
E’ scomparso e con lui si affievolisce la speranza di salvaguardare la sua specie: è morto Mufosa, uno degli ultimi rinoceronti di Giava. La sua ... Leggi tutto
L’articolo Addio a Musofa, uno degli ultimi esemplari del rinoceronte di Giava è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
E’ scomparso e con lui si affievolisce la speranza di salvaguardare la sua specie: è morto Mufosa, uno degli ultimi rinoceronti di Giava.

La sua scomparsa non è soltanto devastante dal punto di vista morale ma per ciò che la sua fine rappresenta per l’intera specie, già a rischio estinzione da tempo: è morto Musofa, uno degli ultimi esemplari di rinoceronte di Giava. Ormai assicurare la prosecuzione della specie e la sua conservazione diventa ancora più difficile: ecco qual è l’attuale situazione e cosa si prevede per questi animali.
L’idea era quella di ‘rigenerare’ la specie, provando a creare una nuova popolazione di essi a partire da una femmina, Musofa appunto, da poco trasferita in un’area protetta. Ma purtroppo la femmina di rinoceronte di Giava, uno degli ultimi pochissimi esemplari rimasto, è deceduta, lasciando nello sconforto tutti coloro che speravano in una prosecuzione della specie.

Sul suo decesso ci sono ancora parecchie ombre e dubbi, ma di sicuro c’è che le sue conseguenze per l’intera popolazione dei rinoceronti di Giava sono durissime. L’esemplare era stato trasferito dal Parco Nazionale di Ujung Kulon in Indonesia, precisamente sull’isola di Giava, in una nuova area protetta, ricreata apposta per fornirle tutte le condizioni atte a creare una nuova popolazione.
Ma dopo pochi giorni dal trasferimento in questo luogo protetto, Musofa è stata trovata morta: il decesso pare sia stato causato da alcune lesioni interne all’animale, conseguenza probabile delle manovre degli operatori nel corso del trasferimento. Studi ed analisi successive sul cadavere del rinoceronte hanno tuttavia ipotizzato la presenza di malattie croniche preesistenti, che hanno poi causato la fine della sua vita.
I responsabili del trasferimento hanno immediatamente reso noto che le operazioni effettuate sono state effettuate nel rispetto di tutte le norme di sicurezza.
Insieme al WWF e all’International Rhino Foundation, il governo indonesiano si era fatto carico di un progetto di rinascita della popolazione del rinoceronte di Giava di cui Musofa faceva parte, che ormai conta circa 80 esemplari. L’obiettivo era quello di rifondare una nuova popolazione, ricreando un habitat con tutte le condizioni più agevoli per farlo e portandovi all’interno una femmina che avrebbe poi partorito dei cuccioli della specie.

Il trasferimento tuttavia non è mai stato privo di difficoltà o insidie: si conoscevano i rischi dello spostamento di un esemplare tanto grande e imponente come il rinoceronte Musofa, eppure non vi era altra scelta. E’ uno dei metodi più estremi , perché mettono in serio pericolo la vita degli animali trasferiti, ma lo si mette in atto quando il numero di esemplari da salvare è davvero esiguo.
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Un altro problema a cui far fronte era appunto quello di evitare che gli ultimi rinoceronti di Giava rimasti in vita fossero tutti nello stesso posto, quindi tutti esposti a pericoli, dalle insidie della natura a una epidemia. Il trasferimento di alcuni soggetti, definito ‘assicurazione biologica’, dovrebbe garantire la sopravvivenza.
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Non voleva andare via perché quella era ormai diventata la sua casa: orso ha vissuto sotto una casa ma è stato allontanato. L’aveva eletta come ... Leggi tutto
L’articolo Viveva di nascosto sotto una casa: un enorme orso ha perso la sua dimora è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Non voleva andare via perché quella era ormai diventata la sua casa: orso ha vissuto sotto una casa ma è stato allontanato.

L’aveva eletta come casa sua, si trovava bene, al riparo dal freddo ma soprattutto si sentiva perfettamente a suo agio: peccato che la sua tana fosse in realtà una casa abitata. Questa è la storia di un enorme orso che ha vissuto sotto una casa in California ma è stato costretto a sfrattare dopo quasi un mese di ‘residenza’. Non era il primo tentativo ma gli altri erano tutti falliti, così è stato costretto ad andare via.
Era il suo rifugio perfetto, una tana grande abbastanza per contenerlo in tutta la sua (enorme) mole: si tratta di un orso maschio che ha vissuto sotto una casa abitata da umani in California e che è stato costretto, dopo vari e vani tentativi, a lasciarla. Eppure per il proprietario, Ken Jhonson, non doveva essere del tutto ‘normale’ calpestare il pavimento sotto il quale viveva questa gigantesca creatura di circa 250 kg.

Infatti proprio a causa della sua stazza, l’orso ha provocato non pochi danni per cercare di farsi spazio nell’intercapedine tra suolo e pavimento, soprattutto all’impianto di riscaldamento e a quello del gas. Infatti lo stesso Johnson ha chiuso il condotto del gas per evitare che i danni potessero provocare una fuoriuscita.
Insomma una convivenza difficile, che non poteva durare a lungo: i padroni di casa avevano allertato la squadra dell’ente pubblico California Department of Fish and Wildlife, che si occupa della fauna selvatica. Con l’ausilio di un fucile da paintball, hanno convinto l’orso a sloggiare. Ma da quanto tempo era lì? Il proprietario della dimora aveva notato la sua presenza fin da novembre nello spazio angusto (ma non per l’orso) tra il terreno e il pavimento.
Non era la prima volta che il bizzarro inquilino provava ad abitare le case della zona: ci aveva già provato anni prima e si era poi spostato di alcuni km: d’altra parte non era affatto un capriccio dell’animale, quello di trovare un nuovo habitat. Infatti dall’incendio che ha devastato le foreste di Los Angeles e Altadena, diversi esemplari di orso nero si sono adattati a nuove abitazioni.
Sebbene si tratti di una specie non aggressiva, la sua presenza ‘sotto al pavimento’ ha creato il panico tra i residenti e in particolare ovviamente nel padrone di casa, che è arrivato a denunciare l’ente contattato per inadempienza. Solo grazie a Bear Legue, l’organizzazione no profit, e di due suoi componenti; Scott e Dave, è stato possibile sfrattarlo.
L’esperto Scott della Bear League si è infilato nello stretto spazio abitato dall’orso, si è posto alle sue spalle, e ha iniziato a ‘convincerlo’ spingendolo ad uscire fuori dalla sua improvvisata tana. Dopo aver costretto l’orso nero ad allontanarsi, la stessa organizzazione ha fornito un tappetino elettrico al proprietario per evitare che altri intrusi potessero ‘infilarsi’ nel medesimo spazio.

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Infatti è buona norma sigillare gli spazi e utilizzare tutti i mezzi per scoraggiare gli orsi della zona, alla ricerca di nuovi habitat, ad entrare sotto le case altrui. Sulla pagina Instagram della Bear League inoltre viene fornito il numero di telefono da contattare in caso di assistenza, qualora si riscontrasse la presenza di un orso negli spazi delle proprie abitazioni.
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Come un angelo custode gli ha salvato la vita: cane rischia di affogare in mare ma uno sconosciuto lo porta sano e salvo a riva. ... Leggi tutto
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Come un angelo custode gli ha salvato la vita: cane rischia di affogare in mare ma uno sconosciuto lo porta sano e salvo a riva.

Una tranquilla mattinata al mare si sarebbe potuta concludere in tragedia se un angelo custode non avesse cambiato completamente la sorte del protagonista a quattro zampe. In Argentina, un cane rischia di affogare in mare ma uno sconosciuto lo salva e lo porta a riva sano e salvo, tra le lodi e i ringraziamenti della famiglia del cucciolo: ecco come si sono svolti i fatti.
Solitamente i cani ne vanno matti ma il mare può nascondere tante insidie, non a caso si invitano sempre i padroni a fare attenzione ai pericoli da non sottovalutare con un cane al mare. La sera prima le acque si erano agitate e il giorno successivo il mare non era ancora calmo: tuttavia il cane, protagonista della storia, vi si era tuffato ma ben presto ci si era resi conto che aveva grosse difficoltà a tornare a riva.

Siamo a Mar De Plata, in Argentina, quando nelle prime ore del mattino un magnifico esemplare di Golden Retriever si ritrova a lottare per la sua stessa vita tra le onde. In quella fascia oraria mattutina la spiaggia non è solitamente molto frequentata e anche il servizio bagnini non è attivo. Ma per fortuna alcune persone in spiaggia e i proprietari con le loro urla e richieste di aiuto hanno attirato l’attenzione di un uomo, Javier, che era di passaggio. Quest’ultimo non ha esitato a tuffarsi in mare per cercare di recuperare il quattro zampe in difficoltà.
Da qui la storia ha subito, per fortuna, una svolta positiva: l’uomo si è trasformato nell’eroe che ha tratto in salvo il cane, che provava a restare fuori dall’acqua con la testa ma che veniva risucchiato dalla corrente e dalle onde.
Quell’uomo che era di passaggio in spiaggia, abituato ad allenarsi per il suo lavoro da bagnino ogni giorno, è diventato un eroe: si è immediatamente precipitato in mare e, vestito, si è lanciato alla volta del cane. Lo ha raggiunto dopo poco e lo ha afferrato non con poche difficoltà: per fortuna i due sono riusciti a raggiungere il bagnasciuga tra le lodi e i ringraziamenti dei padroni.

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Come Javier stesso ha raccontato al programma televisivo locale ”Teleocho Informa”, la sua preoccupazione successiva al salvataggio è stata quella di essere completamente bagnato e di non avere il tempo necessario per cambiarsi per attaccare il suo turno di lavoro come medico. Da una ripresa video recuperata della scena, pare vedersi lo stesso Javier ammonire la padrona del cane, che non doveva stare in acqua da solo con un mare tanto agitato.
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Non si arrenderà fino a quando non riusciranno a trovarlo: il cane Pirat torna sul Gran Sasso per cercare il padrone scomparso. Non si hanno ... Leggi tutto
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Non si arrenderà fino a quando non riusciranno a trovarlo: il cane Pirat torna sul Gran Sasso per cercare il padrone scomparso.

Non si hanno notizie di lui da quasi un mese: era il 19 novembre quando Karol Brozek si è avventurato sul massiccio montuoso dell’Appennino. Di kui si è persa ogni traccia ma non ancora la speranza da parte dei famigliari e non solo: il suo cane Pirat infatti torna sul Gran Sasso a cercare il padrone scomparso. Dopo essere stato a sua volta ritrovato, il quattro zampe è tornato sul luogo della sparizione del suo amato umano per individuare qualche traccia utile, ma per ora ogni tentativo è stato vano.
Appassionato di montagna e di cani, il 44enne escursionista polacco Karol Brozek aveva deciso di avventurarsi sulle alture del Gran Sasso in compagnia dei suoi due fedelissimi quattro zampe, Pirat e Kraken. Immagini delle videocamere dell’Osservatorio di Campo Imperatore hanno immortalato i tre in alcuni tratti del paesaggio.

Ma dopo quelle immagini il vuoto: si è persa ogni traccia del gruppetto. Ore di angoscia per la famiglia del turista polacco, che sono state squarciate da un velo di speranza con il ritrovamento nelle scorse ore di Pirat, uno dei due cani nei pressi del rifugio Le Fontari. Le sue condizioni erano preoccupanti poiché, oltre a segni di denutrizione e disidratazione, il cane presentava anche chiare ferite dovute alla caduta (denti spezzati, ferite ed escoriazioni a muso e zampe).
La sorella di Karol Brozec, Diana, arrivata immediatamente dalla Polonia per seguire le ricerche legate alla scomparsa del fratello, ha preso momentaneamente in custodia anche il suo cane ritrovato. Ma nelle ultime ore l’ennesimo colpo di scena: d’accordo con i soccorritori sul posto, si è deciso di lasciare Pirat libero di tornare spontaneamente sul luogo della scomparsa, in modo da fargli fiutare la zona alla ricerca di indizi utili.
Purtroppo anche il tentativo di Pirat alla ricerca del suo fratello a quattro zampe e dell’amato padrone sembra non aver portato risultati convincenti: si confidava molto nel ritorno del cane a Campo Imperatore, la stessa area dove era stato parcheggiato il camper di Karol Brozek. Le operazioni di ricerca sono tuttora coordinate dalla Prefettura dell’Aquila, che ha promosso un nuovo vertice per valutare lo stato attuale delle ricerche.

Sebbene non sia stata ancora trovata alcuna traccia del disperso, il ritrovamento del cane Pirat vivo ha acceso una nuova luce di speranza sull’intera vicenda. L’intervento del cane nella zona già controllata e setacciata dai ricercatori non è stata strutturata come un vero e proprio intervento di unità cinofila ma si è dato ampio spazio e libertà al fiuto e all’istinto del cane, libero di aggirarsi dove preferiva e annusare porzioni del luogo interessato.
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Purtroppo non sono stati trovati né elementi né piste plausibili da seguire per un eventuale altra ricerca: è probabile anche che le condizioni meteo avverse in questo periodo abbiano cancellato le tracce preesistenti. Seppur non fruttuoso, il tentativo di Pirat rappresenta ancora un faro di speranza per la famiglia di Brozek, che non smette di sperare di poter ritrovare vivo l’uomo.
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Sono tra le preferite perché sono davvero molto divertenti: tutte le foto finaliste del Nikon Comedy Wildlife Awards. E’ un concorso a cui partecipano tutte ... Leggi tutto
L’articolo Le foto divertenti finaliste del Nikon Comedy Wildlife Awards è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Sono tra le preferite perché sono davvero molto divertenti: tutte le foto finaliste del Nikon Comedy Wildlife Awards.

E’ un concorso a cui partecipano tutte le immagini più divertenti che si riescono a ‘immortalare’ in natura e ora che siamo ormai nella fase finale solo le migliori sono arrivate ad ambire il primo posto. Ecco dunque tutte le foto finaliste del Nikon Comedy Wildlife Awards e cosa c’è di particolare in ciascuna di esse: ti piaceranno tutte, ne siamo certi!
La collaborazione tra Nikon, la multinazionale giapponese specializzata nella fotografia, e The Comedy Wildlife, il celebre concorso fotografico che seleziona le immagini più divertenti e comiche che vedono come protagonisti animali selvatici, è nato il concorso arrivato ormai alla fase finale. Solo le immagini più divertenti possono ambire al primo posto.
Il regno animale offre numerosi spunti esilaranti, scatti che immortalano animali in pose inusuali e molto particolari, degni di un film d’animazione della Disney. Anche rispetto a quelle dello scorso anno, le fotografie del concorso 2025 non deluderanno le aspettative: selezionate dal responsabile e General Manager Marketing di Nikon Europe, Stefan Maier, gli scatti sono suddivisi per categoria.
Non solo si classificano per specie animali, e dunque mammiferi, uccelli, pesci e così via, ma anche la People’s Choice Award, dove chiunque può votare il suo preferito. Il concorso è aperto a tutti (dilettanti, junior, professionisti e under 25) con partecipazione gratuita e premi molto allettanti, ovvero: un safari in Kenya, trofei artigianali e attrezzature Nikon.
Resistere sarà impossibile: sono davvero gli animali immortalati nelle pose più incredibili a suscitare un sicuro sorriso. Iniziamo la lunga carrellata di immagini con quella vincitrice. Si tratta della foto di un gorilla che sembra esibirsi in un balletto, intitolata ‘High Five’ e scattata da Mark Meth-Cohn.

La foto delle due rane, impegnate in una sorta di lotta acquatica, è stata ironicamente intitolata: ”Baptism of the Unwilling Convert” ovvero ”Battesimo del convertito riluttante”, il cui autore è Grayson Bell.

E che ne dite di tre volpi che si sfidano a colpi di breakdance? L’immagine ha vinto nella categoria giovani under 25 e la sua autorice, la tedesca Paula Rustemeier, l’ha chiamata ‘Hit the Dance Floor- Foxes in a Breakdance Battle”.

Tra quelle che non sono arrivate al primo posto ma che sono indubbiamente degne di nota, vi è sicuramente quella dell’orango di Michael Stavrakakis, che pare prossimo ad esibirsi in una pole dance, dal titolo ”Paint me like your Forest Girl”.
Il divertentissimo protagonista che si lecca le dita, sembra essere la mascotte perfetta per la nota marca di patatine, tanto che il titolo scelto dall’autrice della foto, Liliana Luca, è proprio: ”Fonzies Advertising”.

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Uno scoiattolo volante? C’è chi è riuscito a immortalarne uno: si tratta di Stefan Cruysberghs e la sua ”Squirrel Airborne Surrender Mode”.
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Erano tantissimi tenuti in uno spazio strettissimo e senza possibilità di muoversi: cani da combattimento rinchiusi in barili di plastica. Quando li hanno trovati in ... Leggi tutto
L’articolo Cani da combattimento rinchiusi in barili di plastica: erano ben 80, un numero impressionante è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Erano tantissimi tenuti in uno spazio strettissimo e senza possibilità di muoversi: cani da combattimento rinchiusi in barili di plastica.

Quando li hanno trovati in quei contenitori, non riuscivano a credere ai loro occhi: ben 80 esemplari di cani da combattimento erano rinchiusi in barili di plastica oppure legati alla catena. Probabilmente erano finiti in un giro di combattimenti canini illegali, sui quali si sta tuttora indagando. Ora che sono stati salvati sarà necessario per loro, già vittime di sfruttamento nelle lotte clandestine, anche un percorso di recupero per altri tipi di maltrattamento.
Nella terra del sole e del mare degli USA, in Florida, si consumava un orrore silenzioso che vedeva come ‘vittime’ e protagonisti dei cani da combattimento, costretti non solo a subire il logorante e traumatico giro di lotte clandestine ma tenuti anche in condizioni disumane. Ben 80 esemplari infatti, considerati facenti parte delle razze di cani da combattimento più diffuse, erano tenuti legati alla catena o rinchiusi in barili di plastica.

Tali contenitori erano appena sufficienti a contenere il corpo del cane per intero, senza dargli alcuna possibilità di movimento: così sono stati ritrovati (e liberati) dalle autorità che si sono presentate nella proprietà delle contee di Clay e Union, il 10 dicembre scorso mattina. Alcuni di essi erano anche dei cuccioli, traumatizzati per il trattamento fino ad allora ricevuto: quando ci si chiede se gli ex cani da combattimento sono pericolosi, bisognerebbe conoscerne anche la storia vissuta. Le loro sofferenze e il dolore provati possono essere letti nei loro sguardi tristi e malinconici.
Lo sceriffo della Contea di Clay e Union, Brad Whitehead, ha sollecitato l’intervento dei volontari della Humane Society International e Humane Society of United States, che prontamente si sono presentati nella riserva degli orrori. Qui i cani, adulti e cuccioli, erano riparati dal freddo solo grazie a quei contenitori in plastica che lasciavano scoperta la loro testa.

Altri erano invece tenuti fermi e con una minima possibilità di movimento legati da catene pesantissime, in condizioni igieniche terribili: probabilmente lo spazio in cui erano non veniva mai ripulito da escrementi e tracce di urina, rilasciati dagli stessi cani che erano costretti a vivere in quell’orrore. L’immagine più triste e straziante era probabilmente quella di due cuccioli, che piangevano perché allontanati dalla propria madre.
Oltre ad essere stati trovati in circostanze invivibili, molti esemplari riportavano sul corpo delle cicatrici e altri chiari segni frutti di anni di combattimento illegali (addirittura uno di essi pareva aver perso una zampa in circostanze simili). Per fortuna il loro incubo è finito ma sono ancora tanti i giri di combattimenti illegali che segneranno per sempre la vita di queste povere vittime dell’uomo.
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Le autorità locali e i volontari delle società citate hanno omaggiato l’una il lavoro dell’altro, ma soprattutto hanno sottolineato l’importanza delle segnalazioni per aiutare e salvare i cani che ancora possono essere recuperati da circostanze simili.
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Quando il pericolo è arrivato armato, Max non ha esitato: si è lanciato in avanti per proteggere il suo amatissimo umano. Era una giornata normale ... Leggi tutto
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Quando il pericolo è arrivato armato, Max non ha esitato: si è lanciato in avanti per proteggere il suo amatissimo umano.
Era una giornata normale a Garibaldi, in Brasile. Osmar Persico, 47 anni, stava parcheggiando il suo camion vicino a un campo che Max conosceva bene. Un posto familiare, tranquillo, nulla faceva pensare che di lì a pochi istanti tutto sarebbe cambiato.

Due uomini armati si sono avvicinati chiedendo le chiavi del veicolo. Una rapina improvvisa, di quelle che non lasciano spazio al ragionamento. Osmar ha reagito d’istinto, opponendo resistenza. È bastato quello perché la situazione degenerasse. I rapinatori hanno estratto una pistola e hanno sparato.
Uno dei rapinatori ha aperto il fuoco. Un colpo ha sfiorato la fronte di Osmar, ferendolo di striscio. Sangue, confusione, paura. In quell’attimo che è sembrato durare un’eternità, mentre tutto sembrava perduto, è successo qualcosa che nessuno aveva previsto. Max ha visto il sangue del suo padrone e ha agito.

Max si è lanciato contro i rapinatori senza esitazione. Non ha abbaiato per spaventare, non è rimasto indietro, anzi è partito come un razzo. Uno dei due uomini è fuggito immediatamente. L’altro è stato affrontato da Max, che lo ha bloccato e messo in difficoltà. Per liberarsi, il rapinatore ha sparato ancora. Questa volta contro il cane.
Due proiettili hanno colpito Max al petto, un terzo alla gamba. Ma anche ferito, Max non ha mollato subito. Il tempo necessario perché l’aggressore scappasse, il tempo che ha salvato la vita a Osmar.
Quando tutto è finito, Osmar ha capito cosa era appena successo. Max era a terra, ferito gravemente. Senza perdere un secondo, lo ha caricato e portato di corsa dal veterinario locale.
Max era stato adottato tre anni prima. Non era un cane da guardia addestrato, non era stato cresciuto per attaccare. Era semplicemente un cane di famiglia. Contro ogni paura, Max è sopravvissuto. I veterinari hanno confermato che, nonostante la gravità delle ferite, sarebbe guarito completamente.
Osmar non ha mai avuto dubbi sul chiamarlo “eroe”: “Se non avessi avuto il mio cane con me, mi avrebbero ucciso”, ha raccontato ai giornali brasiliani. “Max mi ha salvato la vita. È il mio eroe.”
Parole semplici, senza retorica. Quelle che si dicono quando ci si rende conto di essere ancora vivi solo grazie a qualcuno che ha scelto di mettersi davanti al pericolo. Quella di Max non è solo una storia di coraggio, è una storia di amore, di istinto, di quella fedeltà silenziosa che spesso diamo per scontata. Max non ha pensato al rischio, ha visto il suo umano in pericolo e ha deciso che, se c’era una pallottola da fermare, l’avrebbe fermata lui. E in quel gesto c’è tutto ciò che rende i cani molto più che semplici animali.
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Paolo viveva solo con il suo cane Tobia. Quando è morto all’improvviso, nessuno se n’è accorto per giorni, e Tobia non lo ha mai lasciato. ... Leggi tutto
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Paolo viveva solo con il suo cane Tobia. Quando è morto all’improvviso, nessuno se n’è accorto per giorni, e Tobia non lo ha mai lasciato.
A Meana di Susa, lungo una strada che sale verso il Colle delle Finestre, c’è una casa isolata. Lì viveva Paolo, 51 anni, con il suo cane Tobia. Una vita appartata, poche frequentazioni, abitudini semplici. Poi, all’improvviso, il silenzio, giorni senza risposte al telefono, messaggi rimasti senza replica. Un’assenza che ha iniziato a creare preoccupazione.

È stata la sorella, che vive in un’altra città, a sentire che qualcosa non andava. Quel silenzio prolungato era da Paolo e così ha chiamato i soccorsi.
Quando i carabinieri e i sanitari hanno aperto la porta, la scena che si sono trovati davanti ha lasciato tutti sgomenti: Paolo era a terra, accanto a lui, Tobia. Erano morti entrambi.
Non c’erano segni di violenza, né indizi di intrusioni. Solo una stanza chiusa, il tempo che si era fermato e due corpi vicini, come se uno avesse scelto di non allontanarsi dall’altro.

Secondo le prime ricostruzioni, Paolo sarebbe morto per cause naturali. L’ipotesi più accreditata è un infarto fulminante. Una fine improvvisa, che non lascia il tempo di capire cosa stia succedendo.
Sul corpo dell’uomo, il medico legale ha rilevato segni compatibili con morsi. Non aggressività, ma tentativi del suo cane di destarlo. Tobia avrebbe cercato di svegliare il suo umano, più volte. Come fanno i cani quando qualcosa non torna, come fanno quando non capiscono, ma sentono che c’è un problema.
Ci si chiede quanto tempo sia passato. Ore? Giorni? In quella casa isolata, senza nessuno che entrasse, Tobia è rimasto lì. Senza acqua, senza cibo, senza il suo umano. Tobia è morto di fame e di sete. Non se n’è andato, non ha cercato una via di fuga, ma ha aspettato ed è rimasto accanto a Paolo fino a quando il suo corpo stanco non ha ceduto.
Una fine che fa male anche solo a immaginarla. Perché ci parla una fedeltà assoluta, ma anche una solitudine che nessuno aveva intercettato in tempo. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Compagnia di Susa, il medico legale e i sanitari del 118. Il corpo di Tobia è stato affidato ai veterinari dell’Asl To3 per gli accertamenti di competenza.
L’indagine non cerca colpevoli, ma cerca solo di ricostruire la sequenza di eventi che hanno messo fine alla vita di Paolo e del suo amato cane. E noi, non possiamo far altro che rivolgere a loro un pensiero colmo di affetto, con la speranza che ora siano di nuovo insieme, felici e circondati dall’amore.
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Incastrato lì dove nessuno avrebbe mai potuto trovarlo, ma era ancora vivo: la storia del cane scomparso Gertie che si era incastrato tra due muri. ... Leggi tutto
L’articolo L’hanno trovato nel muro dopo giorni: la storia di Gertie poteva finire diversamente è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Incastrato lì dove nessuno avrebbe mai potuto trovarlo, ma era ancora vivo: la storia del cane scomparso Gertie che si era incastrato tra due muri.

Certo disavventure così inaspettate e improvvise potrebbero davvero cambiare il corso della vita e finire in peggio: è questa la storia di Gertie, il cane scomparso da giorni che è stato ritrovato vivo incastrato tra due muri. Una situazione che avrebbe potuto decretarne la morte e che sarebbe dunque potuta finire in tragedia per lui e per la sua adorata padrona: ecco come si sono svolti i fatti.
Siamo in Ohio, Stati Uniti, e più precisamente a Cincinnati: è qui che vivono Gertie, un esemplare di meticcio di Terrier dunque un cane da caccia bianco, e la sua adorata padrona Connie Frick. Era proprio con lei quando, nel corso di quella che sembrava una passeggiata nel bosco vicino casa come tante altre, il quattro zampe decide di scappare e allontanarsi dalla donna.

Complice la fitta vegetazione, il cane sembrava essersi dissolto nel nulla e nessuno riusciva a trovare le tracce del suo veloce passaggio: l’allarme è stato dato immediatamente ma, nonostante la preoccupazione, il volantinaggio e le informazioni richieste a voce in strada da parte della famiglia, di Gertie nemmeno l’ombra.
Nessuno lo aveva visto, nessuno aveva assistito alla sua folle corsa tra gli alberi: il tempo cominciava a scorrere veloce, ben 5 giorni vissuti nell’angoscia e nella speranza di ritrovarlo vivo seppur stanco e debilitato. Solo dopo giorni che la notizia si era ormai sparsa in tutto il quartiere, arriva una telefonata che offriva un barlume di speranza: un uomo avverte di sentire dei guaiti provenienti dal muro del suo garage.
Per fortuna il signore non si era sbagliato: erano proprio i guaiti di un cane quelli che aveva sentito provenire dal suo garage: un suono non continuo ma che sembrava disperato, una richiesta di aiuto. L’uomo si è dunque deciso a chiamare i soccorsi che, sopraggiunti sul posto, non riuscivano a credere ai propri occhi.
La squadra di vigili del fuoco che è arrivata a casa del proprietario si è ritrovata letteralmente davanti a un muro: il suono proveniva da lì e l’unica soluzione era quella di abbatterlo. Il cane Gertie era rimasto incastrato tra due muri dello stesso garage e ora stava chiedendo a gran voce di essere liberato.
Era lì da giorni senza acqua né cibo e andava liberato al più presto, prima che le forze lo abbandonassero del tutto: la squadra si è messa subito al lavoro e con un pesante martello ha iniziato a creare un foro sempre più largo nel muro del garage. Appena ha visto la luce dell’esterno, il cane scomparso ha messo fuori il suo dolce musetto e via via tutto il corpo è stato liberato dai mattoni.
La gioia di rivederlo vivo e tutto sommato in buone condizioni, seppur stanco e debilitato, ha suscitato una gioia generale: la stessa Connie, avvertita del ritrovamento, si è immediatamente precipitata sul posto per poter riabbracciare la sua Gertie. Da una testimonianza rilasciata al canale Inside Edition sono apparsi immediatamente chiari la sua gioia e il suo sollievo.
Ora che il cane è stato ritrovato, sarà compito di Connie rispondere ai danni che sono stati provocati (poiché tra i doveri del padrone del canec’è ovviamente la responsabilità delle sue azioni a danno di terzi, come in questo caso): la cifra per ricostruire il muro ammonta a circa 1000 dollari. Ma come si è finito lì?

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Proprio per trovare una sorta di riparo dal bosco, Gertie si è infilato letteralmente nello spazio stretto tra i due muri del garage, rimanendone intrappolato. Il luogo non era molto frequentato e giustamente era difficile per tutti immaginare che qualcosa o qualcuno potesse restare incastrato lì dentro e per ben 5 lunghi giorni.
La tempistica dell’allarme dato e la collaborazione di tutti, dal padrone del garage ai vigili del fuoco, ha fatto sì che di questa storia si potese raccontare un finale diverso e decisamente più lieto.
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Johnny non è più un randagio ma un cane chierichetto, adottato da un prete che gli ha cambiato dato una casa, cure e affetto. Chi ... Leggi tutto
L’articolo Johnny, il cane chierichetto: adottato da un prete che gli ha cambiato la vita è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Johnny non è più un randagio ma un cane chierichetto, adottato da un prete che gli ha cambiato dato una casa, cure e affetto.
Chi frequenta la parrocchia di Santa Ana e São Joaquim, a Barretos, nello stato di San Paolo, non si stupisce più. Durante la messa, accanto all’altare, c’è Johnny.

Sta seduto, osserva, ogni tanto si sdraia. Calmo, rispettoso, come se sapesse perfettamente dove si trova. Non è un bambino del catechismo, non indossa una tunica per gioco: Johnny è un cane, e ormai per tutti è parte della comunità.
La sua presenza non disturba, anzi. È diventata così naturale che i fedeli quasi non la notano più, se non quando qualcuno sorride vedendolo lì, composto, durante la celebrazione.
Johnny è un Foxhound americano. Tre anni fa vagava davanti alla chiesa. Era solo, provato, con addosso segni evidenti di maltrattamenti e problemi di salute importanti: un soffio al cuore, disturbi intestinali, il corpo coperto di zecche. Padre Luiz Paulo Soares lo ha notato come nota spesso i cani randagi. Aveva del cibo in macchina, come fa sempre.

Quel giorno, però, è successo qualcosa di diverso. Appena la portiera si è aperta, Johnny è saltato dentro. Senza esitazioni. Come se avesse già deciso.
Da lì l’adozione è stata quasi inevitabile. Cure, attenzioni, tempo e soprattutto una nuova routine, fatta di presenza e fiducia.
All’inizio Johnny rimaneva in cortile, ma Padre Luiz si è accorto subito che non era sereno. Non amava stare da solo. Così ha iniziato a portarlo con sé anche in chiesa. Una scelta semplice, fatta più col cuore che con un piano preciso.
Col tempo, Johnny ha imparato tutto da solo. Il suono delle campane, il movimento delle persone, anche l’orario delle celebrazioni. Quando sente che qualcosa sta per iniziare, arriva. Tutti i giorni, entra, si sistema e si mette lì come se fosse anche lui un fedele.
Non vaga tra i banchi, non chiede attenzioni durante la messa. Sa quando è il momento di stare fermo. E questo ha colpito tutti.
Durante la celebrazione, Johnny si siede vicino all’altare. Sempre nello stesso punto, tranquillo, educato. È lì che qualcuno ha iniziato a scherzare, chiamandolo “il chierichetto a quattro zampe”.
Per gioco, gli hanno anche fatto un piccolo vestito. Niente di forzato, niente di spettacolare. Solo un segno affettuoso di appartenenza. Padre Luiz lo racconta sorridendo, senza enfasi, come si fa con le cose che diventano normali senza che te ne accorga.
Johnny partecipa a tutto. Messe, processioni, matrimoni, battesimi. A volte si affaccia persino nella sala delle confessioni. È accolto ovunque, da grandi e piccoli. I bambini lo cercano, gli adulti lo salutano.
Da quando è arrivato, la chiesa è diventata anche il suo rifugio. Non perché qualcuno glielo abbia imposto, ma perché lui l’ha scelta. Ed è forse questo il dettaglio più bello: Johnny non è lì per essere visto, ma perché si sente a casa.
L’articolo Johnny, il cane chierichetto: adottato da un prete che gli ha cambiato la vita è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Benson era stato scartato perché anziano, lei perché troppo fragile: si sono scelti senza spiegazioni, trasformando la solitudine in amore. Quando Benson, 14 anni, è ... Leggi tutto
L’articolo Benson, il cane “troppo vecchio” che ha trovato casa nel cuore di una donna di 90 anni è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Benson era stato scartato perché anziano, lei perché troppo fragile: si sono scelti senza spiegazioni, trasformando la solitudine in amore.
Quando Benson, 14 anni, è arrivato in rifugio, non c’erano molte aspettative. La famiglia che lo aveva cresciuto per tutta la vita aveva chiesto la soppressione. Il motivo era semplicemente crudele: “È troppo vecchio”. Come se l’età, da sola, bastasse a togliere valore a una vita.

Gli operatori del rifugio si sono rifiutati. Hanno guardato Benson e non hanno visto un cane da “lasciar andare”, ma uno sguardo presente, una dolcezza ostinata, una voglia di continuare a vivere. Il suo corpo era stanco ovviamente, ma non spento. Così Benson è rimasto lì, nel box, ad osservare persone passare senza fermarsi. Perché un cane anziano non è quasi mai una scelta che fanno gli adottanti. Eppure qualcuno ha deciso di dargli una possibilità, una nuova famiglia.
La storia di Benson è arrivata alle orecchie giuste, ad una donna di 90 anni. Un’età che, per molti, significa rinunciare a tutti. Le persone intorno a lei erano scettiche: adottare un cane a quell’età sembrava un errore. Troppa fatica, troppe responsabilità, troppo poco tempo. Lei non ha ascoltato nessuno. Ha chiesto di incontrare Benson.

Quando è entrata nel rifugio, non è successo nulla di eclatante. Niente salti, niente feste. Benson si è avvicinato piano, con il passo lento di chi conosce il peso degli anni, e ha appoggiato la testa sul suo petto. Come se fosse casa, come se si fossero sempre aspettati.
In quel gesto c’era tutto, nessuna esitazione, nessuna paura. Benson e la sua anziana adottante si sono riconosciuti subito, si sono amati immediatamente.
Oggi Benson vive con lei, la segue ovunque, ma sempre senza fretta. Dorme accanto al suo letto, indossa maglioncini per tenersi caldo, esce per passeggiate brevi ma comunque soddisfacenti. La casa è diventata un luogo fatto di tranquillità, abitudini lente e tanta tenerezza. Non c’è l’ansia del futuro, nessuna promessa lunga anni, solo il presente, vissuto insieme.
Molti dicono che sia stata lei a salvare Benson, togliendolo da un destino già scritto. Ma chi li osserva capisce subito che non è tutta la verità. Benson ha salvato anche lei. Dalla solitudine, dai giorni tutti uguali, dal silenzio che pesa quando si è soli troppo a lungo.
Questa non è una storia “triste”, è una storia onesta, imperfetta, umana, ma con un lieto fine che fa commuovere. Benson non era troppo vecchio per amare e lei non era troppo anziana per accogliere un cane.
Insieme stanno vivendo un ultimo capitolo delle loro vite che non parla di fine, ma di presenza, di carezze delicate e passeggiate lente, di compagnia e affetto profondo. Perché l’amore, quando arriva, non chiede quanti anni hai, chiede solo se sei disposto a restare.
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Sapeva di doverla salutare ma voleva che l’ultimo giorno del suo cane fosse indimenticabile: il dolce addio di Holly a Indy. Dire addio al nostro ... Leggi tutto
L’articolo Un ultimo giorno insieme: Holly dice addio al suo cane con una giornata speciale è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Sapeva di doverla salutare ma voleva che l’ultimo giorno del suo cane fosse indimenticabile: il dolce addio di Holly a Indy.

Dire addio al nostro amato quattro zampe è uno dei momenti più difficili nella vita di un padrone e, di certo, lo è ancora di più quando è lui stesso costretto a prendere questa decisione per il bene dell’amato. Ed è purtroppo simile a quella di tante altre, la storia di Holly, padrona di Indy, che ha deciso che l’ultimo giorno del suo cane dovesse essere indimenticabile per entrambi: ecco cosa ha fatto per lui.
Da quando Indy, un esemplare dolcissimo di bulldog francese, era entrato nella vita di Holly Sheddan insieme con l’altro quattro zampe di casa hanno formato una grande famiglia. Poi si sa che nel corso dei giorni la routine, la vita e gli impegni di tutti i giorni ti portano spesso a perdere di vista il trascorrere del tempo.

Così quando per Indy è arrivata la terribile notizia, la diagnosi di tumore al cervello canino, il tempo pareva essersi fermato. E più la malattia progrediva, più Holly vedeva la sua dolce Indy soffrire per una condizione che le stava togliendo serenità e dignità. Come spesso in questi casi accade, la padrona è stata costretta a prendere la decisione più difficile per il suo quattro zampe, ovvero quella di porre fine alle sue sofferenze.
Sebbene in questi frequenti casi di malattie terminali bisogna praticare l’eutanasia al cane, poiché non solo si tratta di una scelta legalmente riconosciuta ma addirittura consigliata dai medici stessi, non è mai facile prenderla. Sia Holly sia Indy però avevano capito che un fatidico ultimo giorno sarebbe arrivato per loro e per la famiglia, quindi hanno deciso di ‘dirsi addio’ in maniera memorabile per tutti.
L’avrebbe salutata e lo avrebbe fatto nel migliore dei modi perché Indy meritava questo gesto: ed è così che Holly Sheddan ha deciso di ‘fermare’ il suo e il loro tempo insieme almeno per la loro ultima giornata da cane e padrona. Non solo ha consentito al suo goloso quattro zampe di gustare ogni cibo assolutamente vietato nell’alimentazione di un cane ma gli ha anche fatto assaporare il gusto della libertà con altre esperienze.

Poi ha consentito ai suoi due pelosetti di stendersi sul letto con lei per guardare i film d’animazione Disney che tanto adoravano, raccogliendo dolcissimi ricordi e momenti di pura tenerezza intima e familiare.
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Lo ha portato al mare e sulla spiaggia Indy e il suo altro fratellino a quattro zampe hanno potuto correre e giocare liberamente, respirando la salsedine e giocando con la sabbia. Probabilmente tutte queste attività venivano ‘rimandate’ nel corso della settimana, poiché non c’è mai tempo per farle. Eppure Holly ha deciso così di dire addio a Indy, un addio indimenticabile e sincero, fatto di libertà e di puro amore.
La storia di Indy è diventata immediatamente virale sui social grazie ai video condivisi da Holly, che ha voluto far conoscere la resilienza e il coraggio della sua quattro zampe. Ora non le restano che i ricordi della loro vita insieme e saranno quelli, si spera, a rendere meno dolorosa la perdita.
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Per trentatré anni ha girato in tondo dentro una vasca, lontana dall’oceano. Kshamenk non era solo un’orca, ma una ferita che fa male. Per qualcuno ... Leggi tutto
L’articolo Morta l’orca più sola del mondo: la tristissima storia di Kshamenk è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Per trentatré anni ha girato in tondo dentro una vasca, lontana dall’oceano. Kshamenk non era solo un’orca, ma una ferita che fa male.
Per qualcuno era solo un nome difficile da ricordare, per altri invece Kshamenk era diventata un simbolo di sofferenza.

Un’orca che non ha mai più visto il mare, che non ha mai potuto nuotare, che ha passato la vita girando in tondo dentro una vasca. Domenica 14 dicembre se n’è andata per sempre, dopo 33 anni di cattività, per un arresto cardiaco. E con lei se ne va una storia che fa ancora male raccontare.
Kshamenk era un’orca maschio, nata libera nell’Atlantico meridionale. Non era figlia di un acquario, non era cresciuta tra il cemento e il cloro. Aveva conosciuto l’oceano, i suoi spazi enormi, i suoni profondi, le onde sulle pinne. Poi, nel 1992, tutto è cambiato.
Fu trovata arenata in una baia vicino a Buenos Aires, disidratata e ustionata dal sole. Da lì iniziò quello che venne raccontato come un salvataggio, ma che col tempo si è trasformato in una prigionia senza fine.

Portata al parco acquatico Mundo Marino, in Argentina, Kshamenk non è mai più tornata in mare. La motivazione ufficiale parlava di un animale ormai dipendente dall’uomo, incapace di sopravvivere da solo. Una spiegazione che, negli anni, ha convinto sempre meno.
La casa di Kshamenk era una vasca piccola, inadatta a un animale che in natura percorre decine di chilometri al giorno. Non poteva immergersi in profondità, non poteva nuotare in linea retta, non poteva scegliere nulla. Passava le giornate girando in cerchio, sotto il sole, senza stimoli, senza una vera vita sociale.
Per un breve periodo ebbe accanto un’altra orca, Belén. Con lei provò anche a riprodursi, ma senza successo. Quando Belén morì, nel 2000, Kshamenk rimase completamente solo. Da quel momento, la sua compagnia furono solo uno o due delfini, animali di un’altra specie, incapaci di colmare quel vuoto.
Negli anni, molte associazioni animaliste hanno sollevato dubbi su quella che veniva definita un’operazione di salvataggio. Alcuni hanno ipotizzato che l’arenamento fosse stato forzato, una messa in scena per aggirare i divieti sulla cattura delle orche. La verità forse non la sapremo mai. Quello che è certo è che Kshamenk non ha mai avuto una seconda possibilità.
In tutto il mondo, migliaia di persone hanno provato a cambiare il suo destino. Petizioni, campagne social, appelli politici, richieste di trasferimento in un santuario marino. In Italia, già nel 2013, una petizione aveva raccolto oltre 12.000 firme. Negli ultimi anni si è arrivati a quasi 700.000 adesioni a livello globale.
Mundo Marino ha sempre risposto allo stesso modo: Kshamenk stava bene, non mostrava segni di stress, spostarla sarebbe stato pericoloso. Intanto il tempo passava e l’orca non ha mai più rivisto la sua libertà.
Kshamenk non era solo un’orca, era il volto di una contraddizione enorme: animali nati per il mare, rinchiusi per intrattenimento. La sua morte non cancella quello che ha vissuto, ma ci obbliga a guardarci dentro e a chiederci quanto siamo disposti ad accettare tutto questo. La sua solitudine di Kshamenk è finita, ma la responsabilità invece è tutta ancora sulle nostre spalle.
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Sono morti a poche ore di distanza, come se separarsi non fosse un’opzione. Lui ex sceriffo, lei cane poliziotto: ora riposano insieme. In Ohio, nella ... Leggi tutto
L’articolo Prima se ne va lui e poi lei: lo sceriffo e la sua cagnolina uniti anche nella morte è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Sono morti a poche ore di distanza, come se separarsi non fosse un’opzione. Lui ex sceriffo, lei cane poliziotto: ora riposano insieme.
In Ohio, nella contea di Geauga, si è chiusa una storia che sembra uscita da un film, ma che invece è successo nella vita vera. Dan McClelland aveva 67 anni ed era un ex sceriffo molto conosciuto nella sua comunità.

Dopo una lunga battaglia contro il cancro, è morto in ospedale. Poche ore dopo, nello stesso giorno, se n’è andata anche Midge, la sua cagnolina poliziotta di 16 anni.
Non è solo una coincidenza. È uno di quei casi in cui viene naturale pensare che certi legami, quando sono profondi davvero, non accettino separazioni. Dan e Midge avevano condiviso tutto: il lavoro, la quotidianità, la fatica, le vittorie e anche il tempo che scorre lento, quello della vecchiaia.
Midge non era il classico cane poliziotto che ci si immagina. Piccola, un incrocio tra Chihuahua e Rat Terrier, aveva una taglia che poteva far sorridere. Ma Dan aveva visto subito qualcosa in lei. Un’attenzione diversa, un fiuto straordinario, una determinazione che non si insegnano.

È stato lui a sceglierla e ad addestrarla nella ricerca di sostanze stupefacenti. E da quel momento, per circa dieci anni, sono diventati inseparabili. Ovunque andasse Dan, Midge era con lui. In servizio, ma anche fuori. Perché il loro non era solo un rapporto professionale. Era fiducia piena, rispetto, una sintonia che si costruisce giorno dopo giorno.
Negli anni, la loro storia aveva attirato l’attenzione dei media. Giornali, programmi televisivi, articoli online. Ma chi li conosceva davvero sapeva che non c’era nulla di costruito, anzi c’era solo un uomo e il suo cane, che si capivano senza bisogno di parole.
Dopo la morte di Dan, Midge è rimasta nella casa che aveva sempre conosciuto. Il suo posto sicuro. Lì, poche ore dopo, si è spenta anche lei. Come se l’assenza fosse diventata improvvisamente troppo pesante. Come se quel filo invisibile che li teneva uniti non avesse più senso di esistere separatamente.
La notizia ha colpito familiari, colleghi, amici e anche chi non li conoscevano, perché certe storie, anche se non le hai vissute in prima persona, ti entrano dentro lo stesso.
La famiglia ha così preso una decisione che sembrava naturale per tutti: Dan e Midge sono stati sepolti nella stessa tomba. Un gesto che non ha bisogno di spiegazioni, perché dice già tutto. Dice che non erano solo un agente e il suo cane. Erano una squadra, un solo cuore che batteva, una vita condivisa.
Ora riposano fianco a fianco, dopo aver camminato insieme per anni, dopo aver affrontato il lavoro, la malattia, il tempo che passa. Insieme fino all’ultimo giorno, e anche oltre.
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Ha scelto di sacrificare la sua stessa vita per il suo amore profondo per gli animali: un uomo muore per difendere un cane dalle botte ... Leggi tutto
L’articolo Muore cercando di fermare il suo vicino che stava picchiando un cane: addio a Bobby Cavanaugh è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Ha scelto di sacrificare la sua stessa vita per il suo amore profondo per gli animali: un uomo muore per difendere un cane dalle botte del vicino.

Bobby Cavanaugh amava gli animali, li considerava forse esseri migliori di noi umani e non aveva tutti i torti, poiché l’ha storia che lo ha visto protagonista ha confermato quanto possiamo essere violenti e cattivi nei confronti di creature che sanno solo donarci amore. E’ questa la storia di Bobby, la storia di un uomo che muore per difendere un cane dal massacro del suo vicino e padrone violento: ecco come si sono svolti i fatti.
Non voleva diventare un eroe, ma ora lo è e la sorella vuole che sia ricordato proprio così: il suo amore per gli animali lo ha spinto ad intervenire senza esitazioni quando ha visto il suo vicino di casa massacrare di botte il cane. Non è riuscito a girarsi dall’altra parte, per fortuna, e ha cercato di mettere in salvo il quattro zampe che stava subendo botte.

Il vicino violento però ha reagito all’intervento dell’uomo afferrando un tubo di ferro e colpendo Bobby, l’eroe di 60 anni, che stava solo cercando di difendere il povero cane maltrattato. Questo colpo gli è stato fatale e lo ha reso esanime a terra, per poi morire poco dopo. La sorella di Bobby però non vuole che il suo gesto passi inosservato e dimenticato: ha promosso una campagna GoFoundMe per omaggiare il suo gesto con un funerale dignitoso.
La storia risale quasi a un anno fa, nel giorno della Vigilia di Natale, un’occasione solitamente colta per stare con le persone e i quattro zampe che amiamo. Ma così non è stato per Bobby e per il vicino di casa, un uomo violento che più volte si era reso responsabile di maltrattamenti nei confronti del suo cane. All’ennesimo atto di violenza, Bobby Cavanaugh ha deciso di intervenire in difesa dell’animale.

Altri vicini di casa che hanno assistito alla scena raccontano che l’uomo del Michigan avrebbe subito dei colpi dal vicino di casa, armatosi di un tubo di ferro, proprio mentre cercava di mettere in salvo il quattro zampe. Bobby era lì solo di passaggio: stava tornando in bicicletta alla sua casa mobile, nella zona di roulotte nella periferia di Detroit di Madison Heigts.
Probabilmente i guaiti e i lamenti del cane hanno attirato la sua attenzione e ha deciso di fermarsi per prestare aiuto: sceso dalla bicicletta, ha cercato di fermare l’aggressore ma è stato a sua volta colpito mortalmente. Ora sua sorella, Jane Thompson chiede giustizia e vuole ricordare il fratello eroe con un funerale in grande stile. Ha per questo indotto la campagna di raccolta fondi per Bobby sulla piattaforma GoFoundMe.
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Gli agenti intervenuti hanno visto Bobby a terra esanime alle 19.40 del 24 dicembre scorso; hanno immediatamente arrestato l’omicida, Rodney Beasley, 68 anni, fissando una cauzione a 100mila dollari. L’uomo era già conosciuto alle forze dell’ordine, dopo un passato trentennale in galera: al momento dell’uccisione di Cavanaugh si trovava in libertà vigilata. Prima di colpire mortalmente l’uomo che voleva difendere il quattro zampe, avrebbe detto. ”Non mi dirai come crescere il mio cane”.
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Un cane ha scambiato una statua per un umano: la reazione del quattro zampe che attende il frisbee scalda il cuore. Il potere dei social ... Leggi tutto
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Un cane ha scambiato una statua per un umano: la reazione del quattro zampe che attende il frisbee scalda il cuore.

Il potere dei social media risiede spesso nella sua capacità di catturare e diffondere momenti di pura e inaspettata tenerezza. Negli ultimi giorni, un video è diventato virale raggiungendo milioni di utenti. La protagonista è Nova, una splendida esemplare di razza Border Collie, la cui caparbietà e il cui equivoco hanno creato una scena che è subito diventata un fenomeno virale globale. Il motivo? Nova ha scambiato una statua estremamente realistica del 16° Presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, per un passante un po’ troppo serioso e, soprattutto, un potenziale compagno di giochi.
La Border Collie, razza nota per la sua intelligenza acuta, l’energia inesauribile e un desiderio quasi ossessivo di lavorare o, in mancanza, di giocare, si trovava a passeggiare con i suoi proprietari quando la sua attenzione è stata catturata da una figura seduta, immobile, su una panchina in un’area pubblica.
Si trattava di una scultura di Abraham Lincoln, rappresentato con realismo impressionante. Agli occhi di Nova, il “signore” seduto era semplicemente un umano, e come tale, andava immediatamente invitato a partecipare al suo passatempo preferito: il lancio del frisbee.
La scena, immortalata nel video che ha fatto il giro del web, inizia con Nova che, con l’entusiasmo tipico della sua razza, si avvicina alla statua. Il suo linguaggio del corpo è inequivocabile: una zampa poggiata delicatamente sul ginocchio di bronzo di Lincoln, gli occhi fissi sul suo volto serio e il suo inseparabile frisbee rosso e azzurro tenuto saldamente tra i denti.
Questo gesto, universalmente riconosciuto da tutti i proprietari di cani, è un chiaro e inequivocabile invito: “Ehi tu, lanciami questo! Dobbiamo giocare ora!”
Quello che segue è una serie di tentativi esilaranti. Nova ripete il suo invito più volte. Tenta di attirare l’attenzione del “signore” con piccoli mugolii, spinge il frisbee verso il suo grembo, e lo guarda con l’espressione più persuasiva che un cane possa evocare. Il risultato, prevedibilmente, rimane invariato: Lincoln, nell’immobile dignità della sua scultura, non si muove di un millimetro, non fa un cenno, né tantomeno allunga una mano per prendere il gioco. In sottofondo al video, le risate sommesse, e a tratti incontrollate, di chi sta riprendendo la scena aggiungono un ulteriore strato di comicità. La perseveranza della cagnolina è commovente quanto divertente. Nonostante la mancanza di qualsiasi risposta, Nova non demorde immediatamente. Per un Border Collie, l’idea che un umano possa rifiutarsi di interagire o, peggio ancora, di giocare, è un concetto difficile da elaborare.
Il video (che può essere visto anche al seguente link), ripreso e diffuso anche da testate come r101.it, cattura perfettamente questo sforzo titanico di convincere l’imperturbabile figura di bronzo. Solo dopo vari minuti di tentativi a vuoto, l’evidenza inizia a farsi strada nella mente della Border Collie. Quel “gentiluomo” elegante e serioso non solo non ha intenzione di giocare, ma non sembra interessato a interagire in alcun modo.
L’epilogo è forse la parte più tenera e iconica dell’intero filmato. Con un’espressione che sembra un misto di confusione, leggera delusione e rassegnazione, Nova si allontana lentamente, stringendo ancora il frisbee in bocca. È un momento di pura e genuina sconfitta canina, in cui l’entusiasmo lascia spazio alla ricerca di un compagno di giochi più dinamico e, soprattutto, non fatto di bronzo. La viralità dell’episodio non si spiega solo con la dolcezza di Nova. Gran parte del malinteso è dovuto alla straordinaria realisticità della statua. Non è un caso isolato che abbia tratto in inganno un cane, le cui percezioni sensoriali differiscono dalle nostre.
Nei commenti sotto il video, e nei resoconti successivi, molti utenti hanno confermato la propensione di questa specifica opera d’arte a generare equivoci. Collocata in un’area ad alto traffico, la figura di Lincoln seduto sulla panchina è così vivida e dettagliata che numerosi passanti, specialmente in condizioni di scarsa illuminazione, hanno ammesso di aver sussultato, convinti di aver visto un uomo seduto in silenzio, prima di rendersi conto che si trattava di una scultura.
Se un occhio umano può essere ingannato, è del tutto comprensibile che un cane come Nova, che si affida molto più all’interazione dinamica e all’odore che ai dettagli visivi statici, possa essere caduta nel “tranello di bronzo”.
L’episodio di Nova è ben più di un semplice video divertente: è un promemoria affettuoso di come i cani, con la loro spontaneità e il loro inesauribile desiderio di connessione, leggano il mondo. Per loro, ogni essere umano è un potenziale amico, ogni momento è un’opportunità di gioco, e persino una fredda statua di un ex Presidente può essere vista come un taciturno, ma potenziale, lanciatore di frisbee. L’unica cosa che conta, nel loro mondo, è l’invito sincero a condividere la gioia.
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Un gesto che poteva costarle la vita: il cane Milly ha lottato contro un serpente velenoso per proteggere il cucciolo di casa nel loro giardino. ... Leggi tutto
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Un gesto che poteva costarle la vita: il cane Milly ha lottato contro un serpente velenoso per proteggere il cucciolo di casa nel loro giardino.

Alle volte i gesti di altruismo mettono a rischio la nostra stessa vita, e forse questo Milly lo sapeva ma non si è affatto fermata davanti al pericolo: infatti il cane ha lottato contro un serpente velenoso, entrato nel giardino di casa, per proteggere il cucciolo di cui si sentiva in qualche modo ‘responsabile’. Come una sorella maggiore o una mamma, Milly ha deciso di scagliarsi contro il rettile prima che potesse attaccare il piccolo quattro zampe: è stata portata d’urgenza in ospedale.
Conscia del pericolo che il cucciolo di casa poteva correre, Milly ha deciso di difenderlo da un serpente velenoso che era entrato nel guardino di casa. Con la sua esperienza da ‘sorella maggiore, lo Staffordshire Bull Terrier si è resa conto della pericolosità del rettile e si è subito scagliata contro di lui prima che potesse mordere.

Siamo nel Queensland, in Australia, ed è qui che questo esemplare di 5 anni è diventato un vero e proprio eroe a suo discapito: infatti per le ferite riportate è stato immediatamente soccorso dalla sua padrona e portato nell’ospedale più vicino per essere curato. Il suo generoso gesto ha però consentito al cucciolo Tonka, di soli 5 mesi, di sopravvivere al possibile attacco senza correre alcun pericolo.
Quando ha visto il serpente strisciare nel guardino di casa, Milly si è immediatamente frapposta tra il rettile e il suo piccolo fratellino di 5 mesi: per questo ha riportato delle brutte ferite dovute ai morsi. Insomma gli ha salvato la vita mettendo in serio pericolo la sua, ma non ci ha pensato due volte pur di difenderlo.

La padrona dei due cani, Madeline Mills, però era riuscita ad osservare tutta la scena e subito si è precipitata in guardino per mettere in salvo anche la coraggiosa Milly. L’ha immediatamente soccorsa e portata al pronto soccorso veterinario più vicino, raccontando ai medici l’accaduto e spiegando loro che il suo cane era stato morso da un serpente.
Dopo una serie di test di controllo, Milly è stata subito sottoposta a trattamenti per eliminare dal suo corpo il veleno del serpente, che era ormai entrato in circolo. I medici hanno immediatamente individuato anche la possibile specie di rettile che aveva attaccato il cane, la specie marrone. Per fortuna le terapie hanno immediatamente dato i lor frutti e Milly ora è in fase decisamente di ripresa.
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Il suo atto d’amore e protezione nei confronti del fratellino minore l’ha resa una vera eroina, perché non ha esitato a mettere a rischio la sua vita per proteggere quella dell’altro che, ignaro del pericolo (anche per la sua giovane età) è vivo solo grazie a lei. La sua storia di amore e coraggio è stata raccontata dalla padrona sui social ed è diventata immediatamente virale, raccogliendo lodi e consensi da parte degli utenti.
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Roderick stava portando i cani al guinzaglio, poi un SUV invade la corsia e la sua vita si spezza senza preavviso. Era ancora presto, una ... Leggi tutto
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Roderick stava portando i cani al guinzaglio, poi un SUV invade la corsia e la sua vita si spezza senza preavviso.
Era ancora presto, una di quelle mattine invernali in cui le strade sono ancora vuote. Roderick Macleod stava camminando lungo la Route 138, nel Rhode Island, con i suoi cani. Un gesto semplice, quotidiano, che per molti è un momento di pace, una semplice passeggiata, come al solito.

In pochi secondi però tutto è cambiato. Un SUV è improvvisamente dalla propria corsia, ha colpito pali e ostacoli lungo la strada e lo ha travolto mentre camminava sulla banchina. Per lui non c’è stato nulla da fare.
Trasportato d’urgenza in ospedale, Macleod è morto a causa delle ferite riportate. Aveva 70 anni. Una vita lunga, intensa, piena di musica, interrotta in modo brutale e incomprensibile.
Per chi lo conosceva, Roderick non era solo un uomo che portava a spasso i cani. Era un musicista stimato, parte della scena blues americana, nominato ai Grammy negli anni Ottanta come membro dei Roomful of Blues. Un nome che, per molti appassionati, significa concerti, vinili consumati, serate passate ad ascoltare note cariche di storia.

La sua morte ha lasciato un vuoto profondo nella comunità locale. La polizia, in un messaggio pubblico, ha parlato di “tragico incidente” e ha espresso vicinanza alla famiglia. Ma dietro le parole ufficiali c’è un dolore che non trova spiegazioni di facile comprensione.
Alla guida del SUV c’era Shannon Godbout, 41 anni. Sul posto, secondo quanto riferito dalle autorità, sono state trovate droghe e materiale riconducibile allo spaccio. La donna è stata arrestata e portata in ospedale per accertamenti medici, poi formalmente accusata anche di possesso di sostanze con intento di spaccio. E non è escluso che le accuse possano aumentare.
Qui emerge un dettaglio che ha lasciato tutti sgomenti: Godbout non era una sconosciuta per la giustizia. Prima di questo incidente, risultava essere stata arrestata 102 volte e destinataria di circa 40 citazioni. Una lunga scia di precedenti, distribuiti in numerose città del Rhode Island.
Scorrendo la sua storia giudiziaria, colpisce un elemento ricorrente. Molti procedimenti si sono conclusi con dichiarazioni di “no contest” e pene sospese. In pratica, niente carcere. La detenzione più lunga che abbia mai scontato è stata poco superiore ai due anni. In più occasioni, i tribunali avevano disposto per lei percorsi di recupero per abuso di sostanze, sette volte, l’ultima solo pochi mesi fa.
E allora la domanda viene spontanea: quante possibilità possono essere date prima che sia troppo tardi? Quante volte si può ignorare una traiettoria che sembra già segnata?
La storia di Roderick Macleod non è solo un fatto di cronaca nera. È una vicenda che parla di responsabilità, di fragilità, di un sistema che spesso interviene quando il danno è ormai irreparabile. Un uomo ha perso la vita mentre faceva qualcosa di normale, di innocuo. E dietro di lui restano i suoi cani, la sua musica, le persone che lo aspettavano a casa.
Restano anche tante domande, quelle che non trovano spazio nei comunicati ufficiali ma che continuano a risuonare nella nostra mente, ogni volta che una tragedia poteva essere evitata.
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Non ha pianto, non ha abbaiato, semplicemente è rimasto lì, accanto alla bara, come se andarsene non fosse un’opzione possibile. Durante la veglia funebre per ... Leggi tutto
L’articolo La veglia di Bumer: il cane che ha seguito la sua umana in auto, accanto alla sua bara è stato pubblicato nella sua versione originale su Amoreaquattrozampe.it.
Non ha pianto, non ha abbaiato, semplicemente è rimasto lì, accanto alla bara, come se andarsene non fosse un’opzione possibile.
Durante la veglia funebre per Maria Isabel Benites Chamba, morta a 95 anni in Ecuador, c’era una presenza che colpiva più di ogni discorso. Non parlava, non piangeva, non si muoveva quasi. Era Bumer, il suo cagnolino.

È rimasto accanto alla bara per tutto il tempo, senza allontanarsi nemmeno per un momento. Chi era presente racconta che sembrava sapere esattamente dove doveva stare, come se quel posto, lì vicino al feretro, fosse l’unico possibile.
Le immagini diffuse sul web mostrano Bumer appoggiato con delicatezza, il corpo vicino, lo sguardo fermo. Non c’era agitazione, non c’era confusione. Solo una calma profonda, quella di chi veglia qualcuno che ha amato per tutta la vita. Una fedeltà silenziosa, che non chiede attenzioni ma si fa notare proprio perché autentica.
Secondo il personale della Funeraria Santa Rosa, che ha curato la cerimonia, Bumer non ha mai lasciato Maria Isabel durante tutta la veglia. Nessun tentativo di portarlo via, nessun richiamo è riuscito a spostarlo. Era come se sentisse che quello era ancora il suo compito: stare vicino a Maria Isabel.

Chi conosce gli animali sa che certi legami non hanno bisogno di spiegazioni razionali. Si costruiscono giorno dopo giorno, tra abitudini, sguardi, piccoli gesti che a volte diamo per scontato, ma che sono la cosa più preziosa che abbiamo.
In quel momento, davanti a una bara, quel legame era visibile a tutti. E faceva male, perché ricordava quanto possa essere profondo l’amore di un cane, e quanto sia ingenuo pensare che non capisca. Quando la cerimonia si è conclusa e il feretro è stato portato verso il cimitero, Bumer non ha fatto un passo indietro, anzi h seguito il corteo funebre, restando vicino al carro, girandogli intorno, come se cercasse un modo per continuare a stare con lei. A un certo punto, raccontano, sembrava quasi chiedere di salire.
Un gesto semplice, istintivo, che ha commosso familiari e operatori. Qualcuno ha detto, con un filo di voce, che sembrava voler dire: “Voglio accompagnarla ancora”. Come se per Bumer quell’ultimo viaggio fosse una cosa naturale da fare insieme.
Dopo la sepoltura, il cagnolino si è allontanato insieme ai familiari di Maria Isabel. La speranza, racconta la funeraria, è che possa restare con loro, trovare conforto in volti già conosciuti, in mani che abbiano ancora l’odore di casa. Il dolore, in quei giorni, era evidente, ma anche la possibilità di non essere lasciato solo.
La storia di Bumer ha fatto il giro dell’Ecuador e non solo. Non perché sia eccezionale, ma perché è terribilmente vera. Racconta qualcosa che spesso dimentichiamo: per un cane, una persona non è “solo” un proprietario, è tutto, e quando quella persona se ne va, l’amore non sparisce, è sempre presente, lì accanto, anche quando tutto il resto sembra finito.
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Un uomo anziano entra in un bar alla Vigilia di Natale e un cane gli si avvicina: si crea una famiglia improvvisata in un vecchio ... Leggi tutto
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Un uomo anziano entra in un bar alla Vigilia di Natale e un cane gli si avvicina: si crea una famiglia improvvisata in un vecchio spot di Natale.

Natale, si sa, è la festa dell’anno per eccellenza ma purtroppo non tutti la vivono con la spensieratezza e la gioia di stare insieme: i conflitti, i lutti e le sofferenze possono renderla un momento davvero triste, spesso passato in solitudine. Ma se un uomo solo entra in un bar alla Vigilia di Natale e un cane gli si avvicina, tutto può cambiare: immagini che continuano a far commuovere.
Ma per fortuna ci sono i nostri amici a quattro zampe che ci offrono spontaneamente amore e compagnia: è questo il messaggio del vecchio spot che ha come protagonisti un uomo anziano e solo che entra in un bar dopo aver omaggiato con dei fiori la moglie defunta al cimitero. Non ha voglia di tornare in quella casa dove nessuno lo aspetta, quindi si ferma a bere qualcosa.

E’ proprio questo signore solo e triste che attira l’attenzione di un vispo cagnolino dal pelo bianco che, complice un momento di distrazione dei suoi padroni, scappa dal loro tavolo per andare a sedersi proprio accanto all’uomo anziano. Questo gesto così naturale ma di grande complicità, indica come con un animale domestico ci si sente meno soli anche quando tutto il mondo festeggia e il nostro cuore si sente triste e afflitto.
Non sono immagini di vita vera ma si tratta di uno spot di Natale realizzato per promuovere il Charlie’s Bar di Enniskillen, nell’Irlanda del Nord, per le feste del 2023. La pubblicità è diventata in breve tempo virale perché la storia che racconta è pregna di significato: l’amore di un cane può cambiare la nostra vita in qualsiasi momento e coinvolgerci in nuove famiglie ‘improvvisate’.
Realizzato con un budget minimo di appena 700 sterline e girato con un I-Phone, questo spot per il Charlie’s Bar di Enniskillen ha commosso non solo coloro che conoscevano la zona, ma tutto il mondo. In breve tempo è infatti diventato virale con risultati da record. La storia che narra lo porta ad essere vicino a un cortometraggio e la profondità del suo contenuto gli ha fatto guadagnare un posto tra i migliori spot dell’anno secondo il The Guardian.
Un uomo anziano si reca al cimitero alla Vigilia di Natale per omaggiare la tomba di sua moglie; poco dopo si ritrova a camminare per la città ricca di suoni, colori e musiche tipiche delle feste. Ma nel suo cuore c’è solo tanta tristezza perché non ha nessuno che lo aspetti a casa per festeggiare e il suo grande amore è ormai volato via.
Prima di ritirarsi a casa viene attratto da una vetrina di un locale, il Charlie’s Bar appunto, e decide di entrare, di sedersi a un tavolo e consumare una birra. E’ qui che entra in scena il cagnolino bianco che, abbandonato il tavolo dei suoi padroni, decide di avvicinarsi e fare la sua conoscenza. I due sembrano capirsi all’istante e si piacciono molto.
La scena attira l’attenzione dei padroni del quattro zampe che decidono di unirsi al tavolo dell’anziano signore: è qui che nasce il senso dello spot, che evidenzia non solo quanto un cane riesca da solo ad annullare la nostra solitudine ma anche come si vengano spontaneamente a creare dei rapporti con persone che, poco prima, erano dei perfetti sconosciuti.
Non si tratta di uno spot come gli altri ma neppure di un bar come gli altri poiché questo locale apre le porte anche nei giorni di Natale, proprio per consentire a chi non ha parenti a casa che lo attendono di non stare solo in occasione delle feste. Il messaggio che la pubblicità vuole esprimere è dunque molteplice: la solitudine di chi vive il Natale come una festa triste, il bisogno di compagnia, la capacità di donare amore senza nulla in cambio dei nostri amici animali.

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E non solo: vi è anche la capacità di ‘unire’ che ha il cane, poiché con la sua sola presenza non solo ha reso quel signore anziano meno solo ma ha anche ‘indotto’ i suoi stessi padroni ad avvicinarsi al tavolo. In questo modo si è venuto a creare un piccolo ed improvvisato nucleo familiare tra persona che, solo un attimo prima, non si conoscevano affatto.
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