso.

Gli animali si trovavano inizialmente in tre villaggi differenti. Quindici cani, tra cui tre cuccioli e tre femmine in gravidanza, erano stati riuniti presso l’abitazione di una delle donne e tenuti legati nel giardino. Gli altri tre erano invece custoditi nella casa di un’altra ex venditrice.

Quando i soccorritori sono arrivati nella prima proprietà, i cani hanno reagito con guaiti, salti e code agitate. Alcuni sembravano cercare immediatamente il contatto umano, mentre altri apparivano ancora spaventati e profondamente provati da quanto avevano vissuto.

Ogni cane è stato visitato dal dottor Piyush Patel, responsabile del programma dedicato ai cani randagi di Humane World for Animals India. Diversi esemplari presentavano ferite e problemi di salute: uno di loro aveva una zampa fratturata, mentre altri mostravano evidenti segni di trauma.

Gli animali hanno ricevuto le cure necessarie, sono stati vaccinati e successivamente preparati per il trasferimento in luoghi sicuri, lontani dal rischio di essere nuovamente coinvolti nel commercio illegale. Almeno otto dei diciotto cani salvati sono già stati adottati da famiglie del Nagaland. Per loro è iniziato un nuovo capitolo fatto di protezione, attenzioni e affetto.

Il salvataggio di otto carni che potevano diventare carne da macello- amoreaquattrozampe.it

Humane World for Animals ha elogiato la decisione delle tre donne, sottolineando come abbiano dimostrato coraggio, compassione e determinazione nel garantire la salvezza degli animali.

Secondo l’organizzazione, questa operazione dimostra quanto sia importante intervenire sulle cause sociali ed economiche alla base del commercio di carne canina. Offrire alternative lavorative concrete può infatti aiutare le persone ad abbandonare attività crudeli e illegali, trasformandole in alleate nella tutela degli animali.

L’obiettivo del programma è costruire un rapporto di fiducia con le comunità locali e favorire un cambiamento duraturo. Chi in passato partecipava al commercio può così contribuire attivamente alla sua eliminazione.

Nonostante le restrizioni previste in India, Humane World for Animals denuncia che nel Nagaland migliaia di cani randagi e animali domestici sottratti alle famiglie continuerebbero ogni anno a essere catturati e venduti nei mercati. Il salvataggio di questi diciotto esemplari rappresenta quindi un segnale di speranza, ma anche un richiamo alla necessità di rafforzare la protezione degli animali e offrire nuove opportunità alle comunità coinvolte.

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2026-08-24 Autore: Silvia

N 4708

I bagnanti aiutano mamma delfino a partorire: dopo poco lei muore ma il cucciolo è vivo e prende il largo con gli altri delfini

Una femmina di delfino partorisce vicino alla spiaggia di Bari Sardo. Il cucciolo viene accompagnato dal branco, ma la madre muore dopo il parto. Una ... Leggi tutto

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Una femmina di delfino partorisce vicino alla spiaggia di Bari Sardo. Il cucciolo viene accompagnato dal branco, ma la madre muore dopo il parto.

Una storia emozionante, segnata dal coraggio e dalla solidarietà, arriva dalla costa dell’Ogliastra. Teatro dell’episodio è stata la spiaggia di Bucca ’e Strumpu, nel territorio comunale di Bari Sardo, dove una femmina di delfino di oltre 200 chili è stata avvistata mentre nuotava con evidente difficoltà vicino alle scogliere.

I bagnanti aiutano mamma delfino a partorire: dopo poco lei muore ma il cucciolo è vivo e prende il largo con gli altri delfini- amoreaquattrozampe.it

Già dalla sera precedente, alcuni residenti e turisti avevano notato il cetaceo muoversi lentamente nelle acque poco profonde. Le sue condizioni sono apparse subito preoccupanti, ma la situazione è diventata ancora più grave nella mattinata del 19 agosto, quando l’animale è rimasto semi-incagliato sul fondale a pochi metri dalla battigia.

I bagnanti entrano in acqua per liberare il delfino

Accortisi del pericolo, alcuni bagnanti hanno deciso di intervenire. Sono entrati in acqua e, servendosi anche di una corda, hanno cercato di liberare con estrema cautela il corpo del delfino dalle secche. Con grande attenzione, le persone presenti hanno accompagnato l’animale verso un tratto di mare più profondo, tentando di ridurre il rischio che potesse rimanere completamente bloccato sul fondale.

I bagnanti entrano in acqua per liberare il delfino- amoreaquattrozampe.it

Il loro intervento si è rivelato determinante: poco dopo, infatti, è stato possibile comprendere che la femmina era prossima al parto.

A breve distanza dalla riva, il delfino è riuscito a portare a termine il parto e a dare alla luce il suo piccolo. Un momento straordinario, seguito con emozione dalle persone che si trovavano sulla spiaggia e che avevano partecipato alle operazioni di soccorso.

Subito dopo la nascita, alcuni cetacei appartenenti allo stesso branco si sono avvicinati al cucciolo. Il gruppo lo avrebbe circondato e accompagnato verso il mare aperto, offrendogli quella protezione fondamentale che la madre, ormai stremata, non era più in grado di garantirgli.

Lo sforzo affrontato durante il parto e il tempo trascorso nelle acque basse avevano ormai consumato le ultime energie della femmina. Dopo la nascita del piccolo, il cetaceo si è adagiato sul fondale e ha smesso di respirare, sotto gli sguardi commossi dei presenti.

Il piccolo delfino appena nato è stato accolto dal branco- amoreaquattrozampe.it

Una volta constatato il decesso, gli stessi bagnanti hanno riportato il corpo vicino alla riva, evitando che venisse trascinato dalle correnti. Sul posto sono successivamente intervenuti gli agenti del Corpo forestale di Tortolì, la polizia locale di Bari Sardo e gli operatori comunali, incaricati di mettere in sicurezza l’area e organizzare il recupero della carcassa.

Nel corso del pomeriggio, il corpo del delfino è stato rimosso dall’arenile con l’impiego di un mezzo gommato dotato di benna. Le operazioni si sono svolte in un clima di profondo silenzio e commozione.

La vicenda lascia un sentimento contrastante: al dolore per la morte della madre si affianca la speranza per il suo cucciolo, visto allontanarsi dalla costa insieme agli altri membri del branco.

Un’immagine che racconta la forza dell’istinto materno, ma anche la straordinaria cooperazione sociale dei delfini. Rimane inoltre il gesto generoso dei bagnanti, che hanno provato fino all’ultimo ad aiutare un animale in grave difficoltà.

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2026-08-25 Autore: Silvia

N 4707

Migliaia di balene stanno arrivando dove prima c’era il ghiaccio: la Groenlandia orientale sta cambiando volto

Migliaia di balene stanno raggiungendo la Groenlandia orientale: meno ghiaccio, acque più calde e nuove prede stanno trasformando l’ecosistema artico. Per decenni, le acque costiere ... Leggi tutto

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Migliaia di balene stanno raggiungendo la Groenlandia orientale: meno ghiaccio, acque più calde e nuove prede stanno trasformando l’ecosistema artico.

Per decenni, le acque costiere della Groenlandia orientale sono rimaste quasi inaccessibili a molte grandi balene a causa della presenza estesa del ghiaccio marino. Oggi lo scenario è profondamente diverso: balenottere comuni, megattere e balenottere minori raggiungono queste zone in numeri sempre maggiori, attirate soprattutto dall’abbondanza di cibo.

Migliaia di balene stanno arrivando dove prima c’era il ghiaccio: la Groenlandia orientale sta cambiando volto- amoreaquattrozampe.it

Un lungo studio scientifico descrive una trasformazione ecologica di grande portata. L’aumento delle temperature oceaniche, la progressiva riduzione della banchisa estiva e lo spostamento verso nord di importanti specie preda, come il capelin, stanno modificando rapidamente uno degli ecosistemi più delicati del pianeta.

La Groenlandia orientale sta cambiando rapidamente

Per alcune balene questo nuovo scenario significa poter accedere a vaste aree di alimentazione prima difficilmente raggiungibili. Ma dietro le spettacolari aggregazioni di cetacei si nasconde un fenomeno molto più complesso: l’Artico sta cambiando e con esso stanno mutando gli equilibri tra le specie che lo abitano.

La Groenlandia orientale sta cambiando rapidamente- amoreaquattrozampe.it

La trasformazione osservata lungo le coste orientali della Groenlandia è una delle più significative registrate negli ultimi decenni nell’Artico. Zone marine un tempo caratterizzate dalla presenza persistente del ghiaccio vengono oggi frequentate regolarmente da grandi cetacei che, in passato, comparivano solo occasionalmente.

A documentare il fenomeno è uno studio pubblicato su Frontiers in Marine Science, realizzato da Mads Peter Heide-Jørgensen, del Greenland Institute of Natural Resources, insieme a ricercatori di Groenlandia, Danimarca e Islanda.

Gli studiosi hanno analizzato una grande quantità di informazioni raccolte nel corso di diversi decenni, combinando osservazioni effettuate dalle navi a partire dal 1987, censimenti aerei, segnalazioni delle comunità Inuit, rilevamenti acustici e dati provenienti da 15 balene equipaggiate con trasmettitori satellitari.

Il risultato mostra con chiarezza quanto sia cambiato questo tratto di oceano: balenottere comuni (Balaenoptera physalus), megattere (Megaptera novaeangliae) e balenottere minori (Balaenoptera acutorostrata) sono diventate molto più numerose. Gli scienziati parlano di un vero e proprio grande cambiamento del regime ecologico.

Tra i dati più impressionanti ci sono quelli relativi alle megattere. Nei censimenti effettuati dalle imbarcazioni non risultavano avvistamenti nella regione prima del 2006. Nel 2007 furono osservati sette esemplari. Nel 2015 il numero degli avvistamenti era salito a 26, mentre nel 2024 sono state superate le 150 osservazioni.

Anche le balenottere minori hanno mostrato una crescita evidente. Nel 1987 furono registrati appena due avvistamenti, mentre nel 1989 e nel 1995 non ne venne osservato nessuno. A partire dal 2001, invece, la loro presenza è diventata regolare, generalmente con numeri compresi tra 10 e 20 esemplari nei diversi censimenti.

Le balenottere comuni erano già più presenti rispetto alle altre due specie, ma anche per loro gli studiosi hanno rilevato un progressivo aumento.

Particolarmente significative sono state le osservazioni effettuate nel 2025 lungo la costa settentrionale di Blosseville: i ricercatori hanno documentato gruppi formati da 20 e persino 50 megattere riunite contemporaneamente intorno ai 70 gradi di latitudine nord.

Le osservazioni hanno permesso agli studiosi di elaborare delle stime sulla presenza estiva dei grandi cetacei. Nel 2024 nel Mare di Groenlandia sarebbero state presenti circa 4.000 megattere, 6.000 balenottere comuni e tra 4.500 e 6.000 balenottere minori.

Si tratta comunque di valori stimati, che potrebbero persino sottovalutare la reale presenza degli animali. Non tutte le balene avvistate, infatti, hanno potuto essere identificate con precisione e alcuni cetacei potrebbero essersi spinti ancora più a nord rispetto alle zone interessate dai censimenti.

Le ricognizioni aeree effettuate nel 2015 e nel 2024, estese fino a circa 50 chilometri dalla costa, hanno inoltre mostrato una distribuzione quasi continua delle tre specie tra i 60 e i 70 gradi di latitudine nord. Per comprendere questo fenomeno bisogna osservare i profondi cambiamenti avvenuti contemporaneamente nell’ambiente marino.

Verso la fine degli anni Novanta, le temperature superficiali del mare lungo la Groenlandia orientale hanno cominciato a mostrare variazioni significative. Secondo le analisi riportate nello studio, dopo la metà degli anni Novanta le temperature estive sarebbero aumentate mediamente di circa 1 °C.

Parallelamente, soprattutto a partire dai primi anni Duemila, la concentrazione del ghiaccio marino ha iniziato a diminuire in maniera evidente. Per molte balene provenienti da ambienti boreali e temperati, la banchisa rappresentava una vera barriera naturale. Questi cetacei tendono infatti a evitare le acque fortemente ricoperte dal ghiaccio.

La sua progressiva riduzione ha quindi reso accessibili habitat costieri che fino a pochi decenni fa erano molto più difficili da raggiungere e sfruttare. La riduzione del ghiaccio, tuttavia, non è sufficiente a spiegare da sola la presenza di migliaia di cetacei. Un ruolo fondamentale viene svolto dalla disponibilità di prede.

Al centro di questa trasformazione troviamo il capelin (Mallotus villosus), un piccolo pesce fondamentale per la rete alimentare dell’Atlantico settentrionale e dell’Artico.

Negli ultimi decenni il capelin avrebbe modificato la propria distribuzione stagionale. Le sue aree di alimentazione si sarebbero progressivamente spostate dalle acque settentrionali dell’Islanda verso la piattaforma continentale e le zone costiere della Groenlandia orientale.

Secondo i ricercatori, questa variazione sarebbe collegata al riscaldamento delle acque oceaniche e ai cambiamenti delle correnti nello Stretto di Danimarca. Le balene, in sostanza, sembrano aver seguito il loro cibo.

Alcune delle prove più concrete riguardano le balenottere minori. Nei contenuti stomacali di esemplari catturati nel 2025 sono stati infatti trovati resti di capelin. Anche la distribuzione delle balene e le osservazioni effettuate sul campo indicano che questo piccolo pesce potrebbe rappresentare una risorsa alimentare molto importante.

Per megattere e balenottere comuni, invece, gli studiosi sottolineano che le conclusioni sulla dieta derivano soprattutto da evidenze indirette, dal momento che queste specie non vengono cacciate nella Groenlandia orientale.

Un altro elemento importante potrebbe essere il krill, consumato direttamente dalle balene oppure indirettamente attraverso la catena alimentare.

L’enorme disponibilità di prede può così provocare spettacolari concentrazioni di cetacei, con megattere, balenottere comuni e balenottere minori che si ritrovano contemporaneamente nelle stesse zone per alimentarsi. L’arrivo stagionale di migliaia di grandi balene produce inevitabilmente conseguenze sull’intera rete alimentare.

Considerando il numero stimato di cetacei, il periodo trascorso nelle acque della Groenlandia orientale, la massa corporea degli animali e il loro fabbisogno alimentare, i ricercatori hanno calcolato che le tre specie potrebbero consumare complessivamente più di 800.000 tonnellate di prede durante la stagione.

In alcuni scenari, il consumo complessivo potrebbe addirittura superare il milione di tonnellate.

Gli autori invitano comunque alla prudenza: determinare con assoluta precisione il numero delle balene e la quantità di cibo ingerita quotidianamente è estremamente complesso. Questi valori devono quindi essere considerati come stime utili soprattutto per comprendere le dimensioni ecologiche del fenomeno.

L’aumento delle balene potrebbe apparire a prima vista come una buona notizia per la biodiversità, ma il quadro è molto più complesso.

Per megattere, balenottere comuni e balenottere minori, la diminuzione del ghiaccio e l’aumento delle risorse alimentari possono rappresentare una nuova opportunità. Allo stesso tempo, però, altre specie tipicamente artiche rischiano di trovarsi davanti a condizioni sempre meno favorevoli.

Tra queste ci sono narvali e beluga, animali strettamente legati agli ecosistemi caratterizzati dal ghiaccio. La presenza crescente di cetacei provenienti da ambienti più temperati può aumentare la sovrapposizione degli habitat e modificare gli equilibri nella disponibilità delle risorse.

Il cambiamento climatico, quindi, non produce gli stessi effetti su tutti gli animali: mentre alcune specie riescono a espandere il proprio territorio, altre possono vedere ridursi progressivamente gli habitat da cui dipendono.

Gli scienziati utilizzano il termine borealizzazione per descrivere la crescente presenza di specie tipiche delle acque atlantiche e boreali all’interno degli ecosistemi artici. La Groenlandia orientale rappresenta oggi uno degli esempi più evidenti di questo processo.

Temperature più elevate, riduzione del ghiaccio e spostamento delle prede stanno modificando contemporaneamente la composizione dell’ecosistema e le relazioni tra le diverse specie. La trasformazione potrebbe essere così profonda da rendere progressivamente queste acque più simili, per funzionamento ecologico e fauna presente, alle regioni atlantiche che al tradizionale ambiente artico.

Cosa significa veramente questo cambiamento delle balene- amoreaquattrozampe.it

Un segnale particolarmente sorprendente è rappresentato persino dalla comparsa occasionale di tonni, catturati accidentalmente durante alcune attività di pesca allo sgombro nella Groenlandia orientale: una presenza che in passato sarebbe stata difficilmente immaginabile a queste latitudini.

Le spettacolari aggregazioni di cetacei rappresentano soltanto la parte più evidente di una trasformazione che coinvolge l’intero ecosistema.

La diminuzione della banchisa rende accessibili nuovi habitat, il riscaldamento dell’oceano modifica la distribuzione dei pesci e l’arrivo delle prede attira nuovi predatori. Tutti questi elementi sono collegati e possono modificare profondamente gli equilibri della rete alimentare.

Le balene diventano così una sorta di indicatore naturale di ciò che sta accadendo nell’Artico.

Vedere migliaia di megattere e balenottere nelle acque della Groenlandia orientale può sembrare uno spettacolo straordinario, ma non deve essere interpretato semplicemente come una conseguenza positiva del cambiamento climatico.

Dietro il loro arrivo c’è infatti un ecosistema che si sta riorganizzando rapidamente. Alcune specie trovano nuove opportunità, mentre altre rischiano di perdere gli ambienti sui quali hanno fatto affidamento per generazioni.

La presenza di migliaia di grandi balene in un mare che fino a pochi decenni fa era in gran parte precluso a questi cetacei racconta quindi molto più di una semplice espansione geografica: è il segnale concreto di un Artico in trasformazione e di un nuovo equilibrio ecologico ancora tutto da comprendere.

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2026-08-22 Autore: Silvia

N 4706

Compra un manichino per non lasciare solo il suo cane: Dino si affeziona così tanto che non vuole più lasciarlo

Dino soffriva quando la sua mamma usciva per andare al lavoro. Un curioso manichino a grandezza naturale lo ha aiutato a ritrovare calma e serenità. ... Leggi tutto

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Dino soffriva quando la sua mamma usciva per andare al lavoro. Un curioso manichino a grandezza naturale lo ha aiutato a ritrovare calma e serenità.

Lui è un cane profondamente legato alla sua mamma umana, Yaneth Ibrahim. Stare insieme a lei rappresenta uno dei momenti più importanti delle sue giornate, ma proprio per questo le ore trascorse da solo erano diventate particolarmente difficili da affrontare.

Compra un manichino per non lasciare solo il suo cane: Dino si affeziona così tanto che non vuole più lasciarlo- amoreaquattrozampe.it

Ogni volta che Yaneth usciva di casa per andare al lavoro, Dino mostrava tutta la sua inquietudine. Camminava avanti e indietro, piagnucolava e spesso si fermava vicino alla finestra, quasi nella speranza di vederla tornare da un momento all’altro.

Un’idea insolita per aiutare Dino quando resta solo

Vederlo così agitato preoccupava Yaneth, che desiderava trovare un modo per rendere più serene quelle ore di separazione. La soluzione è arrivata da un’idea tanto semplice quanto insolita: mettere in casa un manichino a grandezza naturale.

Un’idea insolita per aiutare Dino quando resta solo- amoreaquattrozampe.it

Yaneth aveva visto online una soluzione utilizzata per offrire una sorta di presenza rassicurante ai cani che faticano a rimanere senza compagnia. Ha così deciso di fare un tentativo, scegliendo un manichino maschile delle dimensioni di una persona.

L’obiettivo era permettere a Dino di percepire una presenza accanto a sé e, soprattutto, offrirgli un posto sul quale accoccolarsi durante l’assenza della sua mamma. Il risultato è stato sorprendente. Dino ha immediatamente mostrato interesse per il suo nuovo e silenzioso amico, iniziando a sistemarsi comodamente sulle sue gambe.

Quello che inizialmente poteva sembrare soltanto un curioso esperimento si è trasformato in una piccola abitudine quotidiana.

Quando Yaneth esce di casa, Dino raggiunge il manichino, si sistema sul suo grembo e sembra riuscire a rilassarsi molto più facilmente. La presenza di quella figura immobile pare avergli offerto un punto di riferimento capace di rendere meno difficili le ore trascorse da solo.

Per la sua mamma è stato un grande sollievo. Sapere che Dino può restare in casa senza vivere continuamente nell’attesa e nell’agitazione era esattamente ciò che sperava di ottenere. Ma la storia ha presto assunto un risvolto ancora più curioso.

Prima dell’arrivo del manichino, il ritorno di Yaneth era comprensibilmente uno dei momenti più attesi della giornata. Adesso Dino sembra essersi affezionato talmente tanto al suo nuovo compagno da non volerlo abbandonare neppure quando la sua mamma rientra a casa.

Yaneth ha raccontato con stupore che il cane continua volentieri a rimanere sdraiato sul manichino anche dopo il suo ritorno. Una scena divertente, immortalata anche in un video condiviso dalla donna: Dino appare perfettamente a suo agio sul grembo del suo inseparabile amico, apparentemente poco intenzionato a cambiare posto.

Qualcuno potrebbe scherzosamente interpretare il comportamento di Dino come un piccolo tradimento nei confronti della sua mamma umana. Yaneth, però, non potrebbe esserne più felice. Dietro questa buffa preferenza c’è infatti qualcosa di molto più importante: Dino sembra finalmente riuscire a vivere con maggiore serenità i momenti in cui resta a casa senza di lei.

«È una sensazione bellissima sapere che finalmente è tranquillo a casa da solo», ha spiegato Yaneth, sottolineando quanto sia felice di vederlo a proprio agio anche durante la sua assenza. Il suo obiettivo, del resto, non era certamente quello di modificare il rapporto speciale che la lega al cane, ma semplicemente trovare qualcosa che potesse offrirgli conforto.

Non tutti i cani sono uguali ma per Dino ha funzionato- amoreaquattrozampe.it

La storia di Dino mostra quanto possano essere sorprendenti le strategie capaci di rassicurare un animale. Nel suo caso, un semplice manichino è diventato una presenza familiare e un posto sicuro nel quale rilassarsi.

È importante ricordare, però, che ogni cane è diverso. Un comportamento di forte disagio quando rimane solo può avere diverse cause e non sempre una soluzione che funziona per un animale è adatta a un altro.

Quando agitazione, vocalizzazioni, comportamenti distruttivi o altri segnali di malessere durante l’assenza della famiglia sono particolarmente intensi o persistenti, è consigliabile rivolgersi a un veterinario o a un professionista qualificato del comportamento animale.

Per Dino, almeno per il momento, il rimedio trovato dalla sua mamma sembra aver funzionato. E se il prezzo da pagare è un pizzico di “gelosia” nei confronti di un silenzioso uomo di plastica, Yaneth sembra più che disposta ad accettarlo: ciò che conta davvero è vedere il suo amato cane finalmente sereno.

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2026-08-22 Autore: Silvia

N 4705

I bagnanti aiutano mamma delfino a partorire, ma lei non sopravvive: il suo cucciolo viene accolto e protetto dal branco

Una femmina di delfino in difficoltà ha dato alla luce il suo cucciolo vicino alla spiaggia di Bucca ‘e Strumpu, a Bari Sardo. I bagnanti ... Leggi tutto

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Una femmina di delfino in difficoltà ha dato alla luce il suo cucciolo vicino alla spiaggia di Bucca ‘e Strumpu, a Bari Sardo. I bagnanti hanno tentato di aiutarla, ma la madre è morta poco dopo. Il piccolo ha raggiunto il largo insieme agli altri cetacei.

Una storia di vita e morte si è consumata nelle acque dell’Ogliastra, in Sardegna, davanti agli occhi di turisti e residenti. Una femmina di delfino in evidente difficoltà è riuscita a dare alla luce il suo cucciolo a pochi metri dalla riva, prima di morire stremata. Il piccolo, invece, è stato raggiunto da altri cetacei e si è allontanato verso il mare aperto.

I bagnanti aiutano mamma delfino a partorire, ma lei non sopravvive: il suo cucciolo viene accolto e protetto dal branco- amoreaquattrozampe.it

L’episodio è avvenuto nei pressi della spiaggia di Bucca ‘e Strumpu, nel territorio comunale di Bari Sardo. Una vicenda che ha suscitato grande commozione anche per l’intervento di alcuni bagnanti, che hanno cercato di aiutare l’animale quando si è trovato in difficoltà nelle acque poco profonde.

Il delfino avvistato vicino alla costa

Già dalla sera precedente alcune persone presenti nella zona avevano notato un grosso cetaceo nuotare molto vicino alla costa e alle scogliere. Si trattava di una femmina di notevoli dimensioni, con un peso stimato superiore ai 200 chilogrammi.

Il delfino avvistato vicino alla costa- amoreaquattrozampe.it

Il suo comportamento aveva destato preoccupazione perché l’animale sembrava affaticato e si manteneva insolitamente vicino alla riva. La situazione è diventata ancora più delicata nella mattinata del 19 agosto, quando il delfino è apparso semi-incagliato in un tratto caratterizzato da un fondale molto basso.

Di fronte alle difficoltà del cetaceo, alcuni bagnanti hanno deciso di intervenire. Sono entrati in acqua e hanno cercato di liberare delicatamente l’animale, servendosi anche di una corda come ausilio. L’obiettivo era permettere alla femmina di superare il tratto più basso e tornare verso acque sufficientemente profonde.

Un intervento particolarmente delicato, considerando le grandi dimensioni dell’animale e le sue condizioni di evidente affaticamento. Poco dopo è diventata evidente un’altra circostanza: la femmina era in procinto di partorire.

A pochi metri dalla battigia, il delfino è riuscito a dare alla luce il suo piccolo. Un momento straordinario al quale hanno assistito le persone presenti sulla spiaggia, già impegnate nel tentativo di aiutare la madre. Dopo la nascita, altri cetacei appartenenti al gruppo si sono avvicinati al neonato. Il piccolo è stato quindi accompagnato verso il largo, allontanandosi progressivamente dalla costa insieme agli altri delfini.

Per la femmina, purtroppo, l’epilogo è stato diverso. Provata dalle difficoltà incontrate nelle acque basse e dallo sforzo del parto, non avrebbe più avuto energie sufficienti per riprendere il largo. Il cetaceo si è infine adagiato sul fondale ed è morto. Le persone che avevano assistito alla nascita e tentato di salvarlo hanno quindi riportato il corpo verso la riva, evitando che venisse trascinato via dalle correnti.

Sul posto sono successivamente intervenuti gli agenti del Corpo forestale di Tortolì, la polizia locale di Bari Sardo e gli operatori comunali per occuparsi delle procedure necessarie e del recupero della carcassa. Nel corso del pomeriggio il corpo dell’animale è stato rimosso dall’arenile con l’ausilio di un mezzo dotato di benna.

Nel dolore per la morte della madre resta l’immagine del piccolo che si allontana dalla costa insieme agli altri cetacei.

Il piccolo di delfino è andato via con il branco verso il mare aperto- amoreaquattrozampe.it

Nei delfini i rapporti sociali possono essere complessi e la presenza del gruppo può avere un ruolo importante soprattutto nelle prime e delicate fasi della vita. Nel caso del piccolo nato davanti alla spiaggia sarda, vedere altri esemplari avvicinarsi e accompagnarlo verso il largo ha rappresentato il momento di speranza di una vicenda altrimenti drammatica.

La storia avvenuta a Bari Sardo ricorda anche quanto possano essere delicate le situazioni che coinvolgono cetacei spiaggiati o in difficoltà. In circostanze simili è generalmente importante avvisare rapidamente le autorità e gli organismi competenti, evitando iniziative che potrebbero mettere a rischio sia l’animale sia le persone presenti.

Sulla spiaggia di Bucca ‘e Strumpu rimane così il ricordo di una madre che, nonostante le condizioni critiche, è riuscita a portare a termine il parto e di un cucciolo che ha potuto prendere la via del mare aperto insieme ai suoi simili.

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2026-08-23 Autore: Silvia

N 4704

È nato un cucciolo di jaguarundi, il raro “gatto lontra”: crescerà in cattività e non conoscerà mai la libertà

Al Parco Faunistico La Torbiera è nato un cucciolo di jaguarundi, raro felino americano. Una nascita che riaccende l’attenzione sulla conservazione della specie e sulle ... Leggi tutto

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Al Parco Faunistico La Torbiera è nato un cucciolo di jaguarundi, raro felino americano. Una nascita che riaccende l’attenzione sulla conservazione della specie e sulle minacce che affronta in natura.

A poche settimane dalla nascita di un piccolo di ocelot, il Parco Faunistico La Torbiera, ad Agrate Conturbia, in provincia di Novara, ha annunciato un nuovo arrivo: è nato un cucciolo di jaguarundi (Herpailurus yagouaroundi), uno dei felini più particolari e meno conosciuti del continente americano.

È nato un cucciolo di jaguarundi, il raro “gatto lontra”: crescerà in cattività e non conoscerà mai la libertà- amoreaquattrozampe.it

Conosciuto anche come “gatto lontra”, lo jaguarundi deve questo curioso soprannome al suo aspetto insolito: corpo lungo e slanciato, zampe relativamente corte, testa piccola e mantello uniforme, privo delle macchie tipiche di molti altri felidi.

Jaguarundi, un felino ancora poco conosciuto

Nelle prime settimane di vita il piccolo rimane prevalentemente nelle zone più tranquille e riparate insieme alla madre, che lo protegge e si occupa delle sue necessità. La notizia della nascita ha però già suscitato grande curiosità, portando nuovamente l’attenzione su una specie tanto affascinante quanto difficile da osservare in natura.

Jaguarundi, un felino ancora poco conosciuto- amoreaquattrozampe.it

Lo jaguarundi adulto pesa generalmente tra i 3,5 e i 7,5 chilogrammi e presenta caratteristiche che lo rendono facilmente distinguibile dagli altri piccoli felini selvatici.

Dal punto di vista evolutivo appartiene a una linea di felidi che comprende anche il puma. È inoltre un animale particolarmente versatile: sa arrampicarsi, è un buon nuotatore e, a differenza di molti altri felini, mostra una significativa attività durante le ore diurne.

La sua alimentazione è prevalentemente carnivora e comprende piccoli mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e, occasionalmente, pesci. La capacità di adattarsi ad ambienti differenti gli permette di sfruttare diverse fonti di cibo.

L’areale naturale dello jaguarundi è molto vasto e si estende attraverso una parte importante del continente americano, dal Messico e dall’America Centrale fino a vaste regioni del Sud America, raggiungendo l’Argentina.

Nonostante questa ampia distribuzione, incontrarne uno in natura è tutt’altro che semplice. Lo jaguarundi è infatti un animale schivo ed elusivo, tanto che numerosi aspetti del suo comportamento continuano a essere oggetto di studio.

Per comprendere meglio gli spostamenti e le esigenze ecologiche della specie, i ricercatori ricorrono anche a tecnologie come i radiocollari GPS, che consentono di seguire gli animali dopo il rilascio nel loro habitat e raccogliere preziose informazioni sulla loro vita quotidiana.

Il cucciolo nato alla Torbiera ha rapidamente attirato l’attenzione dei visitatori e degli utenti sui social. Al di là della comprensibile curiosità suscitata da un nuovo nato, la sua storia offre però l’occasione per riflettere sul futuro dello jaguarundi e, più in generale, sulla tutela dei felini selvatici.

Gli esemplari che nascono e vivono in strutture faunistiche conducono infatti un’esistenza profondamente diversa rispetto agli animali che popolano gli ecosistemi naturali. Per questo motivo è importante che l’interesse generato da queste nascite non si limiti all’aspetto emotivo, ma contribuisca anche a far conoscere le minacce che la specie affronta nel suo ambiente originario.

Lo jaguarundi deve confrontarsi con la progressiva perdita e frammentazione degli habitat, fenomeni legati alla trasformazione del territorio e all’espansione delle attività umane. Anche le infrastrutture stradali rappresentano un serio pericolo, sia perché dividono gli habitat naturali sia per il rischio di investimento degli animali durante i loro spostamenti.

A queste pressioni si aggiungono i possibili conflitti con allevatori e agricoltori e i rischi sanitari derivanti dal contatto con animali domestici o randagi. Patologie come rabbia e rogna possono infatti rappresentare un’ulteriore minaccia per le popolazioni selvatiche.

Jaguarundi, un animali incredibile che in pochi conoscono e che rischia di estinguersi – amoreaquattrozampe.it

La situazione della specie ha destato crescente attenzione anche a livello internazionale. Lo jaguarundi è oggi classificato dalla Lista Rossa IUCN come “Near Threatened”, cioè “quasi minacciato”.

Si tratta di una categoria che segnala la necessità di seguire attentamente l’evoluzione delle popolazioni selvatiche e, soprattutto, di intervenire sulle cause che ne compromettono la sopravvivenza.

La nascita del piccolo ad Agrate Conturbia diventa così anche un’occasione per conoscere meglio un animale ancora poco noto al grande pubblico. Dietro l’aspetto curioso del “gatto lontra” si nasconde infatti un predatore fondamentale per gli equilibri degli ecosistemi in cui vive.

La vera sfida per il futuro sarà garantire che lo jaguarundi possa continuare a vivere, riprodursi e muoversi liberamente nei propri habitat naturali, proteggendo gli ambienti selvatici dai quali dipende la sopravvivenza della specie.

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2026-08-23 Autore: Silvia

N 4703

3.700 mustang venduti sotto l’amministrazione Trump: «Gli unici a pagarne le conseguenze sono i cavalli»

Negli Stati Uniti cresce la preoccupazione per la sorte dei cavalli selvaggi venduti dal governo. Secondo un’inchiesta, alcuni animali rischierebbero di finire nei macelli canadesi ... Leggi tutto

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Negli Stati Uniti cresce la preoccupazione per la sorte dei cavalli selvaggi venduti dal governo. Secondo un’inchiesta, alcuni animali rischierebbero di finire nei macelli canadesi attraverso rivenditori privati.

Negli Stati Uniti è scoppiata una nuova polemica sulla gestione dei cavalli selvaggi protetti. L’amministrazione Trump è stata accusata di aver favorito un sistema che permetterebbe ad alcuni intermediari di acquistare i mustang a prezzi molto bassi, per poi rivenderli senza sufficienti controlli sulla loro destinazione finale.

3.700 mustang venduti sotto l’amministrazione Trump: «Gli unici a pagarne le conseguenze sono i cavalli- amoreaquattrozampe.it

Secondo un’inchiesta del New York Times, basata anche sui dati del Bureau of Land Management (BLM), nel 2025 il governo avrebbe venduto circa 3.700 cavalli selvaggi: un numero più che raddoppiato rispetto al passato.

Cavalli acquistati per appena 25 dollari

Il BLM, l’agenzia federale incaricata di gestire questi animali sui terreni pubblici, sostiene di essere impegnato nella ricerca di adottanti affidabili e nella tutela del benessere di cavalli e asini selvatici. L’inchiesta, tuttavia, solleva dubbi sull’efficacia dei controlli effettuati dopo le vendite.

Cavalli acquistati per appena 25 dollari- amoreaquattrozampe.it

Alcuni cavalli sarebbero stati ceduti per soli 25 dollari ad acquirenti privati. Una volta usciti dal programma federale, gli animali potrebbero essere rivenduti più volte, rendendo difficile seguirne gli spostamenti.

Il timore espresso da associazioni e santuari è che una parte dei cavalli possa raggiungere il Canada, dove la macellazione equina è consentita. Secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense, un cavallo destinato a questo mercato potrebbe arrivare a valere circa 750 dollari.

La macellazione commerciale dei cavalli negli Stati Uniti è di fatto ferma dal 2007, ma ciò non impedisce che gli animali vengano esportati verso altri Paesi.

Al centro dell’inchiesta compare Brandon Jones, commerciante di bestiame dell’Ohio che dal 2025 avrebbe ricevuto circa 500 cavalli provenienti dagli Stati occidentali. Tra questi figurerebbero anche 68 cavalli per i quali il governo aveva cercato a lungo una sistemazione.

Jones ha negato di aver mandato gli animali al macello, ma non avrebbe rivelato la loro destinazione finale. Il commerciante ha dichiarato di rivendere i cavalli ad agricoltori e cittadini della zona, sostenendo che la sua attività avrebbe consentito al governo di risparmiare milioni di dollari nelle spese di mantenimento.

La sua autorizzazione ad acquistare grandi quantità di cavalli sarebbe arrivata nel marzo 2025, dopo circa un anno di attesa. Nello stesso periodo sarebbe stato interrotto il programma federale che offriva un incentivo di 1.000 dollari per ogni cavallo adottato.

La vendita di cavalli a Jones non sarebbe stata sospesa neppure dopo il ritrovamento di quattro animali in un’asta del Tennessee frequentata anche da compratori collegati al mercato della macellazione. Il commerciante avrebbe spiegato che la presenza dei cavalli in quella struttura era dovuta a una compravendita non andata come previsto.

Dubbi simili sono emersi dopo un evento di adozione organizzato a Poteau, in Oklahoma. Secondo i registri esaminati dal New York Times, almeno 55 cavalli acquistati durante l’iniziativa sarebbero successivamente ricomparsi in alcune aste di bestiame del Kansas e del Texas. Situazioni analoghe sarebbero state riscontrate dopo oltre una dozzina di eventi.

A denunciare il fenomeno è anche Clare Staples, fondatrice del santuario Skydog Ranch, in Oregon. Secondo Staples, in passato era raro trovare un cavallo nelle aste di bestiame e gli esemplari presenti erano generalmente anziani.

Oggi, invece, sarebbero sempre più numerosi i cavalli selvaggi giovani, spesso di appena due o tre anni. Si tratta di animali più semplici da addestrare e che, proprio per questo motivo, dovrebbero avere maggiori possibilità di essere adottati.

L’attivista accusa il BLM di non aver adottato misure sufficienti per impedire che i cavalli finiscano, attraverso soggetti terzi, nel circuito della macellazione. In una dichiarazione rilasciata a PEOPLE, il BLM ha respinto le accuse, precisando di non vendere né inviare direttamente cavalli o asini selvatici al macello.

L’agenzia ha assicurato di prendere seriamente ogni possibile violazione delle norme federali e delle condizioni di vendita. In presenza di prove credibili, i casi vengono esaminati e, quando necessario, segnalati alle forze dell’ordine. Le eventuali violazioni possono comportare sanzioni penali e pene detentive.

Il BLM ha inoltre ricordato che la protezione federale di cavalli e asini selvatici risale al Wild Free-Roaming Horses and Burros Act del 1971, con il quale questi animali furono riconosciuti come simboli viventi dello spirito storico del West americano.

Nel 2004, però, il Congresso autorizzò la vendita di alcuni esemplari considerati in eccesso, pur mantenendo il divieto di destinarli alla lavorazione commerciale. Secondo il BLM, la rimozione di alcuni cavalli dai terreni pubblici sarebbe necessaria per mantenere un equilibrio tra il numero degli animali e le risorse disponibili.

Quando le mandrie superano la capacità del territorio, infatti, possono verificarsi carenze di acqua e foraggio, perdita di peso e peggioramento delle condizioni di salute. Per l’agenzia, l’adozione e la vendita a proprietari privati qualificati rappresentano quindi strumenti importanti per proteggere sia gli animali sia gli ecosistemi.

Le associazioni non sono tranquille per i cavalli selvaggi americani- amoreaquattrozampe.it

Il BLM sottolinea inoltre che la maggioranza degli adottanti offre ai cavalli cure adeguate e una sistemazione sicura. Gli eventuali abusi, secondo l’agenzia, non dovrebbero mettere in discussione il comportamento responsabile di migliaia di famiglie americane.

Le rassicurazioni ufficiali non hanno cancellato le preoccupazioni degli animalisti. Le associazioni chiedono una maggiore selezione degli acquirenti, controlli più frequenti dopo la vendita e un sistema capace di tracciare ogni cavallo nel corso del tempo.

L’obiettivo è evitare che animali nati liberi e protetti dalla legge possano diventare merce da rivendere, scomparendo in una rete di passaggi commerciali fino a raggiungere i macelli.

Le accuse emerse dall’inchiesta dovranno essere approfondite e verificate dalle autorità competenti. Nel frattempo, resta aperta una domanda fondamentale: le attuali garanzie sono davvero sufficienti per proteggere fino alla fine i cavalli selvaggi americani?

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2026-08-24 Autore: Silvia

N 4702

Claudia Colono di Amore a Quattro Zampe interviene a Ponte Galeria: diversi animali salvati, ma anche la loro umana aveva bisogno di aiuto

Un’anziana fragile che avrebbe solo voluto salvarli, ma anche lei aveva bisogno di aiuto: la nostra Claudia non si è voltata dall’altra parte. Ci sono ... Leggi tutto

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Un’anziana fragile che avrebbe solo voluto salvarli, ma anche lei aveva bisogno di aiuto: la nostra Claudia non si è voltata dall’altra parte.

Ci sono interventi in cui è facile distinguere chi deve essere salvato da chi ha provocato la sofferenza. E poi ce ne sono altri in cui questa linea semplicemente non esiste. È quanto accaduto il 18 agosto 2026 a Ponte Galeria, a Roma, dove Claudia Colono di Amore a Quattro Zampe ed Enrico Rizzi sono intervenuti dopo una segnalazione relativa a una situazione di forte difficoltà all’interno di un’abitazione.

Claudia Colono di Amore a Quattro Zampe interviene a Ponte Galeria: sei animali salvati, ma anche la loro umana aveva bisogno di aiuto – amoreaquattrozampe.it

Dietro quella porta hanno trovato diversi animali che avevano bisogno di essere messi in sicurezza, ma anche una donna anziana che non era più in grado di prendersi cura adeguatamente né di loro né di se stessa.

La signora viveva insieme a due cani, tre oche mute e un pappagallino. Una situazione delicata che non può essere letta semplicemente come una storia di maltrattamento o di crudeltà deliberata. La donna aveva infatti accolto quegli animali con l’intenzione di aiutarli e salvarli, ma il progressivo peggioramento delle sue condizioni aveva reso impossibile continuare a occuparsene in maniera adeguata.

Gli animali andavano salvati, il loro stato di salute non permetteva di attendere oltre

L’intervento di Claudia Colono ed Enrico Rizzi ha permesso innanzitutto di mettere al sicuro tutti gli animali presenti nell’abitazione.

I due cani sono stati affidati al Canile della Muratella, a Roma. Entrambi necessitano di controlli e cure veterinarie e noi di Amore a Quattro Zampe continueremo a seguirne le condizioni di salute. Quando sarà possibile, l’obiettivo sarà anche quello di trovare per loro una nuova famiglia attraverso un percorso di adozione.

Gli animali andavano salvati, il loro stato di salute non permetteva di attendere oltre – amoreaquattrozampe.it

Il pappagallino è stato invece affidato alla LIPU, mentre le oche mute sono state trasferite al Santuario HeartLand- ODV, dove potranno essere accudite in un ambiente adeguato alle loro necessità.

Gli animali che ora sono al sicuro, ma il loro recupero rappresenta soltanto una parte di ciò che è accaduto quel giorno.

Anche la signora aveva bisogno di essere aiutata

Entrando nell’abitazione, infatti, è apparso evidente che la fragilità non riguardava soltanto gli animali. Anche la donna che viveva insieme a loro aveva bisogno che qualcuno si accorgesse della sua situazione.

La solitudine e la malattia possono trasformare progressivamente anche un gesto nato dalle migliori intenzioni in qualcosa che non si è più nelle condizioni di gestire. Continuare ad accogliere animali con il desiderio di salvarli può diventare un problema quando una persona perde la capacità di occuparsi correttamente di loro e, contemporaneamente, fatica persino a provvedere alle proprie necessità.

Per questo l’intervento non si è concluso portando via gli animali. È stato attivato anche l’iter necessario affinché la signora possa essere presa in carico e ricevere l’assistenza e le cure di cui ha bisogno.

In quella casa, insomma, non c’erano soltanto animali da salvare. C’erano tante vite fragili che, seppure in modi diversi, avevano bisogno di aiuto.

Ci sono interventi in cui non esistono “buoni” e “cattivi”. Ci sono soltanto vite fragili che, a un certo punto, hanno bisogno che qualcuno si accorga di loro.

Ed è forse proprio questa la frase che meglio racconta quanto accaduto a Ponte Galeria.

Quando una segnalazione può cambiare molte vite

Questa storia pone l’attenzione anche su un problema più ampio e spesso difficile da riconoscere. Una persona anziana, sola o in condizioni di fragilità può continuare ad accogliere animali perché convinta di poterli aiutare, senza rendersi conto di non avere più le possibilità fisiche o cognitive per garantire loro ciò di cui hanno bisogno.

Quando una segnalazione può cambiare molte vite – amoreaquattrozampe.it

In situazioni simili intervenire significa tutelare gli animali, ma può voler dire anche portare alla luce la solitudine di una persona che fino a quel momento è rimasta invisibile.

Per questo è fondamentale non ignorare i segnali. Se si vede un animale che vive in condizioni di sofferenza bisogna segnalare la situazione alle autorità competenti. Ma lo stesso vale quando ci si accorge che un vicino anziano, solo o fragile continua ad accogliere animali pur non riuscendo più a gestirli. Chiedere aiuto non significa necessariamente accusare qualcuno: in alcuni casi può essere il primo passo per proteggere tutti.

Il video completo dell’intervento

Le immagini dell’intervento permettono di comprendere ancora meglio la complessità di ciò che Claudia Colono ed Enrico Rizzi si sono trovati davanti il 18 agosto.

Vi lasciamo qui sotto il video integrale, potrete vedere tutto l’intervento, immagini che raccontano molto più di un salvataggio. Raccontano ciò che abbiamo trovato dietro quella porta, i momenti più difficili e tutto quello che è stato necessario fare affinché nessuno venisse lasciato indietro.

Perché questa volta “nessuno” non significa soltanto i due cani, le oche mute e il pappagallino. Significa anche una donna anziana che, mentre cercava di salvare altre vite, era diventata lei stessa una persona da aiutare.

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2026-08-21 Autore: Aurora De Santis

N 4701

Trovato un cane con il muso legato con il nastro adesivo: non solo lui era in pericolo

Cooper è stato trovato con il muso avvolto nel nastro adesivo in Florida. La sua foto ha fatto partire un’indagine che ha portato al salvataggio ... Leggi tutto

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Cooper è stato trovato con il muso avvolto nel nastro adesivo in Florida. La sua foto ha fatto partire un’indagine che ha portato al salvataggio di 16 animali.

Cooper era nascosto sotto una rampa, spaventato e con il muso completamente avvolto dal nastro adesivo. Respirava con grande difficoltà e, senza un intervento tempestivo, le conseguenze avrebbero potuto essere drammatiche.

Trovato un cane con il muso legato con il nastro adesivo: non solo lui era in pericolo- amoreaquattrozampe.it

A notarlo è stata una donna che ha immediatamente compreso la gravità della situazione. Insieme al figlio ha rimosso con attenzione il nastro, permettendo al cane di tornare finalmente a respirare. Una fotografia di Cooper, pubblicata successivamente online, ha attirato l’attenzione degli agenti dello sceriffo della contea di Polk, in Florida.

Cooper trovato con il muso avvolto nel nastro adesivo ma non solamente

Da quella singola immagine è partita un’indagine che avrebbe portato alla scoperta di una situazione ben più grave: Cooper, infatti, non era l’unico animale a vivere in condizioni preoccupanti. Quando è stato soccorso, Cooper appariva in evidente difficoltà respiratoria. Il nastro gli stringeva completamente il muso e il cane sembrava iperventilare.

Cooper trovato con il muso avvolto nel nastro adesivo ma non solamente- amoreaquattrozampe.it

Gli investigatori sono riusciti successivamente a rintracciare la sua proprietaria, una donna di 57 anni. Secondo quanto riferito dalle autorità, avrebbe ammesso di aver avvolto il muso del cane con il nastro adesivo la sera precedente, sostenendo di averlo fatto dopo che Cooper avrebbe tentato di morderla.

Il cane è stato quindi affidato alle autorità e sottoposto a controlli veterinari presso il Polk County Animal Control. La visita ha permesso di accertare che il cane presentava segni e cicatrici sul muso riconducibili al nastro adesivo. Ma non era l’unico problema.

Cooper appariva anche malnutrito e presentava segni intorno al collo compatibili, secondo quanto emerso dagli accertamenti, con una prolungata permanenza legato. Elementi che hanno fatto pensare che il suo disagio non fosse limitato soltanto all’episodio che aveva portato al ritrovamento.

Chiudere il muso di un cane con del nastro rappresenta un pericolo estremamente serio. Oltre a compromettere la normale respirazione, può impedire all’animale di bere, mangiare e soprattutto ansimare. Quest’ultima funzione è fondamentale per i cani, perché permette loro di regolare la temperatura corporea e disperdere il calore.

L’indagine ha assunto contorni ancora più preoccupanti quando gli investigatori hanno raggiunto la casa mobile in cui viveva la proprietaria di Cooper. All’interno, secondo quanto riferito dalle autorità, sarebbero stati trovati rifiuti, scarafaggi e un intenso odore di urina e feci. In quell’ambiente, inoltre, vivevano numerosi altri animali.

Oltre a Cooper erano presenti sette gatti, tre pesci, due inseparabili, due fringuelli e un’anatra. Gli animali sono stati prelevati e trasferiti all’Animal Control affinché potessero essere visitati e ricevere le cure necessarie. In totale, grazie all’intervento scattato dopo il ritrovamento di Cooper, sono stati messi in salvo 16 animali.

Le condizioni dell’abitazione hanno richiesto anche l’intervento dei vigili del fuoco della contea. La grande quantità di urina accumulata nell’ambiente ha infatti reso necessario controllare la concentrazione di ammoniaca nell’aria.

La misurazione avrebbe raggiunto le 100 parti per milione, un valore estremamente elevato che può rappresentare un serio rischio per la salute, soprattutto in caso di esposizione prolungata, causando irritazioni agli occhi e problemi alle vie respiratorie.

Gli investigatori dell’unità per i crimini agricoli avrebbero inoltre individuato cumuli di spazzatura, materiale in decomposizione e numerosi oggetti abbandonati intorno alla casa mobile. Perdite provenienti dal sistema settico e dalle tubature contribuivano ulteriormente a rendere insalubre l’area, dove era stata riscontrata anche una massiccia presenza di mosche e zanzare.

Quella che inizialmente sembrava la storia del salvataggio di un solo cane si è così trasformata in un intervento molto più ampio.

Lo sceriffo della contea di Polk, Grady Judd, ha sottolineato come, nonostante il terribile trattamento subito da Cooper, dalla vicenda sia arrivata almeno una buona notizia: il cane è stato messo al sicuro e l’indagine ha consentito di liberare anche tutti gli altri animali presenti nella proprietà.

Secondo quanto comunicato dalle autorità, gli animali dovrebbero riuscire a recuperare completamente grazie alle cure ricevute.

La proprietaria è stata arrestata e deve rispondere di diverse accuse, tra cui quella di crudeltà aggravata verso gli animali e 15 contestazioni relative alla negligenza nei confronti degli altri animali, oltre ad ulteriori accuse connesse alle condizioni della proprietà.

Sono stati salvati dalla proprietaria altri animali- amoreaquattrozampe.it

La storia di Cooper ricorda quanto possa essere importante non ignorare i segnali di un possibile maltrattamento. Lo sceriffo ha invitato i cittadini che assistono a episodi di crudeltà o trovano animali in condizioni di pericolo a contattare immediatamente le forze dell’ordine o i servizi locali di controllo degli animali.

Pubblicare una fotografia sui social può contribuire a richiamare l’attenzione, ma di fronte a un animale in pericolo è fondamentale effettuare anche una segnalazione alle autorità competenti.

Nel caso di Cooper, quella fotografia è stata decisiva: ha dato il via a un’indagine che non soltanto ha permesso di mettere al sicuro il cane, ma ha fatto emergere la situazione in cui vivevano numerosi altri animali. Da un singolo soccorso è nato così un intervento che ha cambiato il destino di 16 animali.

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2026-08-21 Autore: Silvia

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