
Non si tratta del solito, crudele abbandono: un cane è stato abbandonato in autostrada con un biglietto che invita ad amarlo. Se ne sentono tante ... Leggi tutto
L’articolo Abbandonata in autostrada con un biglietto: “Vi prego, amatela!” è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Non si tratta del solito, crudele abbandono: un cane è stato abbandonato in autostrada con un biglietto che invita ad amarlo.

Se ne sentono tante di notizie simili e, anche in questo caso, si potrebbe pensare al solito caso di abbandono di un animale domestico da parte di padroni senza scrupoli. Eppure stavolta pare che la situazione sia diversa perché l’atto pare non essere stato compiuto ‘a cuor leggero’. Si tratta appunto dell’episodio di una femmina di cane, abbandonata in autostrada con un biglietto che invitava chiunque la trovasse ad amarla e darle un futuro pieno di felicità e amore.
Era accanto a un guardrail, sola e spaventata: così hanno trovato Brownie, una femmina di cane di razza Pitbull, abbandonata in autostrada e nei pressi di un incrocio sempre molto trafficato. Chi l’ha lasciata lì ha anche voluto mandare un messaggio a chiunque l’avesse trovata: senza dare alcuna indicazione sulla sua identità, la padrona o il padrone di Brownie ha implorato di prendersi cura di lei.

Non sembra la solita storia di un padrone stanco di prendersi cura del proprio animale domestico, che se n’è liberato alla prima occasione: questa volta pare proprio che chi ha compiuto questo tremendo gesto non avesse altra scelta che lasciar andare via il suo quattro zampe. Certo avrebbe potuto condurlo in un centro di accoglienza e non mettere a rischio la sua vita su un’autostrada ma il biglietto pare tradire una certa commozione nel gesto.
Purtroppo oggi non tutti sanno quanto costa avere un cane ma i numeri del 2025 non sono confortanti. Quindi spesso si ricorre (commettendo un grosso errore) all’abbandono o alla cessione dell’animale domestico. Stavolta il tutto è accaduto in New Jersey, negli USA, e per fortuna grazie ai suoi soccorritori possiamo raccontare per Brownie un finale diverso da ciò che ci si aspettava.
Un invito, quasi una supplica, quella contenuta nel biglietto, scritto su un pezzo cartone, che è stato trovato accanto alla cagnolina in autostrada. chiedeva non solo di amarla ma anche di donarle una casa per sempre. Così è iniziata la storia di Brownie e a raccontarla è stata Olivia Gonzales, social media manager della Associated Humane Societies Newark.

La stessa responsabile ha dato una stima di un numero sempre crescente di abbandoni, dovuti alla precarietà in cui versa il Paese e all’impossibilità reale dei padroni di sostenere economicamente le necessità dei propri quattro zampe. Non a caso vi è infatti un aumento di cani randagi e per fronteggiare la situazione è stata addirittura creata una lista di attesa per chi volesse ‘cedere’ il proprio animale domestico che arriva fino a febbraio 2026.
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Per fortuna la permanenza nel rifugio è stata difficile ma molto breve perché Brownie ha subito trovato una famiglia amorevole che ha voglia di prendersi cura di lui e dargli la casa piena di serenità e amore che ha sempre desiderato e meritato.
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La corsa contro il tempo per salvare il cane Joyce: i Carabinieri a Napoli aprono la strada all’auto del proprietario del quattro zampe, ma ogni ... Leggi tutto
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La corsa contro il tempo per salvare il cane Joyce: i Carabinieri a Napoli aprono la strada all’auto del proprietario del quattro zampe, ma ogni sforzo si rilvea purtroppo inutile.

Una corsa contro il tempo nel cuore di Napoli: le sirene dei Carabinieri squarciavano il traffico di piazza Borsa. Dietro la volante, l’auto di Antonio Bellisario, 64 anni, si lanciava a tutta velocità. Antonio stringeva a sé Joyce, il suo Shiba Inu di quasi tredici anni, che aveva perso i sensi. “Stava morendo, non respirava più,” ha raccontato Antonio a La Zampa. “Ho gridato aiuto dal finestrino ai Carabinieri che ho incrociato.” I militari hanno reagito immediatamente, aprendo la strada con sirene e lampeggianti fino alla clinica veterinaria di via Cirillo, a due chilometri di distanza. “Mi hanno scortato nel traffico, spostando le auto. Un gesto che non dimenticherò,” ha aggiunto Antonio.
I minuti del tragitto furono un’agonia. Una volta arrivati alla clinica, i Carabinieri non si sono allontanati, assicurandosi che Joyce ricevesse immediate cure. Purtroppo, ogni sforzo fu vano: Joyce aveva ormai attraversato il ponte. “Hanno voluto sapere come stesse, i loro sguardi erano pieni di partecipazione. Hanno dimostrato una sensibilità e un’umanità rara”.

Joyce era entrato nella vita di Antonio come un cucciolo, a sessanta giorni dalla nascita, regalo per la figlia Marika all’età di diciotto anni. “È cresciuto con noi, è stato un membro della famiglia, un figlio.” Carattere fiero e indipendente, tipico della razza Shiba, era allo stesso tempo affettuoso e un “capobranco tosto” che si era conquistato l’affetto di tutti. Amava scorrazzare nell’area cani di Santa Chiara – creata con l’impegno della moglie – e adorava i wurstel, riempiendo le loro giornate di entusiasmo.

Nei giorni precedenti, un lieve malore aveva fatto pensare a una pancreatite, ma il giorno dopo Joyce sembrava essersi ripreso. Il peggioramento è stato improvviso. “Mia moglie era in procinto di portarlo per un controllo. Ha sentito due ululati, poi il silenzio. Mi ha chiamato. Sono corso, l’ho trovato a terra, non reagiva. L’ho preso e siamo partiti,” racconta Antonio, descrivendo l’ingorgo che ha preceduto l’incontro con i militari.
Nonostante la disperata rapidità e l’impegno dei Carabinieri, non c’è stato nulla da fare. “In quel momento il mondo si è fermato. Anche i Carabinieri ci sono rimasti male, avevano sperato con noi.” Oggi Antonio e Loredana affrontano un dolore immenso. “Per noi era un figlio. La casa è vuota, ma ogni angolo parla di lui”.

Accanto al lutto, rimane una profonda gratitudine per la solidarietà che ha dignitosamente concluso l’ultimo viaggio di Joyce. “Voglio ringraziare di cuore quei Carabinieri. La loro umanità ha alleggerito un momento terribile.” Joyce ha lasciato un’eredità duratura: “Prima di lui non avevamo una grande familiarità con gli animali. Joyce ci ha aperto gli occhi e il cuore.” Questo legame ha generato una nuova consapevolezza: Loredana è attiva nell’associazione “Amiche di Lu,” che si prende cura di cani abbandonati, e Antonio si occupa quotidianamente della colonia felina presso l’Università Federico II. “Non avrei mai pensato di farlo. Ma dopo Joyce è diventato naturale. Ci ha insegnato la compassione, il rispetto e la responsabilità. È stato il nostro maestro silenzioso”. (di Elisabetta Guglielmi)
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La felicità incredibile dopo la tragedia: un anno dopo il suo funerale la gatta torna a casa e si fa trovare davanti alla porta. Per ... Leggi tutto
L’articolo Gli fanno il funerale, ma quasi un anno dopo se lo ritrovano davanti alla porta: la scena surreale è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
La felicità incredibile dopo la tragedia: un anno dopo il suo funerale la gatta torna a casa e si fa trovare davanti alla porta.

Per loro era defunto, e gli avevano anche organizzato un funerale per salutarlo definitivamente: per fortuna però la storia di Nuggets era tutt’altro che finita. Con incredibile gioia dei suoi padroni, una gatta torna a casa dopo il suo funerale e si fa trovare davanti alla porta, in attesa di rientrare e riprendere il suo posto. Erano passati ben 317 giorni dall’ultima volta che era stato avvistato ma, a quanto pare, era solo andato a farsi una lunga ‘passeggiata’.
‘Ma dove sarà stato tutto questo tempo?’: di certo tra le prime domande che si sono posti i familiari di Nuggets quando se la sono ritrovato fuori la porta di casa, c’era anche questa. Cosa aveva fatto, come era riuscita a sopravvivere e in che modo era riuscita a ritrovare la strada di casa? Tanti gli interrogativi, forse troppi ma ciò che contava in fondo era solo riaverla a casa.

Questa stranissima storia arriva dal Maryland, negli USA, dove un uomo, che non ha voluto rivelare il suo nome, ha raccontato su Reddit della sua gatta ‘scomparsa’ (in tutti i sensi) e poi ritornata. Non si era trattato dunque di morte ma di un allontanamento volontario da parte del felino, che per fortuna sarebbe stato ritrovato e riportato tra le vecchie mura domestiche.
‘E’ lecito porsi domande sul gatto che sappia ritrovare la strada di casa e sul suo senso dell’orientamento ma stavolta il finale appare davvero incredibile. Durante un soggiorno all’estero, al ritorno il padrone di Nuggets aveva ritrovato la finestra aperta e la zanzariera in frantumi, come se qualcuno avesse rapito Nuggets o appunto il micio si fosse allontanato volontariamente. Dopo ricerche infruttuose e vani tentativi di ritrovarlo, lo stesso padrone si è convinto a malincuore della morte della sua quattro zampe.
Il padrone di Nuggets era davvero disperato e probabilmente si sentiva anche in colpa per essersi reso conto, troppo tardi, di aver lasciato la finestra aperta: possibile che il suo micio avesse scelto di fuggire? Possibile che non fosse stato più in grado di ritrovare la strada di casa? Purtroppo della sua gatta tuxedo (bicolore bianca e nera) non vi era alcuna traccia: nessuno l’aveva vista, neppure i vicini che sono stati ‘interrogati’ dal padrone una volta tornato a casa.

L’episodio risale all’aprile dello scorso anno: in tutto questo tempo probabilmente non l’ha mai dimenticata, anzi aveva deciso di omaggiare la sua ‘presunta defunta’ gatta con un funerale. Solo un anno dopo, nel marzo 2025, la gatta è stata trovata in un gruppo di gatti selvatici: era diversa dagli altri, poiché era dotata di microchip felino e già sottoposta a sterilizzazione del gatto.
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Contattata la madre del proprietario, che era l’intestataria indicata dal microchip, col marito hanno deciso di fare una sorpresa al figlio: gli hanno fatto ritrovare il suo amato gatto fuori la porta, accompagnato dal certificato di vaccinazione antirabbica per la sua gatta Nuggets. E dopo un bagnetto e tante coccole, la gatta è tornata in pieno possesso della sua casa, circondata dall’amorevole abbraccio del suo padrone.
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Ha rischiato la vita: un cane è rimasto incastrato con le zampe nella scala mobile della stazione di Harvard ma è salvo. Non è un ... Leggi tutto
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Ha rischiato la vita: un cane è rimasto incastrato con le zampe nella scala mobile della stazione di Harvard ma è salvo.

Non è un caso se molti sono terrorizzati da questi utilissimi meccanismi per la salita e la discesa tipici dei grandi centri commerciali, e per questo spesso si sceglie di portare in braccio il proprio quattro zampe per evitare simili incidenti. In una affollatissima stazione in Massachusetts un cane è rimasto incastrato nelle scale mobili. Per fortuna i suoi guaiti hanno immediatamente attirato l’attenzione dei passanti e di coloro che stavano per mettersi in viaggio, ma il finale poteva essere decisamente peggiore.
Probabilmente gli agenti della sezione di Cambridge non avevano mai ricevuto una simile richiesta di intervento, eppure è accaduto che non un uomo bensì un animale (nella fattispecie un cane) era rimasto incastrato nelle scale mobili dell’affollatissima stazione di Mbta Harvard Station a Cambridge.

Mentre era intento a salire sulla scala mobile, le sue zampe sono rimaste ‘intrappolate’ nei denti del meccanismo di una delle scale mobili all’interno del centro ferroviario, trasformandosi in una sorta di morsa della morte. Infatti ha rischiato davvero grosso per la sua vita se i passanti, nonostante la fretta e la concitazione di chi si appresta a prendere un treno, non avessero sentito i suoi guaiti.
Sono state proprio le tipiche manifestazioni di dolore nel cane ad attirare l’attenzione di alcuni passanti, che hanno immediatamente allertato le forze dell’ordine per salvare il povero animale incastrato.
I soccorsi sono arrivati in tempo: dopo la chiamata alla centrale delle 23 del 18 ottobre scorso, i vigili del fuoco del Cambridge Fire Department si sono precipitati sul posto per salvare il cagnolino bianco che, spaventato e dolorante, non riusciva a liberare le zampe posteriori dalla morsa della scala mobile. Era terrorizzato e dai suoi occhi traspariva tutta la paura.

Lo stesso padrone, che era accanto a lui e che non lo ha mai abbandonato, cercava invano di calmarlo: insomma scene di tensione e panico che per fortuna si sono risolte nel migliore dei modi grazie all’intervento degli esperti. Non a caso infatti tutti i veterinari raccomandano i padroni di stare attenti in circostanze simili, poiché le scale mobili sono pericolose per il cane e bisogna saperle utilizzare.
Con pazienza e costanza, i vigili hanno innanzitutto bloccato il meccanismo (sebbene qualcuno avesse già premuto il pulsante di emergenza) e si sono messi al lavoro liberando le zampe delicatamente, centimetro dopo centimetro.
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Ad ogni piccolo tratto di zampa libero, il padrone e lo stesso cane riprendevano coraggio e forza; dopo pochi minuti, che a loro saranno sembrati una eternità, il cane era finalmente libero. E’ stato preso di peso in braccio e condotto al pronto soccorso più vicino. Le sue condizioni dopo il salvataggio erano buone ma è possibile che il ricordo della sua disavventura lo accompagnerà ancora per qualche tempo.
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La storia della signora Antonina e del suo cane: la donna è costretta a vivere in auto perché nessuna struttura accetta di ospitare il suo ... Leggi tutto
L’articolo “Nessuno accetta il mio cane”: Antonina costretta a vivere in auto è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
La storia della signora Antonina e del suo cane: la donna è costretta a vivere in auto perché nessuna struttura accetta di ospitare il suo quattro zampe.

Dopo aver trascorso due mesi dormendo di fronte al pronto soccorso dell’Ospedale Civico di Palermo, la sessantatreenne Antonina ha finalmente un riparo. Nessuna struttura di accoglienza si era resa disponibile: la causa non era la mancanza di posti, bensì l’impossibilità di separarsi da Molly, la sua amata cagnolina dal pelo rossastro. Ora, una comunità a Cinisi le ha offerto vitto e alloggio temporaneo, in attesa di una sistemazione definitiva.
Per sessanta giorni la signora Antonina ha vissuto all’interno della sua vettura, parcheggiata proprio davanti all’ingresso dell’area emergenza del Civico di Palermo. Dalla scomparsa del marito, vive grazie a una pensione di reversibilità che ammonta a poco più di 600 euro. Una cifra troppo esigua per sostenere un canone di locazione, ma sufficiente per non essere ritenuta “abbastanza indigente” da accedere subito agli aiuti.

Nei centri di accoglienza della città, le è stata negata la possibilità di entrare. Il problema principale: Molly. La fedele cagnolina, compagna insostituibile, non era ammessa nelle strutture per i senzatetto. Antonina, però, non ha mai voluto abbandonarla, scegliendo di restare in macchina, dormendo con Molly accanto, sotto le luminarie del nosocomio.
La svolta è giunta grazie a una provvidenziale azione di solidarietà. Un ente comunitario situato a Cinisi ha preso la decisione di ospitare la donna e la sua amica a quattro zampe, assicurando loro vitto e alloggio. A comunicare la lieta notizia ad Antonina è stato il deputato regionale Ismaele La Vardera, il quale ha affermato: “La proprietà non ha imposto un limite massimo di permanenza, liberando di fatto uno spazio letto che di norma verrebbe fatto pagare. Ci auguriamo che il Comune di Palermo possa intervenire al più presto per una soluzione a lungo termine”.

Un gesto semplice che ha restituito serenità e dignità a una donna che non ha voluto rinunciare all’affetto più autentico che le era rimasto. Sulla vicenda ha rilasciato una nota anche l’Assessorato alle Politiche sociali del Comune di Palermo, per chiarire il lavoro svolto nei mesi precedenti: “Il Comune ha fatto la sua parte. La signora era seguita dal Servizio Sociale di Comunità della V Circoscrizione e dal Punto Snodo Casa, Agenzia per l’Inclusione, con l’erogazione di un contributo mirato per l’affitto, destinato a persone in condizioni di particolare fragilità”.

L’assessorato ha poi specificato: “Il sussidio, che di solito viene rinnovato, non è stato riaccettato dal locatore al termine dello scorso mese di settembre. Esprimiamo soddisfazione per la rapida attivazione della macchina della solidarietà, che ha permesso di trovare una nuova sistemazione alla signora in un comune limitrofo. L’obiettivo rimane quello di proseguire nel percorso che garantirà l’accoglienza di soggetti fragili accompagnati dal proprio animale domestico”. (di Elisabetta Guglielmi)
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Hanno approfittato del momento di libertà e si sono date alla fuga: ma delle scimmie da laboratorio scappate, ancora 3 sono disperse. E’ successo martedì ... Leggi tutto
L’articolo “Sono scappate tutte”: caos per delle scimmie da laboratorio che sono riuscite a fuggire è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Hanno approfittato del momento di libertà e si sono date alla fuga: ma delle scimmie da laboratorio scappate, ancora 3 sono disperse.

E’ successo martedì scorso e questi intelligenti primati hanno immediatamente approfittato della ‘ghiotta occasione di libertà’: alcune scimmie da laboratorio sono scappate in Mississippi dopo un incidente stradale che ha coinvolto il camion su cui viaggiavano. Purtroppo non si trattava di esemplari ‘sani’ ma già sottoposti a sperimentazione scientifica: tre di esse sono ancora in fuga ma il Governo sta provvedendo a recuperarle per evitare danni all’essere umano.
L’Intestate 59 nella contea di Jasper, in Mississippi, è stata teatro di un rocambolesco incidente stradale, che ha visto coinvolto tra le varie vetture anche un camion che trasportava macachi rhesus in via di sperimentazione (solo al 2019 risale il corteo nazionale per salvare i macachi dal laboratorio di sperimentazione animale) e la fuga dei suddetti primati. Pare infatti che questi animali abbiano approfittato del ribaltamento del mezzo, e della conseguente apertura dello sportellone che ne impediva l’uscita, per darsi alla fuga.

Purtroppo non si trattava di esemplari sani, ma già sottoposti all’iniezione di alcuni virus, e dunque portatori di epatite C, herpes e Covid. Insomma rappresentavano un pericolo per la salute dell’essere umano e andavano necessariamente abbattute. E di queste scimmie in fuga, tre non sono state ancora trovate, secondo i recenti conteggi dei ricercatori della Tulane University di New Orleans, che conducevano la sperimentazione.
Le gabbie in cui erano rinchiusi questi primati si sono aperte dopo lo scontro del camion sulla carreggiata e ciò ha consentito agli animali all’interno di approfittare della via di fuga che si è praticamente aperta davanti a loro.
Il Mississippi Wildlife, l’ente governativo che si occupa della conservazione delle risorse naturali e della fauna selvatica, ha lanciato un serio allarme dopo l’incidente che ha visto coinvolti i macachi rhesus, la specie più utilizzata nelle sperimentazioni scientifiche, sottolineando non solo la gravità dell’accaduto ma anche le devastanti possibili conseguenze per l’essere umano.

L’allarme è per una scimmia, un Macaco appunto, ancora in fuga che, come le altre, pesa sui 18 kg ed è molto aggressiva con l’uomo, nonché portatrice di virus come l’epatite C, l’herpes e il Covid. Per questo bisognerebbe catturarle servendosi dei dispositivi di Protezione Individuale (o DPI) per evitare rischi per la salute dell’essere umano.
Dalle Tulane University tuttavia arrivano notizie più confortanti sui primati ancora in libertà: i ricercatori sostengono, al contrario di quanto comunicato dallo sceriffo, che non si tratti di animali infettivi e si dicono disposti a fornire cure e assistenza, qualora fosse necessario. In ogni caso, negli USA, ormai si è venuto a creare un clima di allerta.
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Ma come mai proprio i macaco rhesus? Perché pare che il loro genoma sia molto simile a quello umano. Nella ricerca scientifica già altri esemplari hanno fornito grandi contributi al progresso dell’umanità: basti pensare a Alberto II, prima scimmia ad essere inviata nello spazio nel 1948.
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Una passeggiata pomeridiana si è trasformata in un incubo: un cane anti-droga ha aggredito e ucciso un Maltese che era con la famiglia. Non doveva ... Leggi tutto
L’articolo “L’ha ucciso davanti a tutti”: shock a Treviso, una scena drammatica è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Una passeggiata pomeridiana si è trasformata in un incubo: un cane anti-droga ha aggredito e ucciso un Maltese che era con la famiglia.

Non doveva andare così, quella doveva essere solo una passeggiata in famiglia in un tiepido pomeriggio di un sabato autunnale. E invece ha preso vita un incubo, proprio davanti agli occhi dei padroni e dei suoi due figli: il loro cane è stato aggredito e ucciso da un suo simile, ma non uno qualunque. Si tratta infatti di Luke, un cane anti-droga della polizia di Treviso, che ha ucciso un Maltese a spasso con la sua famiglia: ora si dovranno individuare i colpevoli.
Nella zona era ormai diventato un beniamino per tutti: tutti conoscevano Luke perché non era un cane come tutti gli altri. Questo magnifico esemplare di cane da Pastore olandese si era fatto apprezzare per le sue gesta nei blitz anti-droga da quando era entrato nelle forze dell’ordine della Polizia locale nel 2021.

Ma stavolta lo stesso Luke si è reso protagonista di un fatto increscioso, proprio mentre i suoi colleghi umani erano intenti a fare dei controlli nella zona dei Giardinetti di Sant’Andrea della città. A farne le spese stavolta è stato un Maltese, Yoshi di 5 anni, cane della famiglia di un noto professionista trevigiano. Erano a spasso proprio in quella zona l’uomo con la famiglia, i suoi due figli piccoli e il povero Yoshi.
Ed è proprio sotto gli occhi dei piccoli di casa che si è consumata la tragedia: Luke, alla vista del piccolo Maltese, si è avventato su di lui, aggredendolo con i morsi. Il tentativo disperato del padrone di Yoshi per salvarlo è risultato vano e il povero cane, già arrivato in ospedale agonizzante, è morto poco dopo per le ferite riportate.
La centralissima zona della riviera Santa Margherita è meta delle famiglie che, soprattutto il sabato pomeriggio, desiderano passeggiare in tranquillità. Ma purtroppo sabato scorso non è andata così: Yoshi è morto perché aggredito da Luke, il cane poliziotto locale e anche il suo padrone ha riportato delle ferite a un polpaccio nel disperato tentativo di sottrarlo alla morsa, che gli sarebbe stata fatale.
Ora si cerca di individuare il colpevole, perché il cane che ha aggredito non era solo ma col suo conduttore, che ha subito mostrato cordoglio alla famiglia per la perdita del Maltese. Tuttavia ora si dovrà indagare perché quello che è accaduto alla famiglia del noto imprenditore trevigiano, a suo dire, sarebbe potuto accadere a chiunque.
E’ dunque Luke un cane pericoloso, è in grado di fare bene il suo mestiere senza mettere a rischio l’incolumità di terzi? E su questo che ora indaga la polizia del comando di Castel d’Amore. Sebbene si tratti di un animale coperto dall’assicurazione per cani e gatti si potrebbe tenere un processo di natura civile.

La famiglia coinvolta, ancora sotto shock per l’accaduto, ha dichiarato di volere solo giustizia per Yoshi, che camminava per fatti suoi accanto alla sua famiglia, che ha tentato, seppur invano, di proteggerlo. tutto è avvenuto in una manciata di secondi, sufficienti a mordere il Maltese a morte. E ora ci si chiede ancora una volta se sia giusto o meno impiegare cani di grossa taglia della polizia locale in operazioni che prendono luogo in città.
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Ancora non è stata data una risposta a questa domanda, fatto sta che comunque episodi del genere che vedono protagonisti cani impiegati nella Polizia o nelle forze armate sono piuttosto rari. Ciò non toglie che ora dovrà essere esaminata attentamente anche l’idoneità del cane Luke al suo ruolo, ruolo che finora aveva ricoperto con risultati ottimali e brillanti.
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Il mercato degli animali da compagnia è in costante crescita in Italia, e di pari passo aumentano i servizi dedicati al benessere dei nostri amici a quattro zampe. Tra le attività che stanno riscuotendo un successo sempre maggiore, la toelettatura cani e gatti self-service si è affermata come una soluzione vincente, in grado di coniugare [...]
L’articolo Toelettatura cani e gatti self service: attrezzature e franchising in Italia, Lavaggio cani self service proviene da Toelettatori e Toelettature.
Il mercato degli animali da compagnia è in costante crescita in Italia, e di pari passo aumentano i servizi dedicati al benessere dei nostri amici a quattro zampe. Tra le attività che stanno riscuotendo un successo sempre maggiore, la toelettatura cani e gatti self-service si è affermata come una soluzione vincente, in grado di coniugare il bisogno di igiene degli animali con la ricerca di un’alternativa più economica e flessibile rispetto alla toelettatura tradizionale.
Il self-service, infatti, risponde a diverse esigenze:
L’idea di aprire un lavaggio cani self service si presenta, dunque, come un’interessante opportunità imprenditoriale. Per intraprendere questo percorso è fondamentale conoscere a fondo i requisiti, i costi, le normative e, soprattutto, l’attrezzatura necessaria.
Il cuore pulsante di un’attività self-service di successo risiede nella qualità e nella funzionalità dell’attrezzatura toelettatura cani self service. L’investimento iniziale nell’equipaggiamento è cruciale e determinerà l’efficienza e la soddisfazione del cliente.
Nel contesto di un’attività di toelettatura self-service, l’elemento chiave è la disponibilità di attrezzature robuste, funzionali e intuitive. Queste non devono solo garantire un lavaggio efficace e sicuro per l’animale, ma anche un’esperienza semplice e piacevole per il proprietario. Gli impianti moderni integrano spesso sistemi automatizzati per l’erogazione di acqua a temperatura controllata, shampoo e balsamo specifici, e potenti asciugatori professionali. La presenza di vasche ampie con rampe d’accesso, sistemi di fissaggio e pavimenti antiscivolo è fondamentale per accomodare cani di tutte le taglie e garantire la massima sicurezza. La scelta di attrezzature di qualità riduce la necessità di interventi di manutenzione e aumenta la soddisfazione del cliente, incentivando il ritorno.
L’attrezzatura standard per un box di lavaggio self-service include:
I prezzi per la vendita attrezzatura lavaggio cani self service variano notevolmente. Un impianto base, con una o due vasche e i componenti essenziali, può partire da circa € 6.000 + IVA. Soluzioni più complete, come stazioni complete o chioschi, possono costare dai € 8.000 ai € 14.000 o più, a seconda degli optional e del livello di automazione.
Il percorso per aprire lavaggio cani self service richiede una pianificazione attenta, in particolare per quanto riguarda la normativa e i requisiti strutturali. Per una guida completa sui permessi, si consiglia la lettura dell’articolo collegato: Come aprire una toelettatura, requisiti, permessi e documentazione.
La normativa, variabile a livello locale, impone standard elevati:
In termini di dimensioni, la sala lavaggio/toelettatura ha solitamente una superficie minima richiesta di circa 8 mq (con variazioni in base ai regolamenti locali).
La domanda “quanto costa aprire una toelettatura self service” è centrale. I costi possono variare significativamente a seconda che si scelga una formula indipendente o un Lavaggio cani self service franchising.
Per un locale di medie dimensioni, con due postazioni self-service automatizzate, l’investimento iniziale può oscillare tra i 20.000 e i 30.000 euro per l’attrezzatura e gli adeguamenti essenziali, ma può superare i 50.000 euro per soluzioni più grandi e complete.
| Voce di Costo | Stima (Euro) | Note |
|---|---|---|
| Adeguamento Locale | €5.000 – €15.000 | Ristrutturazione, impianti a norma, ventilazione. |
| Attrezzatura Base | €15.000 – €25.000 | Due box completi, sistemi di erogazione, phon/soffiatori. |
| Spese Burocratiche | €1.000 – €2.000 | SCIA, commercialista, pratiche amministrative. |
| Totale Stimato | €21.000 – €42.000 | (Escludendo affitto e capitale operativo iniziale) |
“Quanto si guadagna con una toelettatura self service” dipende da vari fattori, in primis la posizione e l’affluenza. Grazie ai bassi costi di gestione (assenza di personale fisso), il modello self-service ha un buon potenziale di profitto.
Il Margine Operativo Netto per un piccolo salone di toelettatura, secondo stime settoriali, si aggira intorno ai 1.200 euro al mese, potendo oscillare tra i 500 e i 2.500 euro a seconda della performance.
La risposta alla domanda “conviene aprire un lavaggio cani self service” è affermativa se si pianifica con attenzione. Il settore è in crescita, e i vantaggi del modello self-service (bassa gestione di personale, flessibilità operativa) sono significativi.
Per distinguersi e massimizzare i profitti, è utile integrare il servizio base con:
Per chi cerca un modello di business già collaudato, l’opzione Franchising toelettatura cani o Lavaggio cani self service franchising offre maggiore sicurezza.
Per chi cerca un partner affidabile per l’apertura di un lavaggio cani self-service, l’azienda DOG SHOWERPOINT, un marchio di Italia Service Srl, propone soluzioni “chiavi in mano” complete.
DOG SHOWERPOINT si specializza nella fornitura di stazioni self-service di alta qualità, con un focus particolare sulla tecnologia, l’igiene e il *design* italiano. Le loro soluzioni sono pensate per minimizzare l’impegno del titolare e massimizzare l’esperienza del cliente e dell’animale.
I punti di forza del *brand* DOG SHOWERPOINT includono:
Il settore delle toelettature self-service per cani e gatti è un’opportunità imprenditoriale solida e attuale. La chiave del successo risiede in una scrupolosa pianificazione, nella scelta di attrezzature di qualità e nel rispetto rigoroso delle normative.
Per chi è interessato ad approfondire le modalità di apertura e i requisiti legali, si rimanda all’articolo: Come e Perché aprire una Toelettatura Self Service e Come aprire una toelettatura, requisiti, permessi e documentazione sul portale www.toelettatori.it.
Inoltre, per trovare centri di toelettatura self-service già operativi in Italia, o per studiare la concorrenza e le *case history* di successo, è possibile consultare il database di www.toelettature.net.
Se siete pronti a trasformare il vostro progetto in realtà e state cercando una soluzione “chiavi in mano” completa per l’allestimento del vostro lavaggio cani self-service, potete contare sull’esperienza e le soluzioni tecnologiche offerte da:
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Oloshipa non c’è più ma la morte del leone del Masai Mara è avvolta dal mistero: non si è trattato di una fine naturale e ... Leggi tutto
L’articolo Morto il leone Oloshipa: la sua morte è un mistero che bisogna risolvere al più presto è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Oloshipa non c’è più ma la morte del leone del Masai Mara è avvolta dal mistero: non si è trattato di una fine naturale e ora si indaga.

Non è chiaro come sia successo ma fatto sta che, purtroppo, il leone Oloshipa del Masai Mara è morto e le circonstanze della sua dipartita sono ancora tutte da indagare. Di sicuro non si è trattato di una morte naturale ma dovuta ad alcune ferite molto gravi riportate dal leone dalle antichissime origini in un combattimento: è stata la Legge della natura? Saranno le indagini a rivelarlo.
In Kenya era una vera e propria star perché era uno dei maschi dominanti della più grande riserva naturale del suddetto Stato africano: una vera icona per tutti i turisti che amavano fotografarlo nella sua maestosità. Questo magnifico felino, classe 2017, era ben più di un animale ma una vera e propria figura leader nella savana.

Era bello, fiero, dominatore dei branchi di Ronkai e Fig Tree, dunque pronto a difendere il suo territorio dagli altri maschi, e pare che sia stato proprio uno scontro con altri esemplari dominanti di un altro branco a mettere ine alla sua vita. Era infatti in corso una sfida per la padronanza del territorio e Oloshipa avrebbe lottato fino all’ultimo sangue per difenderla, ma purtroppo non ce l’ha fatta.
La notizia è stata comunicata dal Kenya Wildlife Service, l’agenzia governativa dello Stato che si occupa appunto di conservare e proteggere la fauna selvatica del luogo. Ma la morte di Oloshipa non è stata accolta solo con dolore ma anche da qualche sospetto: non tutti credono alle parole dell’agenzia Kenya Wildlife Service e sospettano che ci siano complotti e obiettivi finanziari dietro la scomparsa di questo leone.
”I suoi resti non mostravano segni di interferenza umana o del bestiame”: così l’agenzia locale ha dato la notizia della morte del maestoso leone della savana. Eppure non tutti sono convinti della non-interferenza dell’uomo in questa tragica fine: troppi sono gli interessi economici dietro questi animali, quindi è plausibile che questa morte sia stata ‘voluta’ a fini di lucro.
La denuncia viene dal fotografo Bownaan Kamal, fondatore della Black Rockers Foundation, che sostiene ci sia un muro di silenzio omertoso da parte di ‘chi sa ma non parla’ magari perché minacciato dagli interessi locali. Addirittura le definisce ‘forze oscure’ che dominano nel regno dei leoni.
”Chi sapeva è rimasto zitto…Hanno fallito quando la verità ha chiesto coraggio… Possano quelle forze oscure marcire sotto le loro stesse bugie”.
L’attivista Sally Puz conferma che troppe persone stiano traendo profitti da queste morti, che vogliono far passare a tutti i costi come naturali, mentre Neda Sada condanna le condizioni in cui sono costretti a vivere i leoni, che sarebbero torturati, massacrati e finanche uccisi.
Si dice che sia morto per le ferite riportate nel combattimento, secondo la spietata Legge della natura: i suoi resti sono stati in parte depredati e in parte trovati sparsi sul territorio. La società, oltre a rinnegare qualsiasi coinvolgimento umano nella vicenda, si è anche difesa dalle accuse di coloro che criticavano il fatto di non aver in alcun modo ‘impedito’ questa tragica fine.

Ma la stessa KWS ha tenuto a precisare che il loro compito non è quello di ‘impedire’ che le leggi della natura facciano il loro corso, sebbene a volte gli esiti possano essere tragici come in questo caso: continueranno dunque a salvaguardare l’ambiente ma non a frenare l’istinto e il comportamento di prede e predatori.
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Ora chi prenderà il posto di Oloshipa? Probabilmente sul territorio era davvero in atto una lotta per la conquista della savana, tanto è vero che l’ultima volta che è stato avvistato il compianto grande felino si era già scontrato con due esemplari del branco avversario, quello Topi, ovvero Olepos e Osapuk.
L’articolo Morto il leone Oloshipa: la sua morte è un mistero che bisogna risolvere al più presto è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
A volte la verità si nasconde nei dettagli più impensabili. In questa storia vera, un piccolo indizio peloso ha cambiato completamente tutto. Hai mai sentito ... Leggi tutto
L’articolo Il gatto che ha aiutato a risolvere un omicidio: una storia surreale, ma del tutto vera è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
A volte la verità si nasconde nei dettagli più impensabili. In questa storia vera, un piccolo indizio peloso ha cambiato completamente tutto.
Hai mai sentito dire che a volte sono i dettagli più assurdi a risolvere un caso? Bene, questa storia inglese lo dimostra alla perfezione.

E no, non si parla di impronte digitali o telecamere di sorveglianza. Qui, il “testimone” decisivo è stato un gatto.
Era l’estate del 2012 quando, su una spiaggia del sud dell’Inghilterra, venne trovato un sacco della spazzatura. Dentro c’era il corpo di un uomo, David Guy. Un ritrovamento che lasciò tutti sconvolti, anche perché non c’erano testimoni né indizi chiari. Gli investigatori setacciarono ogni centimetro alla ricerca di una pista, finché qualcuno notò qualcosa di strano: dei peli di gatto sul corpo della vittima.

Sembrava un dettaglio da nulla, uno di quelli che si scartano subito. E invece è stato il punto di svolta. Gli agenti hanno contattato l’Università di Leicester, dove un gruppo di ricercatori stava costruendo un archivio genetico dei gatti britannici. A capo del progetto c’era Jon Wetton, un esperto che aveva già lavorato su un database simile per i cani. Insieme alla dottoranda Barbara Ottolini, raccolse in poche settimane più di 150 campioni di DNA felino provenienti da varie regioni del Paese.
Il confronto con i peli trovati sulla vittima ha dato un risultato sorprendente: solo tre corrispondevano, e uno di questi apparteneva a un gatto chiamato Tinker. Il dettaglio più inquietante è che Tinker era il gatto di David Hilder, amico e vicino di casa della vittima.
Certo, da solo quel risultato non bastava a incastrare nessuno, perché il DNA mitocondriale dei gatti può essere condiviso da più esemplari. Ma messo insieme alle altre prove, come le tracce di sangue di Guy trovate nell’abitazione di Hilder, ha contribuito a ricostruire ciò che è accaduto.
Il tribunale non ha avuto dubbi: Hilder è stato condannato all’ergastolo, con un minimo di dodici anni da scontare prima di chiedere la libertà condizionale.
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Il movente però resta un mistero. I due erano legati da un rapporto complicato, tra amicizia e tensioni. Qualcuno ha persino ipotizzato che la lite finale sia scoppiata proprio per via del gatto.
E mentre gli esperti esultano per la nuova frontiera della genetica forense, Tinker, il micio al centro di tutto, oggi vive tranquillo con una nuova famiglia, ignaro di aver contribuito, con un semplice ciuffo di peli, a risolvere un delitto che sembrava impossibile.
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Non moriranno più e questo sarà un sollievo per tutte le famiglie feline: è arrivato il farmaco salvavita per gatti affetti da Fip. Una grande ... Leggi tutto
L’articolo “Cambia tutto per queste famiglie”: finalmente il farmaco che in molti stavano aspettando è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Non moriranno più e questo sarà un sollievo per tutte le famiglie feline: è arrivato il farmaco salvavita per gatti affetti da Fip.

Una grande notizia che cambierà le sorti di tutte le famiglie che rischiavano di perdere i loro quattro zampe felini per una patologia potenzialmente mortale: si tratta del farmaco salvavita per i gatti affetti da Fip che ora è finalmente in commercio. Ciò che prima sembrava solo un miraggio, oggi è finalmente una realtà che migliorerà (e di molto) la vita di tantissime famiglie che temevano per la salute del loro Micio: una splendida e utilissima scoperta di cui ci parlerà un esperto.
Ora i nostri felini domestici saranno salvi dalle conseguenze della Fip, ma di cosa si tratta? Il nome è una sigla che sta per Peritonite infettiva felina: si tratta di una malattia infettiva di natura virale e dunque causata da un virus, precisamente un coronavirus felino molto aggressivo e anche potenzialmente mortale.

La modalità di trasmissione è spesso oro-fecale, quando cioè l’agente patogeno passa attraverso acqua o cibo contaminato da un soggetto infetto a uno sano, ma anche attraverso il contatto con le feci infette. Nel caso dei gattini il contagio avviene spesso attraverso il latte materno: non a caso infatti i casi aumentano nella fascia d’età compresa tra i 6 mesi e i primi 2 anni di vita del felino.
Un’altra modalità frequente di infezione è invece attraverso la cassettina igienica dove Micio espleta i suoi bisogni fisiologici. per questo è molto importante pulire la lettiera del gatto.
In termini elementari potremmo dire che la Fip si distingue in due forme diverse ovvero quella effusiva (o umida) e non effusiva (o secca). La prima, quella effusiva, prevede la presenza di liquidi sia nella zona addominale sia in quella toracica; la seconda forma invece può colpire vari organi e intaccarne il funzionamento, come fegato e reni, ma anche occhi e apparato cerebrale.
La presenza di una forma di Fip non esclude necessariamente anche l’altra nello stesso felino infetto. Ma come possiamo capire che si tratta di questa malattia? I sintomi sono alquanto generici ma soprattutto riguardano problemi gastro intestinali come diarrea felina e vomito, ma anche all’apparato respiratorio.
Il professore Giuseppe Borzacchiello dell’Università di Napoli Federico II ne parla con grandissimo orgoglio: il farmaco che salverà la vita di tanti gatti affetti da Fip è finalmente disponibile in commercio e ciò renderà più serena la vita delle famiglie che hanno un gatto infetto. Il nome del farmaco è GS-441524 (Remdesevir) e agisce interrompendo la replicazione del genoma virale e quindi non gli consente di diffondersi ulteriormente.

Da oggi i veterinari potranno usalo perché hanno finalmente l’autorizzazione del Ministero della Salute, con grande gioia anche dell’Onorevole e animalista Michela Brambilla. Solo pochi mesi fa questa che oggi è una realtà sembrava solo un’utopia: infatti a febbraio c’era già il farmaco che guarisce dalla FIP, ma i gatti italiani non potevano averlo.
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E’ un ulteriore passo avanti rispetto a una circolare del giugno scorso che aveva autorizzato il farmaco Remdesivir per curare la FIP nei gatti. Questo medicinale potrà essere preparato in formulazioni galeniche orali e prescritto dai veterinari attraverso una ricetta medica.
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Ci sono paure che sembrano piccole, poi, in un attimo, diventano enormi e ti spingono a fare qualcosa che mai avresti immaginato. Certe paure, quando ... Leggi tutto
L’articolo Cerca di eliminare uno scarafaggio, ma commette un errore che pagherà caro è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Ci sono paure che sembrano piccole, poi, in un attimo, diventano enormi e ti spingono a fare qualcosa che mai avresti immaginato.
Certe paure, quando scappano di mano, possono diventare pericolose. Molti di noi hanno paura degli insetti, in particolare di quelli che pungono e degli scarafaggi.

Fanno impressione quando si muovono, in un attimo spariscono tanto che sono veloci, e ci può stare un po’ di timore, anche se per noi sono innocui. Fin dove ti spingeresti per cacciare via uno scarafaggio? Tieniti forte, perché non è nulla a confronto di ciò che ha fatto una donna in Corea.
In Corea del Sud una giovane donna ha dato fuoco al suo appartamento per cercare di uccidere uno scarafaggio. Sì, proprio così. Voleva liberarsene, ha preso uno spray infiammabile e un accendino e nel giro di pochi secondi le fiamme sono esplose.
L’incendio si è esteso in tutto il palazzo, distruggendo diverse abitazioni. Una vicina, nel panico, ha tentato di scappare buttandosi dalla finestra. È morta sul colpo.

Secondo la polizia, la ragazza aveva già usato in passato quello stesso “metodo”, convinta di poter controllare la fiamma. Stavolta però le cose sono andate diversamente. Ora è accusata di incendio colposo e di omicidio per negligenza.
Quando l’hanno interrogata, ha detto di essere stata presa dal panico: le faceva ribrezzo vedere quello scarafaggio correre per casa. Una reazione irrazionale, certo, ma chi ha una vera fobia sa che in quei momenti la mente si chiude, e l’unica cosa che conta è far sparire l’oggetto della paura.
Gli scarafaggi, in particolare, provocano in molte persone un senso di disgusto profondo. È qualcosa che va oltre il semplice fastidio. Gli esperti spiegano che la nostra repulsione verso certi insetti ha radici molto antiche: serviva ai nostri antenati per tenerli lontani da fonti di infezione o da ambienti sporchi. Insomma, un meccanismo di sopravvivenza che oggi non ci serve più, ma che è rimasto dentro di noi.
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A tutto questo si aggiunge l’esperienza personale. Basta un episodio vissuto da piccoli, come una paura esagerata dei genitori, un insetto spuntato all’improvviso, per imprimere quel terrore nella memoria. Crescendo, può diventare una vera fobia. E una fobia, quando si manifesta, non segue logica: si reagisce in modo sproporzionato, a volte pericoloso.
Forse è proprio questo l’aspetto più inquietante di questa storia: non la follia del gesto, ma quanto facilmente una paura possa trasformarsi in tragedia. La donna non voleva fare del male a nessuno, voleva solo sbarazzarsi di uno scarafaggio. Ma la paura, quando prende il controllo, non guarda in faccia a niente. Non conosce limiti, non distingue il pericolo reale da quello immaginato. E nel giro di un attimo può distruggere tutto, perfino la vita di chi non c’entrava nulla.
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Dopo la tragedia ora si scava nella vita della povera Pamela Genini e della cagnolina Bianca: Soncin minacciava di uccidere anche la sua adorata quattro ... Leggi tutto
L’articolo Pamela Genini e la sua cagnolina Bianca: “Potrebbe non aver lasciato il partner per lei” è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Dopo la tragedia ora si scava nella vita della povera Pamela Genini e della cagnolina Bianca: Soncin minacciava di uccidere anche la sua adorata quattro zampe.

Chi vive con un animale domestico instaura spesso con lui un rapporto simbiotico, esattamente come quello che c’era tra l’ennesima vittima di femminicidio, Pamela Genini, e la sua cagnolina Bianca. Divenuta per la donna parte della famiglia, anche l’animale è stato vittima di minacce di morte da parte di colui che ha effettivamente ucciso la sua adorata padrona, Gianluca Soncin. La svolta drammatica della vicenda ha acceso i riflettori su come gli animali domestici diventano ‘strumenti’ per ferire ulteriormente la vittima designata.
Sui suoi profili social è raro non vederla in compagnia della sua amata cagnolina Bianca, poiché Pamela la portava sempre con sé durante i numerosi viaggi, spostamenti e nelle serate di vita mondana. Chi conosceva Pamela, che si definiva ‘modella e giovane imprenditrice‘, aveva imparato a conoscere anche Bianca, uno splendido esemplare di Chihuahua bianco.

In lei la povera vittima aveva trovato forse quel pezzo di famiglia che le mancava quando viaggiava in giro per il mondo: Dubai, Venezia, Parigi, Montecarlo e solo il mese scorso alla Mostra del Cinema di Venezia, splendida sullo yacht che l’avrebbe condotta sulla passerella dal tappeto rosso. Anche in quella occasione Bianca era con lei, buona e inseparabile.
Ed era proprio il profondo legame tra le due che ha suscitato nell’ex compagno e killer di Pamela, Gianluca Soncin, l’idea di fare fuori anche il suo cane, rivolgendogli le stesse minacce che rivolgeva alla donna. E’ dunque probabile che la ragazza di origini russe non avesse voluto lasciare il compagno (divenuto poi il suo assassino) per tutelare la vita della sua dolce cagnolina.
Voleva colpire anche Bianca perché sapeva quanto Pamela le fosse affezionata, voleva farla soffrire, voleva annientare l’unico membro della famiglia che la 29enne poteva portare sempre con sé.
L’Italia è ancora ‘indietro’ nel fornire un luogo di rifugio e di riparo alle donne vittime di stalking e persecuzioni che hanno un animale domestico al seguito: solo 375 strutture su tutto il territorio italiano atte ad ospitare le vittime e i loro quattro zampe. Ne ha parlato Francesca Sorcinelli, presidente dell’Associazione Link-Italia, dove la parola ‘Link’ sta proprio ad indicare lo stretto rapporto tra le donne e gli animali che diventano un mezzo da ‘usare’ per colpirle.

Il maltrattamento o l’uccisione di animali sono in stretta correlazione con l’uccisione delle donne vittime di femminicidio; chi intende maltrattare un animale per colpire una persona commette un ulteriore abuso. E’ ovvio che anche il reato di maltrattamento di animali rende chi se ne macchia un pericolo per la società. Minacce e azioni contro i quattro zampe sono indicatore di una volontà di controllo da parte dei soggetti abusanti nei confronti della vittima designata.
Si tratta di una vera e propria strategia predatoria messa in atto dal killer per spaventare la vittima e per controllare le sue volontà, soprattutto dal punto di vista psicologico. Nei casi cosiddetti ‘Link’ c’è bisogno di una stretta collaborazione tra professionisti del settore: dal neuropsichiatra al veterinario al servizio socio sanitario ed educativo.
Il primo è stato il Nucleo Anti-Violenza della Polizia di Cento, provincia di Ferrara, e il progetto DO.MIN.A (Donne Minorenni Animali) che risalgono al 2018. Dal 2020 esiste la ‘Casa dei buoni’, finanziata da fondi pubblici regionali per le donne vittime di violenza, anche con animali al seguito. Nel 2024 invece è nata la ‘Volunteeers VS Violence’.
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Quest’ultima iniziativa si propone di gestire proprio le Case Rifugio Link e ha proposto un protocollo di Intesa col Ministero della Giustizia, che tutt’oggi però non ha ancora avuto riscontro da parte delle Autorità.
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Non c’è più e ora i suoi animali sono rimasti orfani: è morto il veterinario di Gaza che curava gli animali vittime della guerra. Quando ... Leggi tutto
L’articolo Addio a Moath: l’unico veterinario di Gaza che accudiva gli animali vittime della guerra è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Non c’è più e ora i suoi animali sono rimasti orfani: è morto il veterinario di Gaza che curava gli animali vittime della guerra.

Quando si pensa alla guerra vengono in mente i civili e i soldati che sacrificano la loro vita quotidianamente e forse troppo raramente si pensa che tra le vittime vi siano anche creature a quattro zampe e altri animali. Solo il nobile cuore di alcuni professionisti si occupa della loro salute, soprattutto di quelli che rischiano di morire. E oggi è un giorno triste perché una di queste eroiche persone non c’è più: è morto Moath, il veterinario di Gaza che curava gli animali vittime di guerra.
Una perdita incolmabile che lascia orfani i suoi piccoli e anche tutte le persone che in lui e nel suo lavoro credevano: oggi Moath non c’è più, perché è stato ucciso da soldati delle forze armate israeliane. Una vita breve ma dedita interamente a curare gli animali quella del dottor Moath Abu Rukbeh, soprattutto quelli feriti perché rimasti vittime della guerra a Gaza che non risparmia nemmeno gli animali, la stessa che ha ucciso barbaramente il professionista.

La sua ‘colpa’ è stata quella pare di aver oltrepassato (di pochissimo) la striscia gialla imposta proprio dalla IDF. Non era intenzionato a disobbedire all’incredibile ordine imposto, voleva solo tornare a casa per prendere alcuni affetti personali, magari anche strumenti che gli servivano per svolgere la sua professione.
In quell’inferno di fuoco e bombe, sembra impossibile che vi siano uomini e donne eroici che si preoccupano della salute degli animali colpiti dagli ordigni, dalla fame e dalla carenza di ogni genere di prima necessità. Si era anche creato il primo rifugio per animali abbandonati a Gaza e il lavoro di veterinari come Moath contribuiva alla salvaguardia degli animali. Ma ora che il dottore è stato crudelmente ucciso, il mondo piange la sua perdita e si sente (giustamente) un po’ più solo.
Per tutto il lavoro svolto, per gli animali salvati, per la dedizione con la quale ogni giorno affrontava il suo compito (che era ormai diventato la sua missione): per tutti questi motivi oggi c’è da rivolgergli un sentito ‘grazie’. L’augurio per chi crede è quello di rivederlo in un Paradiso popolato dagli animali che tanto amava.

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E’ il momento della tristezza e del dolore ma anche della consapevolezza da parte di chi ancora rivolge un pensiero a coloro che non hanno voce, i nostri animali: quale sarà il loro destino? Chi si prenderà cura della loro salute ora che Moath non c’è più, ucciso per mano di altri esseri umani? Tutti i volontari dell’Associazione Sulala Animal Rescue, di cui faceva parte, cercheranno di portare avanti il suo lavoro anche per onorare la sua memoria.
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Non si era sbagliato, era proprio il suo Lotus: cane vede in un’auto il suo cane scomparso l’anno prima e la insegue prima che possa ... Leggi tutto
L’articolo “L’ho visto nell’auto e ho chiamato i Carabinieri”: l’incredibile ritrovamento che lascia tutti senza parole è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Non si era sbagliato, era proprio il suo Lotus: cane vede in un’auto il suo cane scomparso l’anno prima e la insegue prima che possa scappargli di nuovo.

Non si era mai dato pace e non lo aveva mai dimenticato; chissà se ha pensato alla sua immaginazione quando ha rivisto il suo Lotus in un’auto a pochi metri da lui. Ma il quattro zampe che appariva dietro al finestrino non era affatto frutto della sua fantasia o di un suo desiderio impagabile, ma la realtà; un padrone vede in un’auto il suo cane scomparso un anno prima e i due si riconoscono immediatamente. Ma l’avventura non si sarebbe conclusa, poiché l’uomo ha dovuto inseguire la donna alla guida della macchina, scappata a tutta velocità: ecco come si sono svolti i fatti.
Credeva che la sua immaginazione gli stesse tirando un brutto scherzo ma, guardandolo meglio, non poteva essere che lui, il suo Lotus, il cane che era scomparso dieci mesi fa e che non era mai riuscito né a trovare né a dimenticare. Era proprio lui dietro quel finestrino di una macchina sconosciuta, la cui proprietaria si era momentaneamente allontanata.

L’auto non era familiare ma il quattro zampe era decisamente Lotus, il suo Border Collie di 8 anni, scomparso a maggio scorso dalla sua casa a Palestrina, dalla casa di Augusto, il suo amato e inseparabile padrone. Ma cosa ci faceva il suo quattro zampe in quella Fiat Panda? Chissà quali pensieri gli sono passati per la mente quando ha ch8iesto spiegazioni alla proprietaria dell’auto che, sorpresa ma allarmata, si è mostrata dapprima disponibile a fargli vedere il cane da vicino.
Invece proprio mentre l’uomo si accingeva ad aprire il portellone, si è rimessa al posto guida per ripartire a tutta velocità. A quel punto Augusto non poteva lasciarsi sfuggire Lotus, non di nuovo. E ha iniziato ad inseguire la donna che si era ormai cimentata in una rocambolesca fuga.
Lotus non poteva sfuggirgli, non poteva non raggiungerlo e per fortuna ci è riuscito: Augusto ha rincorso l’auto della donna e ha allertato immediatamente le forze dell’Ordine. Il ritrovamento del microchip al cane non ha fatto altro che confermare i sospetti: si trattava proprio di Lotus, il cane che era stato rapito dieci mesi prima.

Grazie alle indagini e alla visione di alcuni filmati delle telecamere di sorveglianza, i Carabinieri della stazione di Palestrina hanno ricostruito anche la storia di maltrattamenti e abusi in cui era stato costretto a vivere il cane nei dieci mesi lontani da casa. Si è trattato di un vero e proprio periodo di prigionia, quello vissuto da Lotus: era costretto a vivere in una gabbia di fortuna, costruita con delle reti metalliche saldate.
L’aspetto smagrito e poco in salute ha confermato che non era tenuto in condizioni adeguate, sebbene la donna continuasse a sostenere che si trattava di un randagio, ritrovato da lei per caso e salvato dalla strada. Solo grazie alle amorevoli cure di Augusto e della sua famiglia, Lotus si è completamente ripreso e ora la sua salute è decisamente migliorata nel tempo.
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Ma per la donna che lo deteneva in quelle condizioni, la vicenda sembra tutt’altro che finita: sono state disposte ulteriori indagini per capire in che modo sia entrata in possesso del cane e lei stessa dovrà fornire spiegazioni convincenti per giustificare il suo operato.
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Stavano iniziando a perdere le speranze ma per fortuna lui è riuscito a scovarla: il cane Freyja ritrova una bambina dispersa nel bosco. I genitori ... Leggi tutto
L’articolo Il cane eroe Freyja che ha trovato qualcosa nel bosco: un salvataggio incredibile è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Stavano iniziando a perdere le speranze ma per fortuna lui è riuscito a scovarla: il cane Freyja ritrova una bambina dispersa nel bosco.

I genitori e tutti quelli che le volevano bene erano davvero disperati perché nessuno riusciva a capire dove potesse essere finita. Per fortuna il fiuto di questo eroe a quattro zampe ha fatto sì che la vicenda si concludesse nel migliore dei modi per tutti: il cane Freyja ritrova una bambina dispersa nel bosco. La piccola, di soli due anni, risultava dispersa da ben quattro ore: ma grazie a Freyja ora possiamo raccontare una storia a lieto fine.
Quattro lunghissime ore: questo il tempo trascorso dall’allarme dato dai genitori che non riuscivano più a trovare la loro piccola al momento del suo ritrovamento. Se possiamo raccontare questo finale è solo grazie alla forza e alla tenacia dell’eroico cane Freyja, che è riuscito col suo fiuto e il suo intuito a capire dove fosse finita la piccola.

La bambina di soli due anni era infatti dispersa nei boschi freddi e inospitali del Dorchester, nel New Hampshire negli USA. Le ore passavano e le temperature scendevano, e della piccola si era persa ogni traccia. Tutto è successo nel pomeriggio di venerdì 10 ottobre, nel pomeriggio: dopo circa un’ora angosciante di ricerche da sola, la mamma della bambina ha chiamato i soccorsi alle 16.07.
Non si trattava di una gita di famiglia, bensì di un allontanamento della piccola che, per seguire i due cani di casa oltre la recinzione della propria abitazione, si era addentrata nel bosco vicino. Dopo circa due ore dall’allarme sono state ritrovate solo le scarpe della dispersa, i cani sono rientrati a casa da soli e la disperazione era ormai al culmine. Ma per fortuna è arrivato Freyja, un Pastore tedesco di 7 anni, della squadra canina addestrata per il soccorso.
Jeremy Corson, il tecnico informatico del Massachussetts, coordinatore di cani da soccorso dal 2012 e padrone di Freyja, aveva intuito che non c’era tempo da perdere: le temperature stavano calando e una bambina di due anni, sola e infreddolita, avrebbe potuto allontanarsi in ogni direzione. Al cane è bastato annusare le scarpine della bambina per ‘memorizzare’ il suo odore e partire alla sua ricerca.

Il lavoro dei cani da ricerca e soccorso è inestimabile quanto affascinante: non si tratta solo di cani da fiuto ma di esemplari particolarmente sensibili ad ogni dettaglio. E l’operazione si prospettava tutt’altro che semplice perché oltre al buio della notte in arrivo, la vegetazione di quel bosco risultava particolarmente fitta e insidiosa.
In realtà da quando si è messo al lavoro, sono bastati due passaggi nella stessa zona, per individuare il luogo preciso dove era finita la piccola, spaventata e infreddolita. Infatti è stata la prima cosa che ha detto ai suoi soccorritori quando è stata trovata alle 19.52: aveva freddo e credeva che fosse opportuno fare un bagnetto.
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Prima di tornare a casa, la piccola è stata portata all’ospedale Dartmouth Hitchcock per tutti gli accertamenti, che hanno confermato il suo ottimo stato di salute. Inoltre da questa brutta avventura è nata un’amicizia con Freyja, che si è divertito a giocare a palla con lei.
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Continuiamo a parlare di Mariella Cimò, della sua scomparsa e dei suoi animali: la sua storia come quella di troppe donne non va dimenticata. La ... Leggi tutto
L’articolo La storia di Mariella Cimò e dei suoi amati animali non va dimenticata è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Continuiamo a parlare di Mariella Cimò, della sua scomparsa e dei suoi animali: la sua storia come quella di troppe donne non va dimenticata.

La storia di Mariella Cimò, scomparsa nel catanese nel 2011, continua a fare breccia nella coscienza di tutte le donne che continuano a lottare per veder riconosciuti i propri diritti in un’epoca in cui il tasso di femminnicidi non smette di mostrarsi in ascesa. Fin quando un cambiamento istituzionale, che possa garantire una reale prevenzione nelle scuole, sin dalla prima infanzia, non verrà messo in atto, e fin quando la formazione del personale sanitario e delle forze dell’ordine non sarà in possesso delle basi per poter proteggere le donne in situazioni di pericolo, continuare a parlare delle donne che non hanno più voce è l’unico gesto politico che ci rimane.
Era il 25 agosto 2011 quando Mariella Cimò scomparve da San Gregorio, un piccolo Comune situato a circa 4 km da Catania.

La donna di 72 anni all’epoca viveva con il marito. Mariella Cimò è stata più volte descritta come una donna autonoma e piena di vita, che abitava in una grande villa di sua proprietà nella quale, oltre a trascorrere con piacere parte delle sue giornate, soleva ospitare molti animali che frequentavano i territori immersi nel verde delle colline catanesi.
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Il suo amore per gli animali era sotto gli occhi di molte persone del posto. Che si trattasse di cani, gatti, o altri animali, per ciascuno di loro la 72enne trovava un luogo accogliente in cui poterli ospitare per brevi o lunghi periodi.
Quando non poteva occuparsi direttamente delle loro cure o di ospitarli nella sua villa, Mirella Cimò avrebbe fatto comunque tutto il possibile per aiutare gli animali che ne avevano bisogno anche da lontano, favorendo in tali frangenti le adozioni a distanza.

Gli stessi animali di cui si era presa cura con dolcezza e premura fino al giorno della sua scomparsa pare che sarebbero stati i primi a lanciare un segnale d’allarme nella notte che avrebbe preceduto la mattina del 25 agosto. Gli stessi animali che Mirella Cimò amava così tanto sarebbero via via scomparsi dall’ospitante luogo che li aveva accuditi fino a quel momento, insieme alle cucce e alle ciotole che la donna aveva posizionato all’esterno della sua abitazione.
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Per qualche ora il mondo ha trattenuto il fiato: un improvviso ricovero ha fatto temere il peggio per Brigitte Bardot. Per qualche ora si è ... Leggi tutto
L’articolo Brigitte Bardot esce dall’ospedale: “Ecco come mi sento, per favore lasciatemi la mia privacy” è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Per qualche ora il mondo ha trattenuto il fiato: un improvviso ricovero ha fatto temere il peggio per Brigitte Bardot.
Per qualche ora si è temuto il peggio. La notizia del ricovero di Brigitte Bardot ha fatto il giro del mondo in pochi minuti, riportando l’attenzione su una delle icone più amate e riservate del cinema europeo.

Fortunatamente, la paura è durata poco: BB sta bene ed è tornata a casa, nella sua Saint-Tropez, dove da anni conduce una vita lontana dai riflettori, circondata dai suoi animali e da quel silenzio che ha sempre cercato.
A 91 anni, Brigitte Bardot era stata ricoverata alla clinica Saint-Jean di Tolone per un piccolo intervento, definito dal suo entourage “lieve e perfettamente riuscito”. Nulla di grave, dunque. Ma basta pronunciare il suo nome perché l’attenzione si accenda subito, tra affetto, nostalgia e un pizzico di apprensione. Eppure lei, da sempre allergica alla spettacolarizzazione, ha chiesto soltanto una cosa: rispetto.

Il comunicato ufficiale arrivato dai suoi collaboratori è stato chiaro. Bardot “si sta riposando a casa, non risponderà a sollecitazioni e ringrazia tutti per il rispetto della sua intimità e tranquillità”.
Parole che suonano come una dichiarazione di coerenza: la diva che negli anni ’60 incendiava il grande schermo oggi difende con la stessa forza la propria privacy. È rimasta la stessa donna che ha scelto di allontanarsi dal cinema quando ha capito che non voleva essere consumata dai riflettori.
A Saint-Tropez, tra La Madrague e La Garrigue, le due ville dove vive, trascorre giornate semplici, immerse nella natura e tra gli animali che ha salvato. Cani, cavalli, asini, capre: sono loro la sua famiglia, il centro del suo mondo. Brigitte Bardot dedica tempo e risorse alla sua fondazione, che da anni si batte per la tutela degli animali e contro ogni forma di sfruttamento.
Il ricovero, secondo fonti vicine, non ha nulla a che vedere con i problemi respiratori che l’avevano colpita nel 2023. Si è trattato di una procedura di routine, e tutto è andato come previsto. Ma la sua età e la totale riservatezza che la circonda hanno inevitabilmente alimentato voci e speculazioni, che il suo staff ha voluto subito smentire.
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Ora, a casa, Brigitte Bardot si sta concedendo il tempo necessario per recuperare le forze. Chi la conosce sa che non ama la pietà, né la curiosità morbosa. Preferisce il profumo del mare al rumore delle telecamere, un cane accanto al posto delle luci dei set. È così che ha scelto di vivere, ed è così che vuole restare: libera, autentica, e finalmente in pace.
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Nel panorama della cura e del benessere degli animali domestici, trovare il toelettatore giusto è diventato un passaggio fondamentale per ogni proprietario di cane o gatto. Il servizio di toelettatura, infatti, non riguarda solo l’estetica ma anche la salute, l’igiene e il comfort dell’animale. Da questa esigenza nasce Toelettature.net: una directory italiana interamente dedicata ai [...]
L’articolo Toelettature.net – La directory italiana per trovare la toelettatura perfetta per il tuo cane o gatto proviene da Toelettatori e Toelettature.
Nel panorama della cura e del benessere degli animali domestici, trovare il toelettatore giusto è diventato un passaggio fondamentale per ogni proprietario di cane o gatto. Il servizio di toelettatura, infatti, non riguarda solo l’estetica ma anche la salute, l’igiene e il comfort dell’animale. Da questa esigenza nasce Toelettature.net: una directory italiana interamente dedicata ai professionisti della toelettatura e ai proprietari che vogliono individuare, in modo semplice e rapido, la struttura più adatta alle proprie esigenze.
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Un pericolo che nessuno (o in pochi) avevano considerato: i microbi del permafrost in scioglimento potrebbero peggiorare il riscaldamento globale. Quando si pensa al cambiamento ... Leggi tutto
L’articolo Il mondo sta per cambiare per sempre: arriva l’allarme che nessuno si aspettava è stato pubblicato nella sua versione originale su www.amoreaquattrozampe.it.
Un pericolo che nessuno (o in pochi) avevano considerato: i microbi del permafrost in scioglimento potrebbero peggiorare il riscaldamento globale.

Quando si pensa al cambiamento del clima terrestre, solitamente si pensa all’aumento di gas serra nell’atmosfera: ciò non è affatto un errore. Ma non si conoscono proprio tutti i fattori che contribuiscono alla ‘liberazione’ di questi gas, poiché si pensa principalmente alle attività dell’uomo e non a quelle legate ai microbi del permafrost in scioglimento che potrebbero peggiorare il riscaldamento globale. In che modo agiscono questi microrganismi e come è possibile tutelarsi dal peggio? Ecco qualche informazione in più.
Chiariamo innanzitutto il concetto di ‘riscaldamento globale’: conosciuto anche come ‘global warming’, indica un fenomeno che incide molto sul pianeta con diversi effetti. In climatologia sta ad indicare un cambiamento del clima terrestre, iniziato tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo e che non si è mai davvero arrestato.

L’aumento delle temperature, come dicevamo, ha effetti complessi sul pianeta, quali:
Tra le cause principali del riscaldamento globale, gran parte della ‘colpa’ è affidata all’essere umano che, con le sue attività peggiora il problema tuttora in corso. Diverse sono le azioni umane che contribuiscono a rendere la situazione più problematica, ovvero:
Tuttavia vi è una causa non direttamente collegata all’attività umana, che potrebbe peggiorare il riscaldamento globale, ovvero la ripresa dell’attività dei microbi del permafrost che si sta sciogliendo in Alaska. Il riscaldamento globale è a sua volta causa ed effetto dunque: proprio le alte temperature stanno sciogliendo i ghiacci e ciò sta riattivando i microbi, che a loro volta liberano metano e carbonio.
Dopo essere stati sepolti nel ghiaccio per ben 40mila anni, i microbi del permafrost si stanno risvegliando a causa dello scioglimento del permafrost: è questa la scoperta degli studiosi da anni impegnati nella ricerca ambientale nelle terre d’Alaska. Nelle regioni artiche infatti i microrganismi ‘scongelati’ potrebbero causare altri problemi non tanto legati allo sviluppo di malattie per l’essere umano bensì per l’emanazione di gas serra.
I geologi dell’Università del Colorado, che hanno attenzionato il Permafrost Research Tunnel, vicino Fairbanks (seconda città più grande dell’Alaska), hanno condotto delle ricerche su alcune carote risalenti al tardo Pleistocene (nota anche come ‘epoca glaciale’ appunto perle intense glaciazioni). Ciò che forse si ignora è il fatto che il Permafrost contiene più carbonio attivo di quanto sia già presente nell’atmosfera in generale come Anidride Carbonica.
I cosiddetti ‘microbi killer’ possono risultare dunque realmente dannosi perché, una volta scongelati, si nutrono di materia organica e rilasciano nell’atmosfera metano e anidride carbonica. Lo scioglimento inoltre sta procedendo abbastanza velocemente, quindi bisogna adottare al più presto delle precauzioni.
La risposta sembra ovvia ma non lo è, tanto è vero che le nuove normative UE sono state necessarie per garantire un freno al cambiamento climatico in corso. L’obiettivo è di ridurre del 55% le emissioni di gas a effetto serra entro il 2030. Ma in che modo? Tra le possibili soluzioni di sicuro rientrano:

Scopri le altre novità selezionate per te:
Già alla fine del 2017 si è raggiunto un 22% in meno di emissioni di gas rispetto al 1990, con ben 3 anni di anticipo rispetto alla data prefissata (il 2020), quindi è possibile sperare nel raggiungimento dell’obiettivo del 2030.
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